CANTO V

By Luigi Alamanni

Ma in quella parte ove le picciol'onde

per sentiero arenoso l'Euro spinge,

non più ch'altrove il suo furore asconde

Marte, o con meno ardor, la spada stringe:

anzi le verdi pria fiorite sponde

d'altro fero color bagna e dipinge,

e tutto intorno all'infelice fossa

ha stampato il terren di sangue e d'ossa.

Ivi il buon re dell'Orcadi tenea

la vece di Gaven, mentre è ferito,

e con senno e con arte si movea,

non però tal che men si mostri ardito;

ma il valore e 'l consiglio correggea

sì ben tra lor, che nullo era impedito,

ed avea già con l'aste sue primiere

oppresse di timor l'avverse schiere:

de' quai fu conduttor Brunoro il Nero,

però che il re Clodino era lontano,

seco estimando in nobil cavaliero

opra di cor rozzissimo e villano

sì tosto ripigliar l'ingiusto impero,

e contra ogni ragion muover la mano

sopra la gente pia ch'a torto offesa

pur credea che dal ciel fosse difesa.

Così l'un corno e l'altro il proprio duce

avea cangiato, e non con men virtude

di lor ciascuno all'opra si conduce,

né di quei men valor nel petto chiude:

ben che d'anni ineguali, in ambe luce

gloria sembiante, perché in mille crude

battaglie si trovar contrari e 'nsieme,

in cui senno mostraro e forze estreme.

Or, mischiati fra lor da ciascun lato,

non si discerne alcun che muova il piede,

ma sta qual torre o sasso alto piantato

che d'aperti confin termine siede;

poi col braccio e col ferro insanguinato

contra il fero vicin spinger si vede,

e senza cura aver della sua sorte

solo inteso restar nell'altrui morte;

e fra molti miglior più d'altro appare

il figliuol del re Lago, il forte Eretto,

tutto pien di desio d'alto montare

in brevissimi giorni al fin perfetto

di somma gloria, e 'n dietro a sé lassare

gli altrui canuti onor, lui giovinetto:

così dove scernea più gran periglio

di più innanzi passar prendea consiglio;

né a sì nobil disegno fu nemica

nel primo incominciar fortuna infida,

che con sommo valor ratto s'intrica

tra i più folti nemici, ed ella il guida

ove Bucalïon danno e fatica

dava a i Britanni, e loro appella e sfida

dicendo: “Ove son or quei tanto arditi

che minaccian sì spesso i nostri liti,

e quando son lontan sembran lioni,

poi pecorelle vili, ove noi semo?

E s'al calcar le nostre regïoni

hanno oprato in cammin la vela e 'l remo,

al tornar fia mestier più che di sproni,

per chi non fosse pur di vita scemo:

i quai pochi saranno, in fin che basta

questa mano a portar la spada e l'asta”.

E mentre dice pur, sopra gli viene

il valoroso Eretto, e dritto pose

il ferro entro la bocca, ch'ancor tiene

parlando aperta, e tutto in essa ascose:

così senza altro dir, qual si conviene,

al folle ragionar silenzio pose;

cadde egli a terra come sciolta salma,

e mordendo il terren si fuggì l'alma.

Oltra varcando poi, trova Mecisto,

in Frisia nato e nel medesmo loco,

che del compagno suo doglioso e tristo

per desio di vendetta ha il cor di foco;

ma il fero giovinetto, al nuovo acquisto

volto il pensiero, il passo affrena un poco

fin ch'ei s'appresse, e poi ver lui si getta

come d'arco miglior leve saetta;

e pria ch'a lui ferir presto il vedesse

il colpo gli addrizzò dove le coste

son nel mezzo del petto aggiunte e spesse,

delle parti migliori in guardia poste:

e passò levemente oltra per esse

nelle spine del dorso, a quelle opposte;

così la man, percosse quelle a pena,

lasciò l'asta cader sopra la rena,

ed ei tutto incurvato, e riversando

per la bocca doglioso l'esca e 'l vino,

andò col volto in giù di vita in bando

e dié l'ultimo fine al suo destino.

Trovò doppo costui, che van cercando

se sarà il ferro lor del suo più fino,

Astillo, Polipete, Ablero, Elato

ai quali ad uno ad un la morte ha dato;

tutti nati in Usfalia, in mezzo l'onde

di Visurgo e d'Amasio a cui del Reno

la destra foce di non molto asconde

l'acque ch'all'oceàn ripone in seno.

Segue oltra Eretto, e qual l'aride fronde,

poi che il calore estivo già vien meno,

nel tardo autunno d'Aquilone al fiato

caggion, nudo lassando il tronco amato;

tal da colpi di lui cader si vede

gente infinita poi di sangue oscura,

e 'n guisa fa ch'omai ciascun col piede,

non con la man la vita s'assecura:

già tutto il corno a lui soletto cede,

chi per forza d'altrui, chi per paura,

perché i pochi e miglior di tema sciolti

son via portati dal fuggir de' molti.

