CANTO VI

By Luigi Alamanni

In tai parole all'ordin suo primiero

ricondotto ciascun, muove a battaglia.

Ma in altra parte, vincitore altero,

rompe affinato ferro e salda maglia

il famoso Boorte, e già l'impero

di tutti ha in mano, ove i nemici assaglia:

ché di lui sol l'aspetto e sol la voce

più che 'l ferire altrui spaventa, e nuoce.

Il grave scudo d'ermellini adorno

con tre purpuree bande che gli cinge

adoprava il medesmo quasi, il giorno,

che di Medusa il capo si dipinge:

ché per fuggir da lui la gente intorno

l'un l'altro con timore urta e sospinge.

Così trionfator per tutto giva,

e nessun più di riguardarlo ardiva.

Il cimier, ch'una fiamma sostenea

che di vivo piropo avea colore,

la vaga stella e lucida parea

che davanti all'aurora spunta fuore

nella secca stagion che, all'onde rea,

n'apporta Febo al suo più grave ardore:

che vien più sfavillante e più soave

ch'altra luce che in mar le chiome lave.

Doppo il fuggir di molti, al fin ritruova

ove per altra strada a i danni grevi

Palamoro ha condotto aita nuova

de' suoi cavai ch'al corso avea più levi:

così la crudel guerra si rinnuova,

e chi cadeva pria par si rilevi,

e tal riprenda ardire, e tal vigore,

che già 'l vinto minaccia il vincitore.

Non turba ciò 'l magnanimo Boorte,

anzi più lieto assai nel cor diviene,

che gli sembra onorato per vie torte

chi per l'altrui fuggir palma sostiene.

Or che sente i nemici avere scorte

di maggior forze, e di virtù ripiene,

spera, quelle abbattendo, dritta lode

riportarne più chiara, e 'n sé ne gode,

e gli pare or trovarsi a guerra eguale

che d'arme e di cavai sembiante fosse.

Or qual rapace uccel che stenda l'ale

alla preda affamato, il destrier mosse:

ratto Esclaborre tra i primier l'assale,

e con l'asta durissima percosse

lui che la spada ha sol, ma il curò poco,

né per colpo cangiò pensiero o loco.

Né in altra guisa all'orrida tempesta

dà in aspro scoglio tormentata nave,

ch'ei non si crolla pur, ma quella resta

rotta e sommersa, a se medesma grave;

cotal la lancia vien poco molesta

a chi spunta ogni forza e nulla pave,

ma si ruppe ella in vano, e lui passando

Boorte nel cimier ferì col brando:

e fu il colpo cotal, ch'al greve peso

non si può sostener dritto Esclaborre,

che quantunque non sia di piaga offeso

conviengli al suo destrier l'incarco tòrre,

e tosto cadde su 'l sentiero steso

qual d'alto in basso fulminata torre.

L'altro senza guardarlo a terra il lassa

e sopra i suoi compagni innanzi passa.

Oltra i monti Navarri, ove a Palenza

va irrigando il terren Linia e Duero,

Fradmone avea, che fu d'alta eccellenza,

in sacre leggi espor dritto e severo,

tal ch'a lui fu con somma riverenza

d'ogni lite estricar dato l'impero:

e 'n supreme ricchezze due figliuoli,

Locasto e Gesileo, si trovò soli;

i quai semplici allor le paterne orme,

come spesso adiviene, ebbero a sdegno,

e di quei cavalier seguir le torme

ch'Esclaborre tenea sotto il suo regno.

Or lui vedendo ch'abbattuto dorme,

e più di morto che di vivo ha segno,

si divison tra lor da ciascun lato

e 'mprovisto il guerriero hanno scontrato.

e ben seco pensar di pia vendetta

gloria portar sopra l'offeso duce;

e 'l ferì Gesileo dove più stretta

la cintura alla destra si conduce,

Locasto alla sinistra, ove d'eletta

tempra sopra le spalle il ferro luce:

ma gli fero ambedue sì lieve danno

che 'n duol soverchio e meraviglia stanno.

Ma il cavalier di Gave al più vicino

dentro al cavo del petto addrizza il brando,

e delle chiuse coste apre il confino

e 'l pon di vita e del destriero in bando.

Gesileo, ch'alla destra era in cammino

e 'l fratel d'aiutar giva cercando,

sopra la testa di traverso fere

e non lunge al primiero il feo cadere.

Quei che 'ntorno seguiano i buon corsieri,

ch'ivi de' lor signor ivan disciolti,

porgono a i dolci amici e cavalieri

fan gli stanchi pedestri, ch'eran molti.

Sprona il prode Boorte ove più feri

scorge in arme i nemici, ove più folti,

e gli umilia in tal sorte, e gli dirada,

ch'ovunqu'ei muove il piè truova ampia strada;

or atterra i cavalli, or quella gente

ch'al suo sommo poter vuol contrastare.

Come talvolta il rapido torrente,

quando armato di piogge l'austro appare

allor che 'l sol doppo la bruma algente

suol dell'Alpi canute il pel cangiare,

ch'ei per doppio vigor leva la fronte

scendendo ardito e minaccioso il monte,

e co i ponti sommersi a forza mena

qualunque arbore incontra, argine o sasso;

biade, armenti, pastor, la mandra piena

degl'infelici agnei conduce in basso:

pur giunto alfin sopra l'antica arena

ratto e vittorïoso allarga il passo,

e quanto ivi la valle e 'l pian si stende

al suo imero novel suggetto rende;

simil a lui 'l magnanimo Boorte

quel giorno par fra le nemiche schiere:

queste a fuga condanna e quelle a morte,

or col ferro, or con l'urto abbatte e fere.

I miglior duci e le più altere scorte

non ponno al greve caso provvedere,

ché tale stringe ogn'uom timor di lui

ch'ei non sente se stesso, e meno altrui;

e 'n van son le minacce e i preghi in vano,

e i ricordi d'onor non han più loco.

Non giova contro a lor muover la mano,

perch'ogn'altro morir paventan poco:

ogni alto duce e cavaliero Ispano,

ch'ivi erano i maggior, sembran di foco

per lor privata e pubblica vergogna,

e di quei ritener ciascuno agogna.

Ma come ogni fatica indarno spende

chi vuol l'onda serrar ch'ha preso il corso,

che può quella veder ch'a destra scende

poi che nella sinistra avea soccorso,

o che da tergo il leve passo stende

allor che nella fronte è posto il morso:

poi ch'abbondata al fin cresce il furore,

ogni freno sprezzando, esce di fuore:

a quei duci il medesmo avvenuto era

che 'l timore affrenare ebbero speme.

Ma il feroce Boorte or quella schiera

or quest'altra, ch'ei truova, abbatte e preme;

or nella fronte lor che va primiera

or con gli ultimi andar si vede insieme,

e sì oltra talor passato ha il varco

ch'ei non si discernea da quei d'Avarco;

e già tanto piegava al fero assalto

che indietro si fuggia tutto quel corno;

s'al gran bisogno subito Verralto

non venia, con gli arcier ch'aveva intorno:

e seco era il possente Morassalto

con quei della Granata al mezzo giorno,

Druscheno e Loto, il duce d'Aragona,

e Roderco co' suoi di Barzalona.

All'apparir de' quai, riprende ardire

di quei che si fuggian la miglior parte:

ivi altro nuovo modo han di ferire

di lontan quelle genti, e 'n giro sparte.

Poco puote il valore incontra gire,

ch'han più che di leon di volpe l'arte,

e già più d'un famoso cavaliero

è ferito da lor, più d'un destriero.

Non però di Boorte la virtude

per novello accidente anco vien meno,

ma con più sdegno e più furor si chiude

dell'aperte ali nel profondo seno:

né gran ferro affocato sopra incude

batté mai fabbro allor ch'al suo terreno

vuol dare al pio cultor sementa nuova,

ch'al vecchio aratro il vomero rinnuova;

com'ei senza arrestar, la grave spada

sempre menendo a cerchio, gli percuote:

quel pon morto riverso su la strada,

quel della mano e quel del braccio scuote,

quell'urta col destrier, mentre ch'ei bada

ove alcuno impiagar più dritto puote:

tal che sol di lontan fallaci e lenti

pon commettere i colpi in aria a i venti.

Ma il rio Druscheno, che in Valenza nato

tra 'l fiume Goldamoro era e la Sema,

poi che sente il suo popolo affannato

di morte in preda e di soverchia tema,

quanto può ascoso si tirò dal lato

ove Boorte allor la gente prema;

poi tende l'arco, e di possente strale

addrizza verso lui colpo mortale:

e nell'omero destro il prese a punto

ove più la corazza in basso viene;

passa tutto oltra, e gli ha quel lato punto

da cui con molti rami escon le vene.

Lieto grida Druscheno: “A morte è giunto

chi dava a i nostri inevitabil pene;

non sia chi tema più, signor d'Avarco,

ch'alla nostra vittoria aperto è il varco.

Di tutti quei d'Arturo oggi il migliore

fia scarco per mia man di vita omai:

rivestiam pure il solito valore

per tosto vendicar gli avuti guai.

Or risurge per me l'ispano onore

che più che 'l chiaro sol dispieghe i rai

ovunque arco si tenda o spada stringa

e quanto l'oceàno intorno cinga”.

Così dicea vantando il fero Ispano,

che lui morto credea che vive ancora.

Boorte in atto di timor lontano

chiama Baven, che presso a lui dimora:

“Or non vi pesi, o caro mio germano,

di trarmi il ferro della spalla fuora,

acciò ch'io possa i fatti o i detti almeno

vendicar di mia man sopra Druscheno”.

Mosse il fido Baven tutto pietoso,

e di tema ripien del colpo rio

tirò lo stral, che intorno sanguinoso

della piaga stillante fuori uscìo.

Boorte, schivo ancor d'ogni riposo,

rivolto al Ciel diceva: “O lume pio

ch'accendi ogni altro, e fida scorta sei

de i migliori, abbagliando i crudi e' rei;

se ti fu a grado mai l'alta speranza

che 'n te sol ebbi, e non altrove unquanco,

vengami oggi da te forza e baldanza

che la mia spada o 'l cor non rtesti stanco,

fin che Druschen, ch'ogni perfidia avanza,

per questa mano offeso vegna manco,

e ch'io dimostri al mondo che mal vada

chi non segue de' tuoi la dritta strada”.

Cotal dicea, né pur finite a pena

avea le divotissime parole

che le membra leggier, salda la lena

truova, e più fermo il cor di quel che suole.

Già sente asciutta la percossa vena,

né l'omer l'impedisce, o 'l colpo duole:

sprona lieto il cavallo, e si rimette

ove non cura omai dardi o saette;

ché se pria tra' nemici ardito e forte

fu più d'alcun, come mostrò l'effetto,

or che gli sembra aver divine scorte

in tre doppi valor gli crebbe in petto,

e con più gran desio dell'altrui morte

entrò trai primi, ov'è lo stuol più stretto,

avendo sempre la crudel ferita

più nel cor che nell'omero scolpita.

In guisa di leon, che levemente

fu ferito al principio dal pastore

che difendea la greggia, e 'nmantenente

s'ascose in parte di periglio fuore,

ch'ei dell'ira novella ha il core ardente,

né ritrovando quel, doppia il furore

sopra l'abbandonata e poverella

che col morso e col piè strazia e flagella;

tal è il chiaro Boorte tra i nemici:

ove uccise con molti il fero Ormeno,

che già fu numerato un de i felici

signor ch'avesse mai Valenza in seno,

ricco d'alti tesori, e più d'amici,

che 'l facevan gratissimo a Druscheno;

or per piaga ch'al petto s'attraversa

lo spirto e 'l sangue doloroso versa.

Percuote appresso Ippenore, ch'adduce

sotto Loto i cavai ch'avea l'Ibero,

e 'l passò tutto dalla destra luce

fin dove ha la memoria il seggio altero:

lo scudier di Roderco, il nobil duce

che sopra il catalan reggeva impero,

Astinoo detto, sopra l'erbe stese

di mortal colpo che nel collo scese.

Uccise il giovin Polide ed Abante,

che interprete di sogni ebbero il padre

dentro a Tortosa, il saggio Eurimedante,

che lor morti predisse acerbe ed adre,

e con sospiri e lagrime tremante

gli pregò di schivar l'armate squadre;

schernirlo allora, ed or morendo (ahi lassi)

vorrian di lui seguir le voglie e i passi.

Truova altri due fratei che vanno insieme,

Xanto e Sinon, di Fenopo figliuoli,

che vecchio e colmo di ricchezze estreme

nella sua lunga età questi ebbe soli.

Or per man di Boorte ogni suo seme

convien che 'l fato su 'l fiorire involi,

e che gli ampi palazzi ch'ei possiede

albergo sien di peregrino erede.

Incontra poi, ch'a lui drizzano il passo,

Assilo e gelio l'uno e l'altro nato

della leggiadra Egeria e di Clodasso,

ma di parto illeggittimo e celato,

allor che 'l fero orgoglio pose in basso

dell'infedele Insúbro e dispietato:

che 'n sorte della preda ebbe costei,

che non vide in quei tempi eguale a lei.

Non altrimenti il lupo al collo afferra

due giovenchi smarriti dall'armento,

che Boorte quei due, che morti in terra

con due colpi gli abbatte in un momento:

quel di punta passò dove si serra

alla corazza l'elmo intorno al mento,

a questo ripiegò più bassa un poco

la gola, ov'è mortal più d'altro il loco.

Poi per l'odio ch'ei porta, e per mostrare

di chi 'l regno gli tien ricco trofeo,

l'arme che 'ntorno ave han pregiate e care

insieme co i cavalli adducer feo

dentro al suo padiglion, trall'altre rare

spoglie che di nemici ivi entro aveo;

indi spinge più innanzi, e in ogni forma

cerca pur di Druschen ritrovar orma.

Or ciò vedendo il cantabro Verralto,

che la fuga de' suoi quivi sostiene,

Druscheno appella e dice: “Or dov'è l'alto

valor, che 'l pregio sovra ogni altro tiene,

del vostro strale, a cui 'l più forte smalto

qual frale scorza contrastando viene,

e 'n più dritto tenor ch'al chiaro cielo

non saetta i suoi raggi il re di Delo?

A che 'l serbate voi, ch'or no 'l movete

in chi tutto distrugge il popol nostro?

Cui di spegner già mai vi verrà sete

se non vi vien di così orribil mostro?

E quando mai cagion più bella avrete,

com'or, d'alzare al cielo il nome vostro?

Or v'addrizzate a lui, poi che in quest'ora

la salute di molti in voi dimora”.

Druschen tutto turbato gli risponde:

“O de cantabri liti duce altero,

costui Boorte appar, che non l'asconde

il bianco scudo e 'l lucido cimiero

e 'l membruto corsier, che quanto inonde

intorno il mar non ha di lui più fero;

ma l'ho visto poi tal, ch'al parer mio

s'e' non è Marte istesso, è qualche dio:

ché pur ora al destro omero il percosse,

uscito di mia man, possente strale,

e ben meco pensai che morto fosse,

perché 'l colpo venia più che mortale;

ma non fé l'arme pur di sangue rosse

né mostrò di sentir pur breve male,

ché 'nmantenente con più acerba guerra

il vid'io più che mai por gente a terra.

Perché fatto ho da poi perpetuo voto

di non tirar più stral né tender arco,

che due volte oggi l'ho tentato a vòto,

e d'ogni effetto il ciel gli è stato parco:

in Gaven prima, ch'a non molti è noto

perché 'l colpo avventai d'ascoso varco,

come novellamente ora in Boorte,

con eguale in ciascun maligna sorte.

E ben fu a me nemica e fera stella

sotto cui presi l'arco al dipartire,

quand'io sentì con semplice favella

al vecchio Licaon mio padre dire:

'Monta, caro figliuol, sopra la sella

poi che pur hai di guerra alto desire,

ché 'l cavalier più gloria ha per un cento

di quel che i colpi suoi commette al vento.

Poi sì gran torme di destrieri avemo

di più illustre prosapia ch'oggi viva,

ch'or lungo il Galdamoro, or lungo il Semo

pascono in ozio l'una e l'altra riva,

che d'ogni assalto e di periglio estremo

ti porrian sempre trar sicuro a riva'.

Io non gli déi credenza: or mi ripento,

e d'aver un cavallo avrei talento”.

Verralto allor, perch'a caval si truova

e d'aver tal compagno anco desia,

chiama Alan suo scudier, ch'a tutta pruova

un de' miglior gli doni ch'ivi avia.

Lo scudo e l'armadura indi ritruova,

che s'adattò ben tosto, e poi s'invia

con molti oltre e Druschen contro a Boorte,

congiurati fra lor nella sua morte.

Ma Beven, che già scorge di lontano

spronar verso il cugin la stretta schiera,

dicea: “Boorte, or si vedrà se 'n vano

v'ha lassata oggi il ciel la forza intera,

o se vi ritornò possente e sano

per coronarvi ancor di palma vera

sopra ogn'altro guerrier che d'arme carco

brami a fin por l'affaticato Avarco”.

Risponde a lui Boorte: “A quel che s'abbia

di me disposto il ciel m'acqueto in pace:

sì sper'io pur con lui l'iniqua rabbia

oggi domar del popolo rapace,

e 'nsanguinar le dispietate labbia

di Druscheno infedel, vano e fallace;

e 'l penso ritrovar ben tosto forse,

se dentro Avarco per timor non corse”.

Così mentre dicea, spronando giunge

il drappell'empio alla sua morte inteso,

e con dodici lance intorno il punge,

l'un doppo l'altro, con orribil peso.

Chi nello scudo, chi nell'elmo aggiunge,

chi l'ha nel petto, chi nel fianco offeso;

ei, qual robusta quercia resta in piede,

ne' primi colpi che 'l pastor le diede,

che ben crolla le frondi e i rami scuote,

ma il sostegno maggior saldo dimora;

il famoso guerriero a chi 'l percuote

nella guisa medesma parve allora.

Chiamal Druscheno, e 'n minacciose note

gli dice: “Or si vedrà se 'l cielo ancora,

come già vi scampò dal forte strale,

or dalla lancia mia salvar vi vale;

o s'ordinato ha pur ch'oggi Boorte,

che tra 'l più basso stuol sì ardito viene,

debba in man di Druschen giugnere a morte

e dell'Euro arrossir le bianche arene:

sì che 'l suo scudo e l'arme riporte

là dove Licaòn lo scettro tiene,

per appenderlo al tempio a gran memoria

dell'avuta di lui chiara vittoria”.

Quando sente Boorte che Druscheno

era in fra quelli, e contro a lui si vanta,

divien qual serpe che del prato in seno

al caldo tempo de' suoi fior s'ammanta,

ch'alzando il capo accoglie ogni veleno

poi che fu pressa dall'incauta pianta

del pastor pio che 'n quella parte piega

mentre a i piccioli agnei nuova esca sega,

e con tre lingue sibilando volge

tutta l'ira ver lui che 'l cor gli avvampa,

e 'ntorno al piè nemico si ravvolge

e 'l dispietato dente in esso stampa;

tale il guerrier da gli altri si disvolge

né cura tien di chi ver lui s'accampa,

ma sol cerca Druschen, lui segue solo

e sol contra di lui distende il volo.

L'altro, che teme, di scampar procaccia,

e si nasconde pur fra gente e gente,

qual cervo suol che perseguito in caccia

si mischia e 'nvola ove i compagni sente;

ma Boorte di lui non perde traccia

e dove volga il piè sempre ha la mente,

qual bene appreso can, che la primiera

non vuol già mai lassar per altra fera.

Giungelo al fin, che molti cavalieri

che stretti con Verralto erano insieme

l'han cinto intorno, e d'aspri colpi e feri

ciascuno il Gallo duramente preme:

ed ei, come intra i debili levrieri,

forte cignal che i morsi lor non teme,

trapassò dentro a forza, e Druschen truova

rivolto a lui, poi che 'l fuggir non giova;

e d'offenderlo tenta, ma la mano

trema di tanto duce al grave aspetto,

usa in secura parte e di lontano

ferir, nascosa tra lo stuol negletto.

Ma il feroce guerrier no 'l coglie in vano,

che gli posa la spada in mezzo il petto

e tutto oltra il trapassa, e d'urto poi

gettò il cavallo e lui steso fra' suoi,

dicendo: “Or vedi ben quanto oggi sia

la lancia che lo stral, di maggior peso,

fallace Ispano, e gloria non ti fia

d'aver Boorte in tradigione offeso”.

Indi verso la schiera il passo invia

ch'ave il fugace arcier sì mal difeso,

minacciando: “Or drizzato il torto altrui

darò, chiari signor, risposta a vui”.

Verralto il primo nel voltarsi occorse,

che co i cantabri suoi vicino il serra:

cui la pesante spada all'elmo porse,

e l'ornato cimier gli manda a terra;

né gli nocque oltra più, perch'ella scorse

torta più in basso, e lo spallaccio afferra,

il qual tutto fiaccato tanto scende

ch'ove ha il braccio confin l'omero offende,

e gli fece di man la spada uscire,

tal gli ha tutto impedito il destro lato.

Sopra la testa ancor torna a ferire,

che di condurlo a fine ha destinato:

ma quegli ha con due man, per ricoprire

il colpo che venia, lo scudo alzato,

in cui l'aureo leon che in ostro assiede

in due parti diviso a terra vede;

e scampato gli ha bene acerba morte

e 'ndugiato il sepolcro in altro lito,

ché 'l colpo micidial fu di tal sorte

che 'n fin sopra l'arcion l'aria partito.

La terza volta ancor l'aspro Boorte

il brando abbassa, e nel medesmo sito

ritornando più volte ha ferma speme

di condurlo in tal guisa all'ore estreme.

Come il saggio cultor che troncar vuole

inutil pianta che le biade addugge,

che nell'istesso loco addrizzar suole

mai sempre il ferro, e tutti gli altri fugge,

per render tosto al chiuso campo il sole

che 'l suo nocente giel riscalda e sugge;

così fece il buon Gallo, il cui pensiero

non fu molto lontano allor dal vero:

perché non giunta sopra l'elmo apena

fu l'ultima percossa, che Verralto

n'andò riverso su la secca arena

come svelto troncon che caggia d'alto.

smarriti ha i sensi, e non può trar la lena,

non però morte ancor l'ultimo assalto

gli ha dato al tutto; ma Boorte il lassa

come s'ei fusse estinto, ed oltra passa.

Poi che veggion Verralto quei d'Avarco,

un de i duci maggior, condotto a tale,

con la schiera di quei che suol con l'arco

contro a i ferri nemici esser fatale:

Druscheno ancor, ch'assicurava il varco

a tutti lor col suo famoso strale

esser disteso sanguinoso a terra,

ciascun pien di timor lassa la guerra;

e rifugge volando ove le mura

ha per sua sola speme e per difesa.

Nessun più dell'onor né d'altro cura

che di scampar dalla presente offesa,

e con sì freddo ghiaccio ha la paura

di ciascun l'alma strettamente impresa,

che l'un l'altro in cammin preme e conquide

e per morte fuggir l'un l'altro ancide.

Non val di capitan prego o conforto

né altero minacciar né forza usare,

ch'ivi non si discerne il dritto o 'l torto

né 'l maggior o 'l minor, ch'ogni uomo è pare;

quel che truova cammin più ascoso e corto

e può gli altri fuggendo oltra varcare

è tenuto da lor la scorta e 'l duce

ch'al desïato fin gli riconduce.

Sì come adivenir tal volta suole

al combattuto legno presso al lito,

che si veggia affoscar di sopra il sole

e 'l mar col cielo a gran tempesta unito,

ché 'l nocchiero avveduto in alto vuole

rivoltarse a cammin largo e spedito

per gli scogli schifar, ma il vento sforza

e 'l fa rompere a terra a viva forza;

in tal guisa il miglior venia portato

dal furor popolare al proprio danno:

e Boorte col ferro insanguinato

va doppiando al primier novello affanno,

e nel mezzo di lor ferendo entrato

ove più per timor congiunti vanno

tanti ha sospinti alle Tartaree strade

che del suo crudo oprar quasi ha pietade.

Ma l'accorto Brunoro, ch'al fin vede

d'assicurar più i suoi chiusa ogni via,

e 'l soccorso cercar da Palamede,

con Tristano occupato, in van saria,

e distrutto sarà, se non provvede,

inverso Seguran tosto s'invia,

e ritruoval che 'n man la briglia tiene

per muover poscia ove il bisogno viene;

e che presso di lui Clodino avea

ch'è fuor d'impedimento e di periglio

della spalla impiagata, e già tenea

di tornare alla guerra ivi consiglio.

Brunoro irato allora alto dicea:

“Or che attendete, o generoso figlio

del famoso e magnanimo Clodasso,

che tutto il popol suo sia vinto e lasso?

E che 'ntorno alle porte omai d'Avarco

o che dentro di lor pur sia la guerra?

Or non sapete voi che d'alma scarco

con Verralto Druschen si giace a terra?

E che Boorte di vittorie carco

qual le gregge il leone i nostri atterra?

Posti ha in fuga i cavalli e i levi arcieri

e i pedestri più gravi miei guerrieri.

Non offendon costor le mie contrade,

né cercan posseder quel che contiene

Emso e Visera, ove l'algenti strade

il germanico mar bagnate tiene:

contra il vostro terren cingon le spade,

per vendicar le ricevute pene

de i vecchi padri lor, ch'ebber da voi,

e i regni racquistar che fur de' suoi.

E voi gloria d'Ibernia, o Segurano,

che restate a veder co i vostri intorno?

In fin ch'ogni soccorso venga in vano

poi che fiaccato l'uno e l'altro corno

avrà de' nostri il popol gallicano

e 'l britannico stuol con tanto scorno?

Ove dorme il valor del sangue Bruno

che fu sempre onorato da ciascuno?

Non vi sovvien che la reale sposa

nell'assediate mura oggi si giace,

e nella vostra man sola riposa

le presenti arme e la futura pace?

La mia dimora in altra parte ascosa

né teme di costor l'unghia rapace;

e pur con tutto ciò veder potete

quanto adopro per voi, che 'n posa sete.

Né per voi mancherò, signor, già mai

fin ch'io sostenga in man lo scudo e 'l brando.

Ma gli afflitti guerrier non ponno omai

contrastare al furor che va montando,

ch'è giunto a tal che maggior forza assai

conviensi opporgli, o di speranza in bando

porre i chiari disegni e gli alti onori,

le desïate palme e i sacri allori.

Or non soffrite più ch'un ferro solo

tutti i vostri miglior conduca a morte,

e che si possa dir ch'un tanto stuolo

fugga davanti al giovine Boorte:

e vi movete omai, signore, a volo

con le vostre onorate e chiare scorte.

Faccia il vostro valor nel mondo segno

che di regia beltà non foste indegno”.

Punse l'aspro parlar l'invitto core

d'ambe i due cavalier ch'erano insieme;

ma tinto il volto in giovinil rossore,

che 'l nome di viltà più d'altro teme,

dicea Clodino: “Il debito e l'onore

che intègri confermare ho ferma speme

m'han qui tenuto, e 'l sacro giuramento

che di rompere al ciel troppo pavento:

perché fuor di ragion sendo impiagato

Gaven, contro a cui sol la guerra avea,

di far torto alla fede avrei pensato

se innanzi a questo tempo arme cingea.

Or ch'io veggio gli amici in tale stato,

e condotti da quelli a sorte rea,

fo voto al Ciel che non per fare offesa,

ma per difender noi, torno all'impresa”.

Così parlando, a Seguran rivolto

segue: “Onorato mio cognato e caro,

io vi prego oggi che tra 'l popol molto

che 'ntorno avete sì gradito e chiaro

d'alcun buon cavalier più ardito e sciolto

non vi mostriate in tal bisogno avaro

a chi tanto v'onora, acciò ch'io vada

a i miei ripor nella smarrita strada;

e 'n questo mezzo voi con greve passo

verrete a sostenerne e darne aita,

e 'l nemico ridur sì frale e basso

che la via di vittoria sia spedita”.

Il prode Seguran risponde: “Lasso

mai non sarò, fin della propria vita,

di far quanto v'aggrada, e in voler vostro

sia d'avere i miglior del corno nostro”.

E con Brunoro poi dolce ragiona:

“Vi ringrazio, signor, de i gran ricordi,

che scendendo di mente amica e buona

non troverranno in me gli orecchi sordi:

che quei ch'ad un sol fia virtude sprona

deven gli animi sempre aver concordi,

e soffrir pianamente le rampogne

di chi 'l suo ben, com'ei medesmo s'agogne.

Or, per darvi ragione del mio consiglio,

dico che stato son sempre in disparte

con disegno di gir dove il periglio

si scorgesse maggior che in altra parte,

col piè pronto e la mano a far vermiglio

ove più mi chiamasser Palla e Marte;

ché l'ultimo soccorso è quel che spesso

l'incauto vincitore ha in fuga messo.

Io scorgea da man destra Palamede

da Tristan risospinto alcuna volta,

che lassar convenia la prima sede

e 'nsieme rannodar la schiera sciolta,

che mi fea dubbio star: ma chi non vede

se non la parte sua che 'n guardia ha tolta,

non può ben giudicar come colui

che scerne il suo bisogno e quel d'altrui.

Or non vi spiaccia dunque avermi udