Canto V

By Torquato Tasso

Mentre il soccorso a lei promesso attende

la donna ed usa in procurarlo ogn'arte,

vari romori il capitano intende

a quanto ella narrò conformi in parte.

Per questo via più facile ei si rende

a confidarle una sì cara parte

de l'essercito suo, chè vere stima

le sue parole onde fu dubbio prima.

Ma pria che de' più forti al paragone

diece ne scelga in quella gente eletta,

a cui d'Armida e d'ogni sua ragione

la difesa e la cura si commetta,

vuol che s'elegga un successor d'Ottone

onde schiera sì nobile sia retta,

che senza duce stata era dapoi

ch'esso finì pugnando i giorni suoi.

E già per questo grado infra i maggiori

mastri di guerra eran contese ed ire,

ch'insieme Ugo e Roberto a i primi onori,

ed Ernando ed Ubaldo avien ch'aspire,

benchè i duo primi accesi in novi amori

di seguir poi la donna ebber desire.

Restò fra gli altri due d'onor contesa

a cui non calse di novella impresa.

Sceso era Ernando da' famosi regi

de la Castiglia, ond'ha il fratel l'impero,

però lo rendon le corone e i pregi

de' suoi maggiori oltra ragione altero.

Superbo Ubaldo è de' suoi propri pregi

più che de l'opre, che i passati fèro,

ancor che gli avi suoi molt'anni e lustri

stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.

Ma l'orgoglioso ispan, che sol misura

quanto l'oro e 'l domino oltre si stenda,

e per sè stima ogni virtute oscura

cui titolo regal chiara non renda,

non può soffrir che 'n ciò ch'egli procura

seco Ubaldo di meriti contenda,

e se ne cruccia sì ch'oltra ogni segno

di ragione il trasporta ira e disdegno.

Tal che 'l maligno spirito d'Averno,

che 'n lui strada sì larga aprir si vede,

tacito in sen gli serpe ed al governo

de' suoi pensieri lusingando siede.

Quivi più sempre l'ira e l'odio interno

inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede;

e fa che 'n mezzo l'alma ognor risuone

una voce ch'a lui così ragione:

«Teco Ubaldo contende: or che ti vale

dunque l'esser di re nato e d'eroi?

Narri costui, ch'ora di farsi eguale

a te presume, il padre e gli avi suoi;

mostri scettri e corone, e di regale

dignitate gli agguagli a' maggior tuoi.

Ah quanto ardisce un che d'ignobil stato

signore e ne la serva Italia è nato!

Vinca egli o perda omai, fu vincitore

sin da quel dì ch'emulo tuo divenne

chè dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore):

"Questi già con Ernando in gara venne."

Recar poteva altrui gloria e splendore

quel grado posseder ch'Otton già tenne;

tu qual gloria n'avrai, s'Ubaldo il chiese,

che chiedendolo solo indegno il rese?

E se, poi ch'altri più non parla e spira,

de' nostri affari alcuna cosa sente,

come credi che 'n ciel di sdegno e d'ira

il magnanimo Otton si mostri ardente,

mentre in questo superbo i lumi gira

ed al suo temerario ardir pon mente,

lo qual, sperando a tanto grado alzarsi

seco ancor, non pur teco osa agguagliarsi?

E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta

in vece di castigo onore e laude,

e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'essorta

(o vergogna commune!) e chi gli applaude.

Ma se Goffredo il vede, e gli comporta

che di ciò ch'a te dèssi egli ti fraude,

no 'l soffrir tu; nè già soffrir lo dèi,

ma mostra ciò che puoi e ciò che sei.»

Al suon di queste voci arde lo sdegno

e cresce in lui quasi commossa face;

nè capendo nel cor gonfiato e pregno,

per gli occhi n'esce e per la lingua audace.

Ciò che di reprensibile e d'indegno

crede in Ubaldo, a suo disnor non tace;

superbo e vano il finge, e 'l suo valore

pazza temerità chiama e furore.

E quanto di magnanimo e d'altero

e d'eccelso e sublime in lui risplende,

tutto adombrando con mal arti il vero,

pur come vizio sia, biasma e riprende,

e ne ragiona sì che 'l cavaliero,

emulo suo, publico il suon n'intende;

nè però si raccheta o si raffrena

il cieco impeto in lui ch'a morte il mena,

chè 'l reo demon che la sua lingua move

di spirto in vece, e forma ogni suo detto,

fa che l'onte e gli oltraggi ognor rinove,

esca aggiungendo a l'infiammato petto.

Luogo è nel campo assai capace, dove

s'aduna sempre un bel drapello eletto,

e quivi insieme in torneamenti e 'n lotte

rendon le membra vigorose e dotte.

Or quivi, allor che v'è turba più folta,

pur, come è suo destino, Ubaldo accusa,

e quasi acuto strale in lui rivolta

la lingua, del velen d'Averno infusa;

ed è vicino Ubaldo e i detti ascolta,

nè puote l'ira omai tener più chiusa,

ma: "Menti "grida, e adesso a lui si spinge,

e nudo ne la destra il ferro stringe.

Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo

che di folgor cadente annunzio porte.

Tremò l'ispan, nè vide o fuga o scampo

da la presente irreparabil morte;

pur, sendo tutto testimonio il campo,

fa sembianti d'intrepido e di forte,

e fermo attende il fier nemico, e 'n atto

di difesa si reca il brando tratto.

Quasi in quel punto ancor ben mille ardenti

spade fur viste fiammeggiar insieme,

chè varia turba di mal caute genti

d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.

D'incerte voci e di confusi accenti

un suon per l'aria si raggira e freme,

qual egli s'ode a le marine sponde

se combattono insieme i venti e l'onde.

Ma per parole altrui già non s'allenta

ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira.

Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta

chiudergli il varco, e a la vendetta aspira;

e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa,

e la fulminea spada in cerchio gira:

dovunque volge il ferro o drizza il piede,

s'apre la turba spaventata e cede.

Tal che 'l nemico affronta, e con maestra

mano i colpi vèr lui drizza e comparte:

or al petto, or al capo, or a la destra

tenta ferirlo, or a la manca parte;

spesso finge ed accenna, ed è la destra

veloce sì che gli occhi inganna e l'arte,

tal ch'improvisa e inaspettata giunge

ove meno si teme, e fère e punge.

Nè cessò mai sin che nel seno immersa

gli ebbe due volte la fatal sua spada.

Cade il meschin su la ferita, e versa

gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.

L'arme ripon di caldo sangue aspersa

il vincitor, nè sovra lui più bada;

ma si rivolge altrove, e insieme spoglia

l'animo crudo e l'adirata voglia.

Giunto al romore il capitano intanto

vede fero spettacolo improviso:

giacer Ernando, il crin di sangue e 'l manto

sordido e molle, e pien di morte il viso;

ode i sospiri, ode i lamenti e 'l pianto

che molti fan sovra il guerriero ucciso.

Tutto si turba, e chiede chi commesso

abbia in tal luogo sì crudele eccesso.

Un de gli amici del guerriero estinto

glie 'l narra allor, ma il caso aggrava molto.

Mostra che da ragion leggiera spinto

Ubaldo avea colui di vita tolto,

e che quel ferro, che per Cristo cinto

fu sol, contra i cristiani avea rivolto,

e la maestà sua sprezzata e 'l bando

co 'l poner mani in cotal luogo al brando;

e che per legge è reo di morte e deve,

come l'editto impone, esser punito,

sì perchè 'l fallo in se medesmo è greve,

sì perchè in luogo tale egli è seguito;

e che se del suo error perdon riceve,

fia ciascun altro co 'l suo essempio ardito,

e che gli offesi poi quella vendetta

cercaran far ch'a i giudici s'aspetta;

onde per tal cagion discordie e risse

ne nasceran fra quella parte e questa.

Rammentò i merti de l'estinto, e disse

tutto ciò ch'o pietade o sdegno desta.

Ben vi fu chi s'oppose e contradisse

e la causa del reo dipinse onesta.

Il capitan gli ascolta, e poscia impone

che sia condotto l'uccisor prigione.

Ma Tancredi, che quivi allor s'avenne

e pienamente ogni lor detto accolse,

tanto o quanto fra lor non si ritenne,

e verso Ubaldo i passi in fretta volse.

Trovollo a la sua tenda, ove ei se 'n venne

poi ch'al nemico altier l'orgoglio tolse.

Quivi gli espon quanto have udito, e poi

l'arme offrisce e gli amici a' piacer suoi.

Sorrise quell'altero, e con un volto

in cui tra 'l riso lampeggiò lo sdegno:

"Difenda sua ragion ne' ceppi involto

chi servo è "disse "o d'esser servo è degno.

Libero io nacqui e vissi, e morrò sciolto

pria che man porga o piede a laccio indegno:

usa a la spada è questa destra ed usa

a le palme, e vil nodo ella ricusa.

Ma se a' meriti miei questa mercede

Goffredo rende e vuol impregionarmi

per com'io fossi un uom del vulgo, e crede

a le carceri vili avinto trarmi,

venga egli o mandi, io terrò fermo il piede.

Giudici fian tra noi la sorte e l'armi:

fera tragedia vuol che s'appresenti

per lor diporto a le nemiche genti. –

Ciò detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto

di finissimo acciaio adorno rende,

rende d'aurato scudo il braccio onusto,

e la fatale spada al fianco appende;

e 'n sembiante magnanimo ed augusto,

come folgore suol, ne l'armi splende.

Marte, e' rassembra te qualor del quinto

cielo scendi di ferro e d'orror cinto.

Tancredi intanto i feri spirti e 'l core

insuperbito d'ammollir procura.

"Giovane invitto, "dice "al tuo valore

so che fia piana ogn'erta impresa e dura,

so che fra rischi sempre e fra 'l terrore

la tua eccelsa virtute è più secura;

ma non consenta Dio ch'ella si mostri

oggi sì crudelmente a' danni nostri.

Dimmi, che pensi far? vorrai le mani

del civil sangue tuo dunque bruttarte?

e con le piaghe indegne de' cristiani

trafiger Cristo, ond'ei son membra e parte?

D'un transitorio onor rispetti vani

che come onda di mar se 'n viene e parte,

potranno in te più che la fede e 'l zelo

di quella gloria che ci eterna in Cielo?

Ah non sia ver!, vinci te stesso e spoglia

questa feroce tua mente superba;

non per timor, ma per pietosa voglia

cedi, ch'al ceder tuo palma si serba.

E se pur non indegna onde si toglia

essempio è la mia verde etade acerba,

anch'io fui provocato, e pur non venni

a contese civili e mi contenni;

ch'avendo io preso di Cilicia il regno,

e l'insegne spiegatevi di Cristo,

Baldovin sopragiunse, e con indegno

modo occupollo e ne fe' vile acquisto,

mentre, sendo d'amico ogni suo segno,

del suo avaro pensier non m'era avisto;

ma con l'arme però di ricovrarlo

non tentai poscia, e potea forse farlo.

E se pur anco la prigion ricusi

e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,

e seguir vuoi quei militari abusi

che per leggi d'onore approva il mondo,

lassa qui me ch'al capitan ti scusi

e ti ricopra tu presso Boemondo,

chè nè soppórti in questo impeto primo

a i suoi giudizi assai securo stimo.

Ben tosto fia, se pur qui contra avremo

l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano,

ch'assai più chiaro il tuo valor estremo

ci apparirà mentre sarai lontano,

chè senza te sembrerà il campo scemo,

quasi corpo cui manca o braccia o mano. –

Con questi detti la sdegnosa mente

de l'audace garzon rivolge e piega,

tal ch'egli di partirsi immantinente

fuor di quell'oste al suo fedel non nega.

Molta intanto è concorsa amica gente,

e di gir seco ognun procura, e prega;

egli tutti ringrazia, e seco prende

alcuni eletti e su 'l cavallo ascende.

Parte, e porta un desio d'eterna ed alma

gloria ch'a i cori eccelsi è sferza e sprone;

a magnanime imprese intenta ha l'alma,

ed insolite cose oprar dispone:

gir fra' nemici, ivi o cipresso o palma

acquistar per la fede ond'è campione,

scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove

fuor d'incognito fonte il Nilo move.

Mentre tai cose volge e 'l pensier gira

a quante egli mai fece opre leggiadre,

e a superar con nove imprese aspira

se medesmo e l'invidia, e gli avi e 'l padre,

ecco un gran calpestio sente, e rimira

già venirsi appressando armate squadre.

Ben comprende chi siano e 'l passo arresta,

e insolita fierezza in lui si desta.

Ministri di giustizia eran costoro,

che per farlo prigion seguian la traccia.

Molti amici d'Ernando avean con loro

di pugnar vaghi ove difesa ei faccia.

Ma come alquanto avicinati foro,

sbigottìr solo in rimirarlo in faccia,

tal parve, e tanto e sovra ogni costume

sì fatto uscia de l'armi orrore e lume.

Nè Giove forse in più superba fronte

fra nubi apparse e nembi atri e sonanti,

allor che, sendo monte imposto a monte,

tonò sovra gli orribili giganti.

Quei che dianzi le voglie avean sì pronte

fermano il passo or languidi e tremanti,

non osando appressar dove l'antenna

massiccia ei vibra e di ferire accenna.

Così talor di fera tigre o d'orso

le vestigia seguir sogliono i cani,

ch'ognun di lor per appressarlo il corso

rinforza a gara, e passan monti e piani.

Ma l'unghie fiere e i denti acuti al morso

vedendo poi come son men lontani,

cessa la fretta e intepidiscon l'ire,

nè con la belva han d'affrontarsi ardire.

Tu sol fra tutti a manifesta morte

precipitosamente Ugon corresti,

ch'o correr seco una modesta sorte

o vendicare il tuo signor volesti.

Misero, e così duro incontro e forte

de l'avversario tuo feroce avesti,

che ti ruppe lo scudo e 'l forte usbergo

la lancia, e sanguinosa uscì del tergo.

Cadde trafitto Ugone, e 'l suo destriero

al suon de la caduta oltra trascorse.

Come miràr quegli altri il colpo fiero,

molto la tema lor s'accrebbe e sorse,

e così chiari segni altrui ne dièro,

che 'l magnanimo eroe ben se n'accorse.

Onde quando fuggirne ognun risolve,

vòta la destra alzando a lor si volve.

"Itene pur, ch'aventuroso fato

di così nobil morte or non vi degna.

Grazia vi fòra e non pena, se dato

vi fosse di cader per man sì degna. –

Così in sembiante men fero e turbato

parla e parte, e risposta udirne sdegna,

quasi leon che da gli offesi armenti

sazio si move a passi gravi e lenti.

Fra vergogna e timor mesti e confusi

riportan quelli il cavaliero ucciso.

Goffredo, ancor che con rampogne accusi

la lor viltade e mostri irato il viso,

gode tacito in sè che sì delusi

tornati sian del lor fallace aviso.

Ama l'invitto Ubaldo, e la severa

legge esseguire in lui molesto gli era.

Di procurare il suo soccorso intanto

non cessò mai l'ingannatrice rea.

Instava il giorno, e ponea in uso quanto

l'arte, l'ingegno e la beltà potea;

ma poi, quando scoprendo il volto santo

Espero in occidente il dì chiudea,

fra due suoi cavalieri e due matrone

ricovrava in disparte al padiglione.

Ma benchè sia mastra d'inganni, e i suoi

modi gentili e le maniere accorte,

e che simil bellezze o prima o poi

non siano state in altra donna scorte,

tal che del campo i più famosi eroi

presi abbia d'un piacer tenace e forte;

non è però ch'a l'esca de' diletti

il buon Goffredo lusingando alletti.

In van cerca invaghirlo, e con mortali

dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,

chè qual saturo augel, che non si cali

ove il cibo mostrando altri l'invita,

tal ei sazio del mondo i piacer frali

sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,

e quante insidie al suo bel volo tende

l'infido amor, tutte fallaci rende.

Nè impedimento alcun torcer da l'orme

puote, che Dio ne segna, i pensier santi.

Tentò ella mill'arti, e 'n mille forme

quasi Proteo novel gli apparve inanti,

e desto Amor, dove più freddo dorme,

avrian gli atti dolcissimi e i sembianti:

ma qui (grazie divine) ogni sua prova

vana riesce e 'l ritentar non giova.

La bella donna, ch'ogni cor più casto

arder credeva ad un volger di ciglia,

oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!

e quale ha di ciò sdegno e maraviglia!

Rivolger le sue forze ove contrasto

men duro trovi al fin si riconsiglia,

qual capitan ch'inespugnabil terra

stanco abbandoni, e porti altrove guerra.

Ma contra l'arme di costei non meno

si mostrò di Tancredi invitto il core,

però ch'altro desio gli ingombra il seno,

nè vi può luogo aver novello ardore;

chè sì come da l'un l'altro veleno

guardarne suol, tal l'un da l'altro amore.

Fuor che questi due soli alcun non fue

che resistesse a le bellezze sue.

Ella, se ben si duol che non succeda

sì pienamente il suo disegno e l'arte,

pur fatto avendo così nobil preda

di tanti eroi, si racconsolò in parte.

E pria che di sue frodi altri s'aveda,

pensa condurli in più sicura parte,

ove gli leghi poi d'altre catene,

che non son quelle ond'or presi li tiene.

E sendo giunto il termine che fisse

il capitano a darle alcun soccorso,

a lui si trasse riverente e disse:

"Sire, il tempo prescritto è già trascorso,

e se per sorte il reo tiranno udisse

ch'io abbia fatto a l'arme tue ricorso,

prepararia sue forze a la difesa,

nè fòra poscia agevole l'impresa.

Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti

voce incerta di fama o certa spia,

scelga la tua pietà fra' tuoi più forti

alcuni pochi, e meco or or gli invia,

chè se non mira il Ciel con occhi torti

l'opre mortai, nè l'innocenza oblia,

sarò riposta in regno, e la mia terra

tributaria avrai sempre in pace e in guerra. –

Fu la donna essaudita, ed a gli effetti

indugio alcuno il capitan non diede.

Ma nel numero ognun de' diece eletti

con insolita instanza esser richiede,

ch'oltra che dolce speme a gir gli alletti

dovunque volga la donzella il piede,

quella emulazion che 'n lor si desta

più importuni li rende a la richiesta.

Ella, che 'n lor rimira aperto il core,

prende vedendo ciò novo argomento,

e pensa usar in lor d'empio timore

di gelosia per terza e per tormento;

sapendo ben ch'al fin invecchia Amore

senza quest'arti, e divien pigro e lento,

quasi destrier che men veloce corra

se non ha chi lo segua e chi 'l precorra.

E in tal modo comparte i detti sui

e i guardi lusinghieri e 'l dolce riso,

ch'alcun non è che non invidii altrui,

nè il timor da la speme è in lor diviso.

La folle turba de gli amanti, a cui

stimolo è l'arte d'un fallace viso,

senza fren corre, e non gli tien vergogna,

e loro indarno il capitan rampogna.

Ei ch'egualmente satisfar desira

ciascun di loro e in nulla parte pende,

se ben alquanto di vergogna e d'ira

per l'importunità d'essi s'accende,

dapoi che sì ostinati in ciò li mira,

novo consiglio in accordarli prende:

"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso

pongansi, "disse "e sia giudice il caso. –

Subito il nome di ciascun si scrisse,

ed in un'urna posti e scossi foro,

e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse

fu il conte di Pembrozia Artemidoro.

Legger poi di Corrado il nome udisse,

ed uscì Vincilao dopo costoro:

Vincilao che canuto e vecchio amante

or pargoleggia, e fu sì saggio inante.

Oh come il volto hanno ridente, e pregni

gli occhi di gioia che dal core inonda,

questi tre primi eletti, i cui disegni

la fortuna in amor destra seconda!

D'incerto cor, di gelosia dan segni

gli altri i cui nomi avien che l'urna asconda,

e da la bocca pendon di colui

che spiega i brevi e legge i nomi altrui.

Guasco quarto fuor venne, a cui successe

Terpandro ed a Terpandro indi Olderico,

poscia Guglielmo Ronciglion si lesse,

e 'l bavaro Aliprando, e 'l franco Enrico.

Rinaldo ultimo fu, che farsi elesse

poi, fè cangiando, di Giesù nemico

(tanto puote Amor dunque?); e questi chiuse

il numero de' dieci, e gli altri escluse.

D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti,

chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,

e te accusano, Amor, che le consenti

che ne l'imperio tuo giudice sia.

Ma perch'instinto è de le umane menti

che ciò che più si vieta uom più desia,

dispongon molti ad onta di fortuna

seguir la donna come il ciel s'imbruna.

Voglion sempre seguirla a l'ombra e al sole,

e per lei combattendo espor la vita.

Talor tira alcun motto, e con parole

tronche e dolci sospiri ella gli invita,

ed or con questo ed or con quel si duole

che far convienle senza lui partita.

S'erano armati intanto, e da Goffredo

toglieano i diece cavalier congedo.

Gli ammonisce quel saggio a parte a parte

come la fè de' Mori è incerta e lieve,

e mal securo pegno; e con qual arte

l'insidie e i casi avversi uom schivar deve;

ma son le sue parole al vento sparte,

nè consiglio d'uom sano Amor riceve.

Loro accommiata al fine e la donzella,

e trecento altri ancor manda con ella;

trecento cavalieri in Grecia nati,

che son di ferro men de gli altri carchi:

pendon spade ritorte a l'un de' lati,

sonano al tergo lor faretre ed archi:

asciutti hanno i cavalli, al corso usati,

a la fatica invitti, al cibo parchi:

ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi,

e combatton fuggendo erranti e sparsi.

Parte la donna, e i miseri rivali

quasi prigioni al suo trionfo inanti

seco n'adduce, e tra infiniti mali

lassa la turba poi de gli altri amanti.

Ma come uscì la notte, e sotto l'ali

menò il silenzio e i lievi sogni erranti,

secretamente, come Amor gl'informa,

molti seguìr de la donzella l'orma.

Fra le tenebre cieche un cieco duce

gli scorge per sentiero obliquo e torto.

A l'apparir de la novella luce

si fu del lor partir Goffredo accorto;

e pensò ben ch'a tal follia gl'induce

amor, e dolor n'ebbe e disconforto.

E la mente, indovina de' lor danni,

d'alcun futuro mal par che s'affanni.

Mentre tai cose volge, un messo appare

polveroso, anelante, in vista afflitto,

in atto d'uom ch'altrui novelle amare

rechi, e porti il dolore in fronte scritto.

Narra costui che nel propinquo mare

l'armata apparsa è del gran re d'Egitto,

potente, innumerabile e che l'onde

domina omai da l'une a l'altre sponde;

e che l'armata ligura si serra

dentro il porto d'Edissa, nè paura

solo ha d'uscir, ma sostener la guerra

ivi rinchiusa ancor non s'assicura.

Onde pensan di trarre i legni a terra

e le genti raccòrre entro le mura,

sendo quella città d'arte e di sito

forte e lontana oltra due stadi al lito.

Soggiunse a questo poi che, da le navi

sendo condotta vettovaglia al campo,

i cavalli e i camelli onusti e gravi

trovato aveano a mezza strada inciampo,

e che i lor difensori uccisi o schiavi

restàr pugnando, e nessun fece scampo,

da' predoni d'Arabia in una valle

assaliti a la fronte ed a le spalle;

e che l'insano ardire e la licenza

di que' barbari erranti è omai sì grande

che 'n guisa d'un diluvio intorno senza

alcun contrasto si dilata e spande,

onde convien ch'a porre in lor temenza

alcuna squadra di guerrier si mande,

ch'assicuri la via che da l'arene

del mar Mediterraneo al campo viene.

D'una in un'altra lingua in un momento

tal fama intorno serpe e si distende,

e 'l campo empie d'orrore e di spavento

la fame che vicina omai s'attende.

Il saggio capitan, che l'ardimento,

e la fiducia in lor spenta comprende,

cerca con lieto volto e con parole

come gli rassicuri e racconsole.

"O per mille perigli e mille affanni

meco passati in quelle parti e in queste,

campion di Dio, ch'a ristorare i danni

de la cristiana sua fede nasceste;

voi, che l'arme di Persia e i greci inganni,

e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,

de la fame i disagi e de la sete

superaste, voi dunque ora temete?

Temete dunque? e la pietà di Giove,

già conosciuta in caso assai più rio,

non v'assicura, quasi or vòlto altrove

abbia le man benigne e 'l guardo pio?

Tosto un dì fia che rimembrar vi giove

tal cose, e solver voti e grazie a Dio.

Durate, e con un cor costante e forte

riserbate voi stessi a miglior sorte. –

Con questi detti le smarrite menti

consola, e con sereno e lieto aspetto,

ma preme mille cure egre e' dolenti

altamente riposte in mezzo al petto.

Come possa nudrir sì varie genti

pensa fra la penuria e fra 'l difetto,

come a l'armata in mar s'opponga, e come

gli Arabi predatori affretti e dome.