Ma il feroce Brunoro e Dinadano,

il suo caro fratello, han tosto udito

il gran danno de' suoi molto lontano

da Marigarto il grande, che ferito

vicino al braccio nella destra mano,

non potendo altro far, volando è gito

e grida in alto suon: “Drizzate il passo

ove il popol vi chiama afflitto e lasso”;

e senza oltra più dir ratti gli mena

ove d'un sol temea la folta schiera,

all'apparir de' quai tutta ripiena

tornò di gioia e di speranza altera:

non altrimenti, allor che rasserena

il ciel, doppo l'algente orrida e fera

del rio verno stagion, tornan gli augelli

sopra i rami a cantar gaietti e snelli.

Cotal si scerser tutti rivestire

lo smarrito vigore, alta marcede

rendendo a Dio che non volea soffrire

che lungo fosse il danno che gli diede.

Or già ricinto il dispogliato ardire

ciascun verso i nemici torna il piede,

e col favor de' duo gran duci insieme

ove indietro fuggiva, innanzi preme.

Avea Brunoro il Nero in quella parte

onde allor si movea, l'asta troncata;

però dal suo scudier, ch'era in disparte,

lo scudo ha tolto, dove in argentata

sede surge il leon, che in estrana arte

di rosso e brun la veste avea cangiata:

poi tratta fuor la sua pesante spada

facea col suo valore a gli altri strada.

In compagnia non solo ha Dinadano,

ma Nabone il fellone ed Agrogero,

che fu chiamato il crudo, e Terrigano

il grande insieme, e Gracedono il fero;

e perché da quel loco iva lontano,

di quei che dimorar lassò l'impero

a Margondo, Galindo e Gunebaldo,

che 'l tenesser composto, unito e saldo.

Ma come all'arrivar de i can più fidi

suol l'orecchie levar lupo rapace

ch'avea trovata in solitari lidi

la greggia stanca che nell'ombra giace,

che la fame al predar vuol che s'affidi,

e 'l contrario di lei temenza face:

e mentre è 'n dubbio ancor, tal forza ha sopra

che del bosco convien s'asconda e cuopra;

così nel sorvenir di guerrir tali

fé il valoroso Eretto, che si duole

ch'aggian tarpate a tal vittoria l'ali,

e desia di seguir come pria suole:

ma l'arme di costor, ch'han pochi eguali,

già lo sforzano a far quel che men vuole,

onde i colpi schifando accolto e basso

si ripose fra' suoi con lento passo,

e quanto puote il meglio lui conforta

ciascuno a non temer l'atra tempesta

ch'una subita nube loro apporta,

che quanto ha più furor, più tosto resta;

e per ben lor fermar salda la porta

raddoppia insieme alla primiera testa

quanti scudi ha quel lato, e curvi a terra

vuol che sostengan sol, non muovan guerra.

Ma quei, rimessa in un la miglior parte,

mossi d'alto disio di vendicarse

venian con tal ardir, che 'l propio Marte

quasi avria contr'a lor le forze scarse:

e ben ch'ivi ritrovin con molta arte

a i disegni animosi contrastarse,

non perdon la speranza, anzi l'impresa

van seguitando più ch'è più difesa.

Son le due schiere già sì giunte insieme

che 'l braccio con la man resta impedito;

nessun ritira il passo e ciascun preme

senza avanzarsi il termine d'un dito,

ciascun gli altri minaccia e nessun teme,

né del suo percussor cura il ferito:

e non gli scudi pur, ma dansi in alto

le celate e i cimier l'istesso assalto.

Ma il feroce Brunoro, che non vede

d'ottener la vittoria alcuna via,

mentre il suo Dinadano a quei provvede,

con pochi de i miglior queto s'invia

in quella parte ch'alla destra siede,

ove la minor gente e la più ria

stava di quei d'Arturo, ché l'eletta

all'insegna d'Eretto era ristretta.

Creuso il Senescial soletto trova

che presago di ciò d'intorno chiama:

“Il passo in ver di me correndo muova

chi la vita salvar cerca e la fama,

ché la schiera ch'or viene altera e nuova

il nostro sangue e la nostr'onta brama,

e se non provveggiam con sommo ardire

porria forse adempir lo suo desire”.

Così diceva; e poi ch'insieme ha posto

lo stuol che di Cornubia avea menato,

per dar baldanza a' suoi, quanto può tosto,

d'assalir cerca il gran nemico armato:

il quale è nel suo cor fermo e disposto

che 'l passar indi non gli sia vietato,

e con impeto tal fra lor percuote

che la valle al romor la fronte scuote.

Ma non cede per questo il buon Creuso,

che lo scudo tien saldo e 'l ferro spinge,

che in altra parte e in altri tempi era uso

ove il terren di sangue si dipinge;

ma poi che 'l suo sperar torna deluso

Brunoro irato contro a lui s'accinge,

e con la spada nello scudo il fere,

che non poté più intero rimanere:

che, quantunque sì fin fosse l'acciaro

che pochi altri n'avea simili ad esso,

tutte l'ottime tempre no 'l salvaro,

che 'l sinistro suo lato ha in terra messo.

Creuso gli rendeo colpo più amaro,

che di vibrante punta il colse presso

della gola in quel loco che sostiene

l'osso che dalla spalla al petto viene,

e passò alquanto dentro, ma il periglio

fu del danno in quel punto assai maggiore,

ché, se ben ne tornò 'l ferro vermiglio,

non gli tolse però spirto o vigore.

Ma in questo mezzo rivolgendo il ciglio

Creuso ove sentia più gran romore

Nabon vede, Agrogero e Gracedono,

che quasi tre leon fra' cervi sono.

Degli oscuri guerrieri uccisi han tanti

che la terra di lor parea coperta:

d'altri poi duci e cavalieri erranti

o scudieri o cugin di fama aperta,

morto è Lamete, che in destrezza quanti

ebbe mai la Cornubia al corso esperta

vincea già tutti, e vincerebbe ancora,

se dallo stadio suo non uscia fuora;

ma di pregio maggior desire il prese,

ché di Creuso allor l'orme seguìo,

fin che, in van sospirando il suo paese,

per le man di Nabon miser morìo.

In Cinero e in Asseo non men si stese

per quel ferro medesmo il destin rio,

che gli fé d'un sol parto uscire insieme

e d'una istessa morte ivi gli preme.

Uccise Gracedono il bel Dolopo,

che della vaga Alarta era figliuolo,

di Creuso sorella, ch'assai dopo

il partir venne del Britanno stuolo;

né le ricchezze né la forma ad uopo,

né l'esser di tal madre uscito solo,

lasso, gli furo allor, ché l'empia spada

se gli fece nel cor mortale strada.

Di quella stessa man cadde Lampeto,

nato in Asforda al promontorio Uvallo,

che fu nudrito in luogo ermo e segreto

da chi temea la pena del suo fallo:

perché Fileda del famoso Cleto,

che del suo padre Ivano era vassallo,

il partorì nel bosco, e 'n guardia diede

d'un pastor vecchio alla sincera fede;

poi, palesato in ver, doppo il perdono

fu dell'amante suo la donna sposa:

ma quanto era per lui più largo dono

d'incognito abitar la selva ombrosa?

Ch'or non saria dal fero Gracedono

in troppo acerba età, qual fresca rosa

ch'ancor non apra il sen, disteso al piano

dalla marmorea testa sì lontano.

Ma Terrigano il grande Orone uccise,

lo scudier valoroso di Mandrino,

che al più basso del ventre il ferro mise

e tremando il gettò col capo chino;

la fronte in fino al ciglio poi divise

a Calenor, che fu di Brestolino,

dell'isola vicina a Bangarìa,

ove l'arte piratica il nutrìa;

ed Agrogero il crudo presso a loro

non men bagna il terren di nuovo sangue,

ch'avea reciso al misero Banoro

tutto il destro ginocchio, e fatto esangue:

questi del re Gaven l'ampio tesoro

in guardia aveva, ed or povero langue,

senza sepolcro sopra o pompa intorno,

lontan di Conturbìa, suo nido adorno.

Vccise appresso Clizio e Palidarco,

d'Essesia questo e di Mildesia quello:

percosse l'un dove congiungon l'arco

le ciglia insieme, e trapassò il cervello;

dell'altro al manco lato orribil varco

fece dove più il cor si addrizza in ello.

Or quando tai cader la gente vede

tutta allo scampo suo rivolge il piede.

Quai giovincei leon che in lacci avvolta

o in mezzo a i cacciator la madre morta

scorgon dogliosi, ond'ogni speme è tolta

ch'aver solean della fidata scorta:

ch'ove la selva è più spinosa e folta

e dove è più la strada ombrosa e torta

fuggon, per ritrovar, se pon, l'albergo,

né per temenza mai guardano a tergo;

tal si vedeva allor l'afflitta schiera,

che di tai cavalier si sente priva.

Seguonla quanto pòn, con vista altera,

i quattro buon guerrier lungo la riva,

perché non possa mai tornare intera

nell'ordin primo che disperso giva;

ma poi che lungi assai mostran le spalle

si ritiran fra' suoi per altro calle:

e dove Dinadano e 'l forte Eretto

han di pari fra lor palme e cipressi

drizzansi al fianco in un drappello stretto

ove i Britanni scudi eran più spessi;

i quai guardando a quei ch'aveano a petto,

questi avvisar de' lor compagni istessi;

che chi ha nella vista o lancia o spada,

non può scerner sì ben chi venga o vada.

Trovansi adunque d'ogn'intorno cinti,

ché con quei quattro poi sono altri molti

che da' lor duci fur ratti sospinti

pria che la sorte sua contraria volti:

perché maravigliando hanno dipinti

di temenza e di duol già tutti i volti,

ma il giovin valoroso nulla teme,

anzi con più furor minaccia e freme,

dicendo: “Or ch'egli è 'l tempo vi sovvegna,

onorati compagni e fratei cari,

della virtù che anticamente regna

ne' maggior nostri sopra gli altri chiari,

e che seguite or qui l'altera insegna

del gran re Lago, a cui non visse pari

oggi in consiglio, e già in opre leggiadre,

e ch'è non men di voi che di me padre;

e che là sotto il fosco e freddo cielo

dell'Orcadi, il terren nostro natio,

non si teme di morte il crudo gielo,

ma di pigra viltà l'effetto rio,

non s'onora chi in pace cangiò il pelo,

ma chi con l'arme in man giovin morìo:

folle errore è il salvar la vita in sorte

che ti fia grave poi più ch'altra morte”.

Con tai parole il giovinetto ardito

di sostenere i suoi pregando adopra;

e non in van, ché da' migliori udito,

il suo chiaro voler' fu messo in opra.

Ma il popolo inimico, ch'è infinito,

al breve stuol ch'avea venuto è sopra,

tal ch'è forzato Eretto a poco a poco

senza fronte voltar cedere il loco.

E si congiunge a quei che indietro stanno,

che tra gli ordin più larghi l'han raccolto;

poi tutti insieme unitamente vanno

ove il fero avversario era più folto,

e nuova altra battaglia insieme fanno

ove non apparia vantaggio molto

tra' primi colpi loro, in fin che venne

chi gli altrui mise in fuga e' suoi sostenne.

Venne il gran Marabon della Riviera

con l'aspra gente che trall'Alpi giace

onde scendendo rapida Lisera

l'Allobrogo terren fecondo face;

Margondo ha in compagnia, con pari schiera

di quei che stanno ove riposo e pace

il Rodan porge al suo veloce piede

e 'l mar di Gallia con due corna fiede.

Non può il valor degl'Orcadi durare

contro a numero tal, che nuovo è giunto;

ma in questa al vecchio re le nuove amare

l'orecchie insieme e 'l core hanno compunto:

ond'egli, ordin lassando che restare

debba in suo loco Ivan, l'istesso punto:

appellando i miglior, con ratto corso

dell'amato figliuol viene in soccorso;

di cui l'ardente amor, l'onor del regno

di tal foco avvampò l'annoso petto

che di vecchiezza fuor non mostrò segno:

ma come fosse ancor d'età perfetto

le membra ha pronte, e di vaghezza pregno

di tosto pervenir dove era Eretto

così veloce va, che gli altri a pena

han di lui seguitar sì sciolta lena.

Leva quanto alto può lo scudo aurato

con le vermiglie teste del dragone,

ch'a suoi, che di lontan l'aggian mirato,

sia di fermo sperar dritta cagione.

Or come fu tra' suoi lieto arrivato,

cominciò con dolcissimo sermone:

“Non temete figliuoi, ch'ora è con voi

chi sempre vincitor condusse i suoi.

Né vi spaventi, no, se gli inimici

son più numero assai che voi non sète,

ché sempre i pochi e i buon son più felici,

come per prova ancor tosto vedrete:

abbatte un sol falcon molte cornici,

un leon mille gregge mansüete;

né quello il primo dì sarà che i molti

ho già solo o con pochi in rotta volti.

Tenete pure in man forte la spada

e 'n petto di virtù smaltato il core,

che in simil casi alla medesma strada

va la dolce salute e 'l chiaro onore:

ché più perde la vita chi più bada

a voler lei scampar con suo disnore,

e per propria difesa il ciel ne diede

la mano e l'arme, e non la fuga e 'l piede”.

Confortando così, tanto oltra passa

che 'l prode Eretto in gran periglio truova,

perché parte è ferita e parte lassa

la gente sua che 'n vita si ritruova.

Or vedendo il figliuol congiunta e bassa

al soccorso venir la schiera nuova

e 'l pio vecchio e magnanimo parente,

gran dolcezza e dolor nell'alma sente;

e dice: “O sommo onor de' canuti anni,

o dolcissimo padre, e qual mia sorte

rea vi conduce or qui tra tanti affanni

in rischio, a mia cagion, d'amara morte?

Troppo m'era il soffrir gli avuti danni

sovra i cari compagni e fide scorte,

senza che s'aggiungesse quel per cui

mille vite darei, salvando lui.

Deh tornate, signor, poi che v'è stato

amico il cielo in tale aita darme;

ch'altra forza bisogna in questo stato,

più integri difensori e più salde arme”.

Rispose il vecchio re con volto irato:

“Dunque vuoi tu, figliuolo, oggi privarme

di quel ch'io bramo più, ch'è d'esser teco,

per cui dolce m'è solo il mondo cieco?

Lassami pur venir, ché poche notti

ha in sua forza di me fortuna fera;

e i giorni a tanto onor fin qui condotti

qual mai chiuder porria più degna sera?

Esser ben ponno a te troncati e rotti

mille disegni, ch'hai l'etade intera;

a me il sepolcro sol puote esser tolto,

che non fu da i migliori in pregio molto”.

Così detto va innanzi, e vicin truova

l'Allobrogo Alcitoo, di cui la testa

percuote sì ch'a lei salvar non giova

ferro ben saldo, che partita resta;

poi vago d'acquistar vittoria nuova

segue oltra a suo poter, né mai s'arresta

fin che truova Agastrofo e Peonide,

e de' duoi questo impiaga e quello uccide:

perch'al primo passò la destra tempia

e tutta l'altra poi l'aguta spada,

ma la fortuna sua men dura ed empia

ebbe il secondo poi, che vuol che vada

il colpo indarno, e non del tutto adempia

l'incominciata pria mortale strada,

ch'entrò nel petto, e non andò sì adentro

che potesse toccar dell'alma il centro.

Tale all'alto valor che 'n core avea

l'invittissimo vecchio allarga il freno,

che quello stesso allora esser credea

ch'al verde tempo, e di vigor ripieno;

e tanto oltra varcò che non potea

ritrarsi indietro, ch'a' nemici è in seno:

né sbigottito vien per questo o stanco,

ma più che fosse ancor sicuro e franco.

Ma il giovin miserel, come s'accorge

in che stato dubbioso il padre sia;

non più dogliosa appar, se 'l figlio scorge

dentro all'onde cader, la madre pia,

che qual può lagrimando aiuto porge

e chiamando ciascun che truva in via:

tale er'egli in quel punto, e in alte grida

tutti appella color cui più s'affida,

dicendo: “Ora è, signor, quel tempo eletto

nel qual fia guadagnar perder la vita

per salute di quel dentro al cui petto

ripose il ciel la sua virtude unita;

né possa esser già mai saputo o detto

che fra sì altera gente e sì gradita

fosse ucciso dell'Orcadi il re Lago

senza ampissimo far di sangue un lago”.

E 'n tai chiare parole oltra si mise,

e ben seguito fu dagli altri suoi:

Ippologo, Difrono, Anero uccise,

tutti Borgondi, e Sicofando poi;

tal che la stretta schiera si divise,

la porta aprendo a' valorosi eroi.

Così spingendo co i compagni appresso

trovò il famoso re da molti oppresso;

e 'n tra' primi Nabone ed Agrogero

quasi del tutto all'ultimo suo punto

l'avean condotto, e bene avea mestiero

che 'l soccorso di lui fosse ivi giunto.

Ma quando udì vicino il grido altero

del carissimo figlio, fu compunto

di tal dolcezza, che ripreso ardire

rincominciò di subito a ferire,

dicendo: “Or vegg'io ben che da i leoni

non usciron già mai damme né cerve,

né bisogna al buon cor verga né sproni

perché 'l dritto sentier d'onore osserve”.

Non van con tal romor folgori e tuoni

per l'aria errando alle stagion proterve,

che 'l prode Eretto per la schiera avversa,

che tutto il suo poter nel padre versa.

Dona un colpo a Nabon, che più vicino

e con forza più grave il vecchio offende;

ma fu d'ottima tempra e troppo fino

il ferro che la testa gli difende:

pur dal grave suo peso a capo chino,

tutti smarriti i sensi, si distende;

poscia in verso Agrogero il brando mosse

e 'l destro braccio in alto gli percosse,

per cui gli fé cader la spada a terra.

Così impedito l'uno e l'altro duce,

trïonfator della pietosa guerra

in securo sentiero il padre adduce.

Ma in questo mezzo si ristringe e serra

gran gente, che di nuovo riconduce

Brunoro il Nero e 'l forte Gracedono

con altri cavalier che 'ntorno sono;

e vedendo turbar l'amico stuolo

ritorna indietro il giovin valoroso,

com'aquila talor che stenda il volo

verso il suo nido in alti monti ascoso,

là dove i cari figli in aspro duolo

ha veduto il serpente esser noioso.

Così fece egli, e poi minaccia e prega

sì che l'ordin sostien che 'n dietro piega.

Ma spinge in guisa tal la gente nuova

che poco altrui virtù può quivi oprare

che la schiera percossa non si muova

per viva forza indietro a ritornare;

tanto che 'n breve Eretto si ritruova,

che pur vuole ostinato contrastare,

in mezzo quasi sol degli inimici

e tralle avverse insegne vincitrici.

Patride al cerchio d'oro e Matagrante

eran con lui rimasi, e 'l suo Plenoro,

di tutti quanti quei ch'aveva avante,

e che malgrado lor disgiunti foro.

Or già, come leon per fame errante,

con altissime grida vien Brunoro,

e quai quattro cinghiai ne i lacci avvinti

scontra i guerrieri alla difesa accinti;

e contra Eretto sol muove la mano,

e di punta mortal lo scudo coglie.

Ma l'altro il porge innanzi, e 'l tien lontano,

e tutto indietro quanto può s'accoglie.

Passò il colpo tutt'oltra, ma fu invano,

e non ben di leggieri indi si scioglie,

ché per tirar ch'ei fesse allor la spada

di riaverla mai non trovò strada:

onde irato Brunoro in dubbio resta

s'ei debba ivi lassar la fida aita.

Ma il giovinetto ardito pria la testa

e la spalla di poi gli avea ferita;

pur l'una e l'altra fu poco molesta,

né la forza o la vista gli ha impedita,

ché sì salde eran l'arme, ed ei sì oppresso,

che 'l colpo ne scendea frale e dimesso.

La spada alfin dal trapassato scudo

tirò Brunoro, e quale impiagato orfo

torna a ferirlo micidiale e crudo,

e Galindo e Margondo è seco accorso;

e gli rendean del vel lo spirto nudo,

se come leopardi al suo soccorso

Patride e Matagante non venia

col famoso Plenoro in compagnia.

Non si porria pensar l'alto valore

che mostraron quei quattro in tale stato.

Ma chi vorrà narrar l'aspro dolore

del magnanimo re, poi ch'ha tornato

il volto indietro al marzïal romore

né il suo caro figliuol si scoge a lato,

ma il sente e vede che da lui ben lunge

ricinto è intorno da chi 'l batte e punge?

Viene in sì gran furor che come egli era,

senza gran compagnia, ratto si mosse

e per entro passò la stretta schiera,

non curando di lei piaghe o percosse;

e giunge a forza ove a battaglia fera

truova i buon cavalier, che l'arme rosse

avean fatte a più d'un di quei che stanno

a cerchio intorno e con men guardia vano.

Come ha scorto del vecchio il pio figliuolo

il subito arriver, la nobil alma

quasi che per lassare aperse il volo

di lei spogliata la terrestre salma;

e se pria la bramò per l'onor solo,

or per doppia cagion ricerca palma.

Ei volea molte cose indarno dire,

ma gli contese il duol la bocca aprire.

Pur con discreto avviso in mezzo il mette

ove più mostra il loco esser sicuro;

poi rivolte tra lor le spalle, e strette,

fanno intorno di lui difesa e muro.

Ma non molto così l'impresa stette,

ché 'l gran popol che vien noioso e duro

apporta sopra lor sì grave incarco

che da due parti già s'ha fatto il varco.

Già si trova Patride sulla testa

in tal guisa percosso da Brunoro

che come morto alla campagna resta.

Il medesmo avvenuto era a Plenoro,

a cui la gente d'ogni parte infesta

d'intorno sta come i mastini al toro:

e mille colpi asprissimi gli han dato,

tal ch'anch'ei senza sensi è riversato.

Riman sol Matagrante e 'l padre e 'l figlio,

il cui sommo valor pur non s'arrende.

avea 'l famoso re fatto vermiglio

tutto il terren dove la spada stende:

Imonio il Provenzal passò dal ciglio

tutta la fronte, onde lo spirto rende,

dicendo: “Appressa pur, turba negletta,

che non mi anciderai senza vendetta”.

Con costui poscia del medesmo nido

uccise Arpalïone e Perifete;

ma sempre a lui congiunto il figliuol fido

come fieno il villan la gente miete:

pur sì grande è lo stuol che corre al grido,

come i cani al leon ch'è nella rete,

che la forza e 'l valore in van s'adopra,

s'altra aita maggior non viene all'opra.

Ma il famoso Boorte, che non lunge

co' suoi levi cavai ferendo giva,

come a lui messaggier volando giunge

di quanto in danno loro ivi seguiva,

con sollecito core il destrier punge

dov'è dell'Euro l'arenosa riva,

e seguito da' suoi quanto più puote

per traverso i nemici aspro percuote.

Qual, l'estiva stagion, talora avviene,

quando il più caldo dì le piagge fende

che d'atre nubi inghirlandando viene

l'austro, che sovra il mar l'ali distende

e scurando le luci al ciel serene

Cerer, Bacco, Pomona e Palla offende

con grandine sassosa, orrida e cruda

che le piante e la terra ha fatta ignuda;

Tal sopra i suoi nemici allor Boorte

il valore e 'l furore in un distese:

a quello aspro minaccia, a quel dà morte,

l'uno empié di timore e l'altro offese.

poi, rotte avendo le primiere porte,

intento solo a quello, il sentier prese

ove il re Lago e l'onorato figlio

giunti eran ambo all'ultimo periglio:

perché quel senza scudo e senza spada,

che gli si ruppe in man, si vede e lasso;

il forte Eretto ha l'elmo su la strada,

e del destro braccial si truova casso:

pur con l'altro a guardar la fronte bada,

e col brando, ch'ha intero, cuopre il basso;

il terzo è poco men che sbigottito,

che 'l sinistro ginocchio avea ferito.

Come al tempo novel, doppo la pioggia

che da Zefir sospinta inondi e bagne,

che veder ponsi in disusata foggia

l'erbe abbattute e i fior per le campagne,

che 'l sol poi chiaro e bel che in alto poggia

porti dolce conforto a chi si lagne

e di sì bel ristoro il mondo adorni

che quanto era il dolor la gioia torni;

Tai fur da prima, e tai si fero appresso

i guerrier, di Boorte all'apparire,

per timor più d'altrui che di se stesso,

che nessun cura il proprio suo morire.

Or poi che 'n fra le schiere oltra s'è messo,

con l'urto del cavallo e col ferire

sì larga e bella piazza intorno face

ch'ei pon l'arme ricòr che 'n terra giace.

Ripon sopra i destrier ch'avea de' suoi

il vecchio re dell'Orcadi e 'l figliuolo,

Patride al cerchio d'oro e gli altri duoi

che fur feriti dal crudele stuolo,

che possan dare a i loro ordine; e poi,

quei sicuri lassando, prende il volo

in ver Brunoro il Nero e Terrigano,

che 'n luogo eran di là poco lontano:

e messosi tra loro ambo gli atterra,

l'un colla groppa e l'altro con la testa

del suo nobil corsier, che in aspra guerra

or col piede or col morso altrui molesta;

poi nel popol vicin ratto si serra,

che 'n nuova tema e sbigottito resta,

ch'ove pria si credea vittoria avere

i due duci miglior vide cadere.

Lì non ad un ad un, ma a schiera a schiera

stende tutti all'arena, e molti uccide;

nulla parte di lor rimane intera,

ch'ove insieme gli scerna gli divide:

in fin che Marabon della Riviera,

che par che nel valor troppo s'affide,

con gli Allobrogi suoi ristretto truove

che spiegate l'insegne incontra muove.

Tosto che 'l vide tal, l'accorto duce

cangia a' consigli suoi novelle forme,

che 'l fren tanto ritien, che si conduce

Marabon per ferire all'ultim'orme;

apresi poi nel mezzo, e i suoi riduce

egualmente divisi in doppie torme,

e nel lor destro e lor sinistro lato

dietro a gli ordin primieri è ratto entrato.

Così, l'aste schivando delle fronti,

con sua più sicurtà percuote i fianchi,

in prestezza coltal ch'ancor che pronti

voltar non ponsi, ove la forza manchi;

poscia, entrato fra lor, confusi monti

d'arme e di gente fà, che vinti e stanchi

e calcati son tutti dallo intoppo

feroce de' corsier, che pesan troppo.

Ma con sommo valor secura strada

a i suoi mostra il magnanimo Boorte:

sempre ha in danno d'alcun la grave spada

di sangue aspersa e di color di morte.

Tosto ch'ei può trovar chi incontra vada

gli mostra aperte le tartaree porte,

e di stuol popolare uccisi ha tanti

che del credere uman vanno più innanti:

poi tra' duci Aretaone e Pidita,

del Rodan nati alla sinistra riva

dentro la nobil Vienna, in cui gradita

di Roma è ancor la gran memoria viva.

Fu quello offeso di mortal ferita

ove al collo congiunto in alto arriva

della spina del dorso il nodo primo,

e traverso il tagliò dal sommo all'imo;

l'altro nel destro lato fu percosso

ove l'omero al braccio si contiene,

e tutto interamente tagliò l'osso

che più largo e sottil di dietro viene.

Isandro ancor, che da pietà è commosso

di vendicarli avea fallace spene,

con la testa in due parti compagnia

fece a i cari cugin per l'atra via.

Melantio poi, che la nevosa valle

dell'aspro Tarantasio patria avea,

con la testa troncata dalle spalle

diè fine acerba alla sua vita rea:

ché quanto ivi contien l'alpestre calle

di giogo insopportabile premea,

né vi poteva alcun goder sicuro

la famiglia né i ben né il patrio muro.

Adresto poi, del qual mai più felice

non vide alcun la rapida Lisera,

che sposa avea la vaga Berenice

che fu dell'alma sua la vita intera;

per le man di Boorte, l'infelice

innanzi al mezzo dì fu giunto a sera,

ch'alla gola il percosse: ed ei morendo

il suo lontano amor chiamò piangendo.

Ma il valoroso Lago, ch'è disciolto

dal numero infinito ch'avea intorno,

sopra il caval montato e 'n sè raccolto,

alla guerra intermessa fa ritorno,

dicendo a gli altri con allegro volto:

“Or gimo a vendicar l'avuto scorno,

ché ben provvide il ciel fidate scorte,

poi che qui spinse il nobile Boorte”.

Così col figlio Eretto e gli altri insieme,

ove la gente avversa è più ristretta,

con impeto crudel la punge e preme

e sotto sopra attraversata getta.

Quel morto è in tutto e quel languendo geme,

quel d'uscir dalla calca in van s'affretta,

e quel che più scampar credea la vita

più da gli stessi amici l'ha impedita.

Pur, fra quei che fuggir, resta Piroco,

che 'n sul lago Lemanno avea la sede,

in cui gli abitator del fertil loco

avean, più che in altrui, sparanza e fede,

e quello dio fra lor ch'ha in guardia il foco

il sommo sacerdozio gli concede:

ma questa volta, in van da lui pregato,

non poté in suo favor vincere il fato;

ché mentre al vecchio re con l'asta intende,

disegnando a ferir quello e 'l destriero,

nel forte scudo di traverso il prende,

e sfuggendo ha fallito il suo pensiero.

Ma il re spronando avanti in basso scende

un colpo che 'l trovò dritto al cimiero,

ove sopra la incude avea Vulcano

ch'un dorato martel sostiene in mano:

quello abbatte lontan, poscia divise

la celata ch'avea di doppio acciaro,

là fabbricata in maestrevol guise

ove il Rodan riprende il corso chiaro

da' servi del suo dio, ch'all'opra arrise;

ma non per tutto ciò fé gran riparo,

perch'oltra ancor la già sacrata testa

in due parti disgiunta in essa resta.

Ucciso Eretto avea Bellorofonte,

che così s'appellò costui, ché nacque

nelle fredde radici del gran monte

ch'a Lisera dà ber le gelide acque,

perché là intorno al suo nevoso fonte

vinto per le sue mani e morto giacque.

Un morto rio, di vista orrenda e fera

che fu simil tenuto alla Chimera.

Ma il braccio, contro a quel sì forte allora,

verso il giovine ardito or parve frale:

perch'ove, più il ginocchio spinge infuora

percote in van, ch'a trapassar non vale;

e l'altro a lui nella medesim'ora

sovra il collo drizzò colpo mortale

che 'n basso gli gettò la fronte d'alto,

e fé in terra rotando amaro salto.

Patride al cerchio d'or l'empio Proete

con la gola impiagata morto stese,

cui di torto regnare ingiusta sete

indusse a tal che 'l proprio frate offese,

né il sen della pia madre Filemete

né l'aspro lagrimar, lasso, il difese;

doppo il qual fu tiranno ingiusto ed agro,

lungo il Rodan del popolo Veragro.

Plenoro, ch'abbatuto era pur dianzi

e ch'ha d'offender quei dritta cagione,

come gli altri a caval si mette innanzi,

là dove incontra il misero Etïone

ch'a' dolci versi e placidi romanzi

più ch'all'opre di Marte studio pone:

ma seguia Gracedon della Vallea,

che di lui spesso udir diletto avea.

Tra lauri, aranci e mirti era nodrito

de' colli provenzai, che 'n contra stanno

al mai sempre a' nocchier securo lito

che le Stecade in cerchio all'onde fanno:

or qui l'empio destin l'ha fatto ardito

di gir contro a Plenoro, a suo gran danno:

perché, mentre ch'ei pensa ove ferire,

può il cor sentir di greve punta aprire.

Pianser le Muse allor, ma non potero

col dolce lagrimar disdire al fato.

Matagrante anco spinse il suo destriero

ove scorge Scamandro a lui voltato:

dona un colpo alla spalla, e tutto intero

il braccio della spada gli ha troncato;

cadde il meschino, e piange entro al suo seno

che lassò mai di Sorga il lito ameno.

Or poi che vendicato in maggior parte

ha gli oltraggi sofferti da' nemici,

l'antico re dell'Orcadi si parte

e torna ove aspettato è da gli amici:

che sbigottiti ancor sono in disparte,

senz'ordine tener, lassi e 'nfelici

come greggia in tra' lupi che lontani

aver senta da lei pastori e cani.

Ma quando vider lui lieto apparire

come sceso dal ciel gli vanno intorno.

Ivi ciascun narrando vuole aprire

il ricevuto danno e 'l sommo scorno:

di vendicarse ogni uom mostra desire

pria che nell'ocean s'attuffe il giorno,

poi sopra la fortuna o in altrui pone

di quanto avvenne lor l'aspra cagione.

Il valoroso re ciascuno ascolta

e come il merto chiede or biasma or loda:

scusa l'altrui fallire e 'n meglio il volta,

essalta il forte oprar, che 'l buon ne goda;

poi la gente che fu disgiunta e sciolta

alle intermesse schiere in un rannoda;

così ridotti alla medesma via

con tai parole alla battaglia invia:

“Maraviglia non sia, s'avvien talora

che i più forti guerrier si veggian vinti,

che non sempre la grazia in noi dimora

del ciel ch'a bene oprar ne tiene accinti:

lo qual sovente i suoi più cari ancora

con avversa fortuna ha in basso spinti

per ammonirgli e rendergli più accorti,

ch'al sommo del suo ben gli ha poscia scorti.

Rendiam pur grazie a lui, che ne dimostra

l'errore, ove il più saggio più s'intrica,

che non è la vittoria in forza nostra,

e 'ndarno senza lui l'uom s'affatica.

Ben sempre gli è nelle terrene chiostra

l'onorata virtù sovrana amica:

con la qual dunque, e con la sua speranza,

seguitiamo il cammin ch'omai n'avanza”.