Canto undicesimo

By Torquato Tasso

Ma trattasi in disparte alto sospira

Clarice, e gelosia sol n'è cagione:

tra sé fremendo l'accoglienze mira

che fan quell'altre al gran figliol d'Amone,

e s'arma incontro lui di sdegno e d'ira

per l'onta in suo disnor fatta a Grifone,

e per veder che ne lo scudo il volto

d'ignota dama porta impresso e scolto.

— Non ti basta, crudel, dice in se stessa,

romper la fede e far torto al mi' amore,

se non mi scopri la cagione espressa

del tuo grave fallir, del mio dolore?

Poiché viva non puoi, mi mostri impressa

la donna, oimè! che ti possiede il core,

ed onde io più mi doglia, ahi! perché questo?

a la mia gloria sei con l'arme infesto.

Lassa! qual sotto i fior l'angue è celato,

tal sotto cortesia, sotto bellezza,

s'asconde in te perfido cor spietato,

che l'altrui fede e 'l puro amor disprezza.

Fuggite, donne, oimè! fuggite il grato

sembiante e 'l guardo umil pien di dolcezza,

che promettendo vita altrui dan morte,

e son d'un fido cor mal fide scorte.

Ma stolta, a che sospiro? a che mi doglio?

Se 'l più dolermi e 'l sospirar non vale,

s'egli è perfido e lieve, io, come soglio,

ancor dunque serò ferma e leale?

Ahi! non fia ver ch'a lui scoprir mi voglio

ne la costanza e ne la fede eguale. —

Così detto tra sé, prese consiglio

di mostrare a Rinaldo irato il ciglio.

O di tema e d'amor figlia crudele,

figlia che 'l genitor sovente uccidi,

a l'alte sue dolcezze amaro fele,

peste ch'infetti l'alme in cui t'annidi:

torna a l'inferno omai tra le querele,

tra l'aspre pene e tra gli eterni stridi!

Né più turbar sì puro e casto foco,

ch'ivi non merta aver tuo giaccio loco.

Il paladin che sempre gli occhi porse

sin da principio a la sua dolce amata,

sì come lampo in ciel turbato scorse

folgorar l'ira ne la faccia irata,

non già de la cagione allor s'accorse

che la rendesse incontro lui sdegnata.

Pur cheto disse: — Lasso! or chi m'oscura

il seren de l'angelica figura?

Dunque sarò per così lunga via

morte venuto a tôr così noiosa?

Ché mi dà morte l'inimica mia,

quando m'appar superba e disdegnosa.

Qual fora, oimè! se fusse umile e pia,

s'è tal, sendo crudel ed orgogliosa.

Deh! come soffri, Amor, ch'ingiusto sdegno

turb'i begli occhi, ov'è 'l tuo albergo e 'l regno? —

Fra tanto Carlo ver' le regie mura

vol che la nobil schiera il camin prenda.

Spogliar si vede allor la gran pianura,

prima di quella e poi di questa tenda,

ed ogni cavalier cui dolce cura

per dama de la corte il petto accenda,

pigliare il freno del destrier di quella,

ma con bel modo pria riporla in sella.

Si reca ancor Rinaldo infra le braccia

Clarice, e la ripon sul palafreno;

ma quella da' bei lumi e da la faccia

piover rassembra allor sdegno e veleno;

e benché con la lingua immobil taccia,

è 'l suo tacer d'aspre querele pieno,

e ciò ch'a lui non vietan le parole,

negar con gli atti e con gli sguardi vole.

Il cavalier, ch'audace in tali imprese

costume innato e cald'amor rendea,

mentre per gli occhi al cor fiammelle accese

dal caro amato oggetto egli traea,

qual uomo in amar cauto, il tempo prese

ch'ascosamente a lui già si togliea,

e mostrando di fuor gli interni affetti,

sciolse l'accorta lingua in questi detti:

— Ahi! quant'empio è colui ch'ad uom mendico

de le lunghe fatiche il frutto invola!

quanto crudele e di pietà nemico

chi negli affanni il miser non consola!

Quest'or, signora, a voi piangendo dico,

perché del mio penar la dolce e sola

mercè mi si contende, e mi si toglie

ogni conforto in sì gravose doglie.

L'affanno dunque in lungo error sofferto,

e quanto sol per voi ne l'arme oprai,

avrà per degno e per estremo merto

sdegno, ch'al cor mi mandi acerbi guai?

sdegno, ch'in questo amaro stato incerto

de' bei vostri occhi oscuri i dolci rai?

da' quai prende vigor l'anima stanca,

ed al duol si sottragge e si rinfranca.

Misero, e qual cagione? — E quivi il corso

volea di sue parole oltre seguire,

ma sua lingua frenò con duro morso

Clarice allor, così prendendo a dire:

— Diavi nel vostro mal, diavi soccorso

chi vi diè contra me forza ed ardire,

il cui volto non sol nel cor portate,

ma fuor ne l'arme impresso ancor mostrate! —

Tu, fero Amor, tu che gli strai di queste

voci drizzasti al cor del giovinetto,

narra non men l'acerbe piaghe infeste,

onde tua forte man gli aperse il petto:

ché farle in qualche parte or manifeste

a la mia musa è disegual soggetto,

né potrebbe cantando alzarsi al vero,

ov'alzar tu sol puoi l'altrui pensiero.

Nel fosco senso de le voci irate

ben tosto penetrò l'accorto amante,

benché fossero fuor quelle mandate

oscuramente e in suon basso e tremante;

ed a far conta a lei sua lealtate

già si moveva con umil sembiante,

ch'era verace testimon del core,

e certo segno de l'incerto amore.

Ma Clarice, al suo dir la via troncando,

lo schernì, lasso! con astuzia ed arte,

ch'a sé chiamò cortesemente Orlando,

lo qual da tutti gli altri iva in disparte,

ed a lui di parlar materia dando,

al suo mesto cugin la tolse in parte;

da poi, giunti a Parigi, ancor gli tolse

la dolce vista, ond'ei non men si dolse.

Misero cavaliero, ingiustamente

di Fortuna e d'Amor prova l'offese,

e per l'aura del duol nel petto sente

gir più crescendo ognor le fiamme accese;

e, qual da poco umore acciar rovente

più fervido che pria talor si rese,

tale in lui da piacer fugace e breve,

l'ardore e 'l duol maggior forza riceve.

Quel sì breve piacer che talor prende

dal caro oggetto e da l'amata vista,

col suo dolce licor via più raccende

il foco e 'l rio dolor ne l'alma trista:

ché l'un contrario maggior l'altro rende,

e 'l mal dal ben vigore e forza acquista,

ch'ove lieve sarebbe, essendo ignoto,

s'aggrava al paragon col farsi noto.

Sei volte il sol de la fosca ombra scosse

de la gran madre antiqua il duro volto,

ma dal mesto amador già non rimosse

le tenebre del duolo ond'era involto.

Pur ei sì con Clarice intanto oprosse

ch'ella amante il tenea fervido molto,

se non leale, e nel suo casto petto

già rallentava l'ostinato affetto.

Non però di color conforme il molle

animo veste e 'l placido pensiero:

anzi lo sdegno, che dal petto tolle,

ripon negli occhi e nel bel viso altero,

onde 'l foco e 'l martir molto s'estolle

ne l'innocente afflitto cavaliero,

ch'oltra la scorza non penetra dove

face in su' aita Amor pietose prove.

Ma fra tanto pomposa e nobil festa

nel suo stesso palagio il re prepara:

la gente tutta a tai diletti desta

la notte aspetta, e gli è la luce amara;

chiama quella Rinaldo atra e molesta,

chiama la sera poi lucida e cara.

Oh stolta de' mortai fallace mente,

che cieca il suo peggior brama sovente!

Già la notte, stendendo umida l'ali,

gli almi ed eterni fochi in cielo accende,

là donde il bene e 'l mal tra noi mortali

con varia sorte ognor deriva e scende;

già soave armonia per le reali

stanze altamente risonar s'intende,

e concorde a' soavi e dolci accenti

va misto al cielo il suon degli istromenti.

D'alti guerrier, di donne adorne e belle

il palagio real tosto è ripieno,

e come suol tra le men chiare stelle

splender Vener e Giove in ciel sereno,

così tra' cavalier, tra le donzelle

Clarice e 'l suo amator splende non meno;

e da' bei lumi lor fiammelle aurate

escon, d'empia dolcezza avvelenate.

Non già Rinaldo ne l'amato viso

pietà vede però del suo martoro,

né ver' lui lampeggiar quel dolce riso

che gli scopre d'Amor tutto 'l tesoro.

Al fin dispone, ahi! duro infausto aviso,

ch'Alda componga le discordie loro:

Alda la bella invitar vole a danza,

poi c'ha locato in lei la sua speranza.

Egli costei con puro zelo amava,

ed era amato con eguale affetto,

perché quando altre volte in corte stava,

con lei nudrito fu da fanciulletto.

Sapeva poi ch'apriva ella e serrava

di Clarice a sua voglia il duro petto

e con bei modi e con parlar soave

dolcemente di quel volgea la chiave.

Ver' lei dunque si mosse e le richiese

di ballar seco, ed ella era a ciò presta;

ma fu dal forte Anselmo il Maganzese

nel punto istesso a danza ancor richiesta.

Alda, che 'l doppio invito a un tempo intese,

chinò a terra lo sguardo e l'aurea testa,

né quel né questo col parlar ricusa,

ma tacendo si sta dubbia e confusa.

Vedendo Anselmo ciò, l'altera fronte

ed insiem'il parlar ver' l'altro torse:

— Cedi, garzon: se non, da' gridi a l'onte,

e da l'onte s'andrà più inanzi forse. —

Non men altero quel di Chiaramonte

a lui tai detti rispondendo porse:

— Cedi pur tu: se non, verrassi tosto

più oltre ancor, ch'io già ne son disposto. —

Anselmo, folgorando il torvo sguardo,

ad aspro riso allor la bocca mosse,

e disse: — Se tanto osa un vil bastardo,

che poi farebbe se mio pari ei fosse? —

Or ben tal detto fu pungente dardo

ch'al nobil giovanetto il cor percosse:

come leon ferito in ira salse,

e 'l suo sdegno frenar punto non valse.

Con la sinistra mano al collo stringe

quel superbo, e 'l trar fiato a lui contende,

e con l'altra il pugnal di punta spinge,

e trapassando il petto il cuor gli offende.

Di rosseggiante smalto il suol dipinge

tiepido rio che da la piaga scende,

e col sangue esce ancor lo spirto insieme,

sì che 'l corpo cadendo il terren preme.

Come sanguigno in giù cader tremando

il maganzese cavalier fu visto,

intorno per la sala ir risonando

strepito udissi di più voci misto,

qual fremer s'ode ancor negli alvei, quando

le pecchie infesta morbo orrido e tristo;

e qual ne' boschi, allor ch'in lor serrati

spiran d'Austro e di Coro i primi fiati.

Si vider lampeggiar mille lucenti

ferri in quel punto ancor, qual fuochi accesi,

e quinci correr d'alta rabbia ardenti

contra Rinaldo Gano e gli altri offesi;

e quindi poscia al suo soccorso intenti

i suoi fratelli opporsi a' Maganzesi,

e col fior de' guerrier di Chiaramonte

l'invitto cavalier ch'uccise Almonte.

Le pavide donzelle i bei colori

smarriro, oppresse da la fredda tema,

come soglion talor vermigli fiori

s'avien che troppo giel gli asconda e prema.

Pallide i volti e palpitanti i cori,

quelle col piede, che mal fermo trema,

si ristrinsero intorno a la regina,

quale in porto dal mar fragil carina.

Carlo, tutto di sdegno acceso in volto,

altri tiene e riprende, altri minaccia,

e di spegner in lor l'orgoglio stolto

con gli atti e col parlar tenta e procaccia.

Ma Rinaldo, col manto al braccio avolto,

con tardi passi e con sicura faccia,

verso la porta il piè va ritirando,

e tiene nella destra ignudo il brando.

I Maganzesi, che sì audaci in prima

gli erano adosso corsi a fargli offesa,

come vider risorti oltre ogni stima

tanti feri campioni in sua diffesa,

l'ira frenaro e quella furia prima,

pentiti omai di sì dubbiosa impresa;

pur col mover de l'armi e con le voci

si mostravan da lunge assai feroci:

così di can timido stuol sovente,

ch'incontra 'l toro, arda di sdegno e d'ira;

corre per assalirlo e poi si pente,

e latrando lo sguarda e si ritira,

mentre in feroce aspetto alteramente

quel move i passi e gli occhi intorno gira;

e dov'ei volge il tardo e grave piede,

la vile schiera paventando cede.

Poté salvo ed illeso a la sua stanza

dai nemici ritrarsi il giovinetto,

ma 'l suo soverchio ardire e la baldanza

lascia di sdegno a Carlo acceso il petto:

troppo, troppo gli pare alta arroganza

ch'abbia tanto oltre usato al suo cospetto,

sì che, di Gan seguendo il rio consiglio,

di Francia al fin gli diè perpetuo essiglio.

Or che far deve l'infelice amante,

non al suo re, non a sua donna grato?

Partirà dunque, e 'l dolce almo sembiante,

ond'egli vive, a lui sarà celato?

Ahi! Fortuna crudel, per quante e quante

fatiche a sì rio fin l'hai tu guidato:

quand'ei trovar credea breve conforto,

l'hai con un colpo sol trafitto e morto.

La carta ei prende e ciò ch'Amor gli ditta

scrive a l'amata in umil note espresso;

poi che la lettra ebbe composta e scritta,

la manda a lei per un secreto messo.

Ma colei l'un minaccia e l'altra gitta,

crudel forzando il suo volere istesso:

gelosia n'è cagion, che 'l cor ripieno

un'altra volta l'ha del suo veleno.

L'aver dianzi veduto Alda la bella

dal cavaliero a se stessa preporre,

quando ei voleva in sua presenza quella

prima di tutte l'altre a danza tôrre,

e che per non lassar poi la donzella

volse più tosto Anselmo a morte porre,

l'era a l'acceso innamorato core,

lassa! nova cagion d'alto timore.

Tra sé dicea: — Deh! come ascondi il vero

con umil voce, e dimandar mercede?

Ahi crudo, ahi disleale, ahi lusinghiero,

dunque ciò merta la mia pura fede?

Dunque così s'inganna un cor sincero?

Ben stolta ed infelice è chi ti crede:

ma chi non crederebbe a que' sospiri

ed a quel volger gli occhi in dolci giri?

Amo, tu dici a me con l'occhio, ed ardo,

con l'occhio ch'è in amar mal fido duce.

Misera! io 'l credo, ma 'l soave sguardo

d'Alda la bella ad arder ti conduce.

Deh! benché spesso al discoprir sia tardo,

fuor l'affetto de l'alma al fin traluce;

e s'a' guardi, al parlar non ben risponde,

più chiaro appar quant'al fin più s'asconde. —

Sospeso il paladin fra tanto attende

il messo ch'a Clarice avea mandato;

ma quel tornando a lui di nova offende

e profonda ferita il cor piagato.

Com'il meschin l'empia risposta intende,

riman tra vivo e morto in dubbio stato:

non parla o piange, e non sospira, e tolto

have ogni varco al duol ch'è dentro accolto.

Qual suole spesso chiuso umor fervente

in cavo rame a cui sott'arda il foco,

con rauco suon, con gorgogliar frequente

girsi sempre avanzando a poco a poco,

poi con impeto ratto e violente

versarsi, uscendo da l'angusto loco:

tal versossi in lamenti il rio dolore,

di cui non era più capace il core.

Accolto ne' lamenti e ne' sospiri

fuor esce il duolo, e 'l cor si sfoga intanto;

ma quando sotto il fascio de' martiri

poté al fin l'alma respirare alquanto,

facendo dura forza ai suoi desiri,

Rinaldo, ogni indugiar posto da canto,

solo ed armato sul cavallo ascese;

indi, a ventura errando, il camin prese.

Mentre d'ogni piacere ignudo e casso

camina il cavalier muto e pensoso,

giunge ove Sena il fondo ha via men basso,

e con piè corre al mar più strepitoso.

Quivi ei raffrena il suo veloce passo

e 'l collo sgrava de lo scudo odioso;

dal collo il cavalier lo scudo tolse,

e 'l guardo e le parole in lui rivolse:

— O nemico crudel d'ogni mio bene,

o turbator del mio stato giocondo,

scudo infausto, infelice, onde mi viene

l'aspro martir ch'a nullo oggi è secondo:

tu, ch'al cor mi recasti acerbe pene,

tu quelle porta or teco insieme al fondo;

ma lasso! tu n'andrai nel fiume or solo,

ché da me separar non puossi il duolo.

Vattene, e quivi omai t'ascondi altrui,

quivi ti copri infame odiosa peste;

onde, com'io da te, crudel, già fui,

così altro amante offeso ancor non reste. —

Qui tacendo diè fine a' detti sui,

e quei seguir le man veloci e preste;

frangesi l'onda, e giù se 'n cala ratto

lo scudo al fondo, dal suo peso tratto.

Quinci Rinaldo poi si parte e piglia

altro camin, né sa dov'ei si vada,

e mentre ch'otto volte in ciel vermiglia

l'Aurora apparse, candida rugiada

versando dai crin d'oro e da le ciglia,

errò per varia e per incerta strada;

al fin vide il dì nono ombrosa valle

a cui si gia per dritto e piano calle.

Quivi era un uom d'assai strana figura,

che sostegno del braccio al mento fêa,

e con sembianza tenebrosa e scura

gli occhi pregni di pianto al ciel volgea.

In ogni atto di lui gravosa cura

e duol profondo impresso si vedea;

la bocca apriva e queruli lamenti

quindi spargeva in dolorosi accenti.

Quanto a la valle ria più s'avicina

il cavalier, più cresce in lui la pena,

tal ch'oppressa dal duol l'alma meschina

reggersi e respirar puote a gran pena;

ma pur senza arrestarsi egli camina

per l'ampia strada che là dritto il mena,

sin che, giunto a quell'uomo, in lui mirando

sente il martir nel petto irsi avanzando.

Giace la valle tra duo monti ascosa,

da' quali orribil ombra in lei deriva;

l'aria ivi 'l giorno appar sì tenebrosa,

sì colma di squallor, di gaudio priva,

com'altrov'esser suol quando nascosa

Febo tien la sua luce ardente e viva;

la terra ancor di spoglie atre e funeste

la fronte e 'l tergo suo ricopre e veste.

Sorgon con fosche e velenose fronde

quivi piante d'ignota orrida forma,

ed in quelle s'annida e si nasconde

di neri infausti augelli odiosa torma,

e l'un stridendo a l'altro ognor risponde

con suon ch'a luogo tal ben si conforma:

quel noioso a ferir va l'altrui core,

sì che ben par la valle del dolore.

Rinaldo com'ivi entro ha posto il piede,

sente che quasi il cor per duol gli scoppia,

sì che discende dal cavallo e siede,

traendo fuor sospiri a coppia a coppia.

Dovunque volge i torbidi occhi ei vede

cosa ch'il grav'affanno in lui raddoppia;

mai non può rimirar lunge o dappresso

ch'il duol non veggia in vera forma espresso.

— Lasso!, diceva, io luogo ho pur trovato

ove dorrommi ognor meco a bastanza;

ahi quanto, ahi quanto al mio penoso stato

conviensi quest'oscura orrida stanza!

Io qui vivrò, ché così vole il Fato,

lo spazio che di vita ancor m'avanza:

qui de' corbi morrò preda infelice,

sol per amarti troppo, empia Clarice! —

Tutto quel giorno e tutta notte ancora

spese il mesto guerriero in tai lamenti,

apparendogli innanzi ad ora ad ora

varie forme d'orrori e di spaventi;

ma quando ai rai de la vermiglia aurora

si dileguaro l'umid'ombre algenti,

un cavalier da presso armato scorse,

ch'a Baiardo la man nel freno porse,

dicendo: — Or meco vien, ché 'l tuo signore

pur troppo indegno è di sì bon destriero,

poiché soggiace al senso ed al dolore

qual donna vil non già qual cavaliero. —

Così parlando, da la valle fuore

ratto il menò l'incognito straniero,

onde ver' lui Rinaldo irato mosse,

bench'in grave dolor immerso fosse.

Non avrebbe però potuto mai

tenerli dietro per la valle oscura,

non potendo anco con la vista omai

penetrar molto di quell'aria impura;

ma quel così fulgenti e chiari rai

spargea fuor de la lucid'armatura,

che n'eran l'ombre in parte scosse e rotte,

ed illustrata la profonda notte.

Rinaldo per sentier ch'alluma e pinge

lo splendor che da l'armi ardendo uscia,

velocissimo il passo affretta e spinge,

non mai torcendo da la dritta via;

sì che dal luogo uscio ch'intorno cinge

e sovr'ammanta nube oscura e ria,

ed in questa sentì de l'aspra salma

discarca alquanto sollevarsi l'alma.

Fermossi allor quell'uom di luce adorno

che così presto a lui volgea le spalle,

e disse: — Il destrier togli, e più ritorno

non far ne la dogliosa infausta valle;

vanne a man destra, ch'a miglior soggiorno

tosto ti condurrà quest'erto calle. —

Indi per quello stesso a gir si pose,

sì che ratto a sua vista ei si nascose.

Per lo sentier Rinaldo i passi move

ch'avea tenuto il cavalier estrano,

e 'l vede ognor più di bellezze nove

vago e adorno, e più facile e piano;

speme ed ardir fra tanto infonde e piove

ne lo suo cor benigna ignota mano.

Giunse alla fine a piè d'un picciol colle,

ch'il verdeggiante capo a l'aura estolle.

Da quel scendea con piè distorto e lento

lucido e cheto rio tra l'erbe e i fiori,

ed ogni occhio rendea lieto e contento

con le bellezze sue, co' suoi tesori.

D'oro l'arene, i pesci avea d'argento,

le sponde adorne de' più bei colori,

e col soave suon de' suoi cristalli

parea ch'altri invitasse a dolci balli.

Rinaldo a l'alto, ov'il piacer l'alletta,

il passo indrizza, dal desir sospinto,

e vede il suol di viva e fresca erbetta

colmo, e di fiori poi sparso e distinto;

oltra ciò da vaghissima selvetta

intorno intorno coronato e cinto:

sì verde è l'erba e sì la selva è verde,

ch'ogni color vi si smarisce e perde.

L'aria d'almo candor quivi si veste,

raccesa già da' lieti rai novelli,

ed or su quelle frondi ed or su queste

forman dolce armonia dipinti augelli:

sì che rapito dal cantar celeste

oblia Rinaldo i pensieri egri e felli,

e la speme e l'ardire ognor ravviva

grazia che largamente in lui deriva.

Mentre di sì gioconda e sì gradita

vista cibava gli occhi il cavaliero,

e quindi egli porgeva a l'alma aita,

e rischiarava il torbido pensiero,

donna vi scorse che se 'n gia vestita

di verde, e sovra 'l colle aveva impero:

tien quella i lumi e 'l volto al ciel supino,

quasi attenda di là favor divino.

È serena, ridente e lieta in vista,

e nel tacere espresse ha le parole;

mostrano alta baldanza a speme mista

gli occhi ch'apron lucenti un novo sole;

ed indi fugge ogni cura egra e trista,

come da Febo ancor la nebbia suole.

Rinaldo, in lei mirando, al cor profondo

manda per larga via piacer giocondo.

Ei fa varii pensieri, e già gli sembra

d'aver Clarice in suo poter ridutto,

e già ne le leggiadre amate membra

raccôr di sua fatica il caro frutto;

e se pur tra sé volge e si rimembra

il colei sdegno, a lui cagion di lutto,

contempra in parte la presente noia

con la futura imaginata gioia.

Poi ch'appagati ha gli occhi, egli non meno

la fame appaga, e 'l corpo ciba e pasce

di quel che dal fecondo almo terreno

sovra i vaghi arboscei produtto nasce;

e del dolce ruscel gustando a pieno

fa che l'arida sete in tutto il lasce.

L'orecchie a lui percosse intanto sono

da strepitoso d'arme orribil suono.

Affamato leon, che l'unghie e i denti

insanguinato già più dì non s'abbia,

s'ode il muggito de' cornuti armenti,

desta nel fero cuor desire e rabbia;

fiamma riversa da' torvi occhi ardenti,

fumo dal naso e spuma da le labbia;

batte la coda e 'l folto crin rabbuffa,

e lieto corre a sanguinosa zuffa:

così al fero rimbombo appar focoso

Rinaldo in volto, e 'l cor move e raccende,

ch'avido di pugnar, l'ozio e 'l riposo

già lungo troppo a noia e sdegno prende;

senza punto tardar, sul poderoso

destrier saltando leggiermente ascende,

e là donde quel suono a lui ne viene,

volge il cavallo e dritto il corso tiene.

Vide, disceso al basso, ad aspra guerra

star un sol cavalier con molti armati,

ch'otto di lor n'avea già posti a terra,

altri del tutto morti, altri piagati.

Ahi! come destro ei si rinchiude e serra

sotto lo scudo ai color colpi irati;

come possente poi, come feroce

fulmina orribilmente il ferro atroce!

Or tutt'alzato sovra un gran fendente

disnoda il braccio con destrezza e possa;

di punta or vibra il brando suo tagliente,

e col corpo accompagna la percossa.

Rinaldo in lui stupisce, e l'alma sente

da novo amor verso 'l guerrier commossa,

ché la virtù non sol ne' fidi amici,

ma s'ama negli ignoti e ne' nemici.

Disponsi al fine, e con gran cor s'accinge

a dare al franco cavalier soccorso:

cogli sproni Baiardo al fianco stringe,

ed a l'impeto suo rallenta il morso.

Quel, come stral cui curvo acciar sospinge,

move il piè ratto a furioso corso,

e tra' nemici va con quel furore

che tra' minori augei rapace astore.

Rinaldo il ferro sin al mento pose

tra lo spazio che parte ambe le ciglia;

al primo ed al secondo entro, ascose

nel ventre, là dov'il nutrir s'appiglia:

caggiono ambo color qual piante annose,

e fan la terra nel cader vermiglia.

Non qui Rinaldo la sua furia affrena,

ma passa inanzi e costor guarda a pena.

Era quivi fra gli altri un giovanetto

che di peli disgombra avea la guancia.

Questi, vedendo che dannoso effetto

fêa ne' compagni il cavalier di Francia,

di generoso sdegno armato il petto

sopra gli va con l'arrestata lancia,

e con immenso ardir lo preme e 'ncalza,

e 'l fiere a punto ov'il cimier s'inalza.

Rompe la lancia, e non trapassa il duro

ferro ch'asconde l'onorata testa;

pur sotto l'elmo il paladin securo

sente il furor de la percossa infesta,

onde con fero cor, con volto oscuro,

con mano a la vendetta ardita e presta,

spinge una punta e poi segue la spada

col corpo, onde più forte a ferir vada.

Giunge a lo scudo e 'l rompe, e pur coperto

è sette volte da villoso tergo;

rompe non men, bench'egli sia conserto

di spesse ferree lame, il forte usbergo.

È dal ferro crudele il petto aperto,

e quel si mostra sanguinoso a tergo:

cade il garzon su la ferita, e afferra

co' denti e morde l'inimica terra.

Forma fra tanto pur queste parole

confuse, in suon di rabbia e di dolore:

— Soccorri, o padre, a l'unica tua prole,

ch'io moro, oimè! degli anni miei nel fiore. —

Così detto finì, qual lume suole

cui manchi in tutto il notritivo umore;

ma si rivolse al suon di quella voce

un cavaliero in vista aspro e feroce.

Questi, vedendo il figlio al pian sospinto

morir, rabbioso a vendicarlo mosse,

ch'ancorché gli anni abbian domato e vinto

sua robbustezza e le corporee posse,

l'ardir però del cor feroce estinto

non era in lui, ch'altier più che mai fosse.

Adopra l'armi, e fera ardente voglia

di sanguinoso Marte ognor l'invoglia.

Ma qual gran foco e senza forze acceso

in secca paglia in van s'infuria al vento,

perché nel colmo al suo furor conteso

è 'l gir più inanzi, e manca il nutrimento,

tale ei s'infuria in van, di rabbia acceso,

non send'egual la forza a l'ardimento;

e nel collo aspramente al fin trafitto,

al termin giunse a lui dal ciel prescritto.

Il paladin fra gli altri il destrier caccia,

e rota in giro il suo fulmineo brando:

a chi parte la spalla, a chi la faccia,

altri manda disteso a terra urtando.

Man, teste, busti e sanguinose braccia

veggionsi andar per l'aria intorno errando;

né men si mostra il suo compagno forte,

ch'altrui piaga, stordisce e pone a morte.

Già l'inimico stuol tutto si dona

in preda, e n'ha cagione, al vil timore;

e con l'ardir la speme anco abbandona,

e cede a forza al fero ostil furore.

Ciascun di quei guerrier veloce sprona

con timorosa fuga il corridore;

ma i franchi vincitor, fermati insieme,

non degnan di seguir chi fugge e teme.

Allor nel paladin le luci intende

l'estran, colmo di nobil meraviglia,

e fissamente a ricercar lo prende

dal capo al piè con inarcate ciglia,

tal ch'al fine il conosce, e lieto stende

l'amiche braccia, e lui nel collo piglia,

dicendo: — Or chi potea salvarmi in vita,

se non chi sempre il giusto e 'l dritto aita?

O fratello, o signore, o fido, o caro

amico, o prim'onor del secol nostro,

vedete qui chi di se stesso a paro

v'ama: vedete qui Florindo vostro!

Or nulla più mi fia grave ed amaro,

poiché benigno cielo a me v'ha mostro,

ché per voi giusta cura, alto sospetto

continuamente mi premeva il petto. —

Rimane a quel parlar l'altro guerriero

qual chi per tema e per stupor s'adombra,

né certo è ben se quel sia vivo e vero

corpo, o pur de le membra ignuda l'ombra.

Ma pur a mille segni il van pensiero

e 'l folle dubbio al fin dal petto sgombra,

e 'n lui manca il sospetto e 'l gaudio poggia,

e cresce ognor qual rio per larga pioggia.

Rinaldo con quel volto e con que' detti,

con cui s'accoglion le più care cose,

lieto l'accolse, e de' suo' interni affetti

e nel volto e nel dir nulla gli ascose.

Poi che con mille esteriori effetti

ciascun di loro il suo piacer espose,

chiede a l'altro Rinaldo in qual maniera

dal tempestoso mar salvato s'era.

Cominciò quelli: — Io mi credei sovente

d'esser da l'onde rapide inghiottito,

poi ch'al furor del flutto violente

e dal legno e da voi fui dipartito;

pur, come volse il Fato ultimamente,

a gran pena arrivai notando al lito;

ma tanto avea bevuto, e così lasso

mi ritrovai, che non potei far passo.

Io giacea fuor de' sensi, e la mia vita

già correva al suo fin senza ritegno,

s'in sorte così ria benigna aita

porta non m'era dal celeste regno.

Ma quel che, mosso da pietà infinita,

discese in terra a trionfar sul Legno,

fece ch'un cavalier quindi passasse

ch'a la morte vicina mi sottrasse.

Era costui del chiaro sangue altero

degli antichi Corneli in Roma nato,

famoso in arme errante cavaliero

che Scipion l'ardito era nomato,

e di sette città libero impero

nel Lazio avea con titol di ducato.

Questi m'accolse e mi condusse via

in una sua città chiamata Ostia.

A medici d'illustre esperienza

de la salute mia diede il governo,

né lasciò officio alcun di diligenza,

come il moveva ascoso affetto interno;

ma mentre me, che giaceva egro e senza

vigor, conforta con amor paterno,

da quella parte ov'ha 'l suo albergo il core,

mi vide un segno che rassembra un fiore.

Da la pelle il segnal rosso traspare

come da vetro un fior d'orto vermiglio,

il che forse al signor fe' rimembrare

d'un, ch'avea già perduto, unico figlio;

onde dal sommo a l'imo a risguardare

mi cominciò con fisso immobil ciglio,

pensando ch'esser forse io quel potea

cui già bambino egli perduto avea.

Ed era tal credenza in lui più forte

per quel che già gli disse un indovino,

che trovarebbe il figlio in dura sorte,

ed a l'estremo d'ogni mal vicino,

e che tolto da lui fora a la morte,

e sottratto al furor di reo destino.

Tra sé volgendo ciò, rivolte e fisse

in me le luci, al fin così mi disse:

“Signor, vorrei saper, se pur scortese

mia richiesta od ingrata a voi non fia,

il nome e 'l sangue vostro, e qual paese

è la vera di voi patria natia.”

Io tosto a quel parlar gli fei palese

che Numanzia tenea per patria mia,

e che, forse dal fior ch'avea nel petto,

venni nel mio natal Florindo detto.

Gli dissi ancor ch'a pien non era instrutto

qual genitor m'avesse al mondo dato,

e seguendo oltra poi, gli narrai tutto

ciò ch'a me l'idol prima avea narrato.

Allor quel non ritenne il volto asciutto,

né ritenne il color del volto usato,

e non frenò le voci; e con le braccia

mi cinse e strinse, e giunse faccia a faccia.

Mi disse poi com'era io suo figliuolo,

ch'essendo già bambin gli fui rapito

da un grosso di corsari armato stuolo,

ch'a l'improviso dismontar sul lito:

onde mia madre se 'n morì di duolo,

ed egli ne rimase egro e smarrito;

nel tempo istesso ancora io seppi come

Florindo no, ma Lelio era 'l mio nome.

Disposi allor, dal dir paterno e saggio,

anzi pur dal voler di Dio sospinto,

ed illustrato dal divin suo raggio,

ch'aprì le nubi ond'era involto e cinto,

adorar lui che 'l nostro uman legnaggio

salvò morendo, onde Pluton fu vinto;

così asperso di sacra e lucid'onda

fui, che lava le membra e l'alma monda. —

Qui si tacque il Romano; indi seguio

ch'egli congiedo avea dal padre tolto,

spronato, lasso! dal crudel desio

di riveder il vago amato volto,

e per tentar se mai potesse il rio

sdegno ch'avea contr'esso Olinda accolto,

sgombrar dal duro ed aggiacciato core

con servitù, con fede e con amore.

Gli disse ancor ch'a l'apparir del giorno

senza cagione, il che gli parve strano,

tutti gli fur que' cavalieri intorno,

e l'assaltar con impeto villano,

per farli a lor potere oltraggio e scorno;

onde Rinaldo ad un, che steso al piano

giacea, ne chiese la cagione, e poi

chi si fosse egli, chi quell'altri suoi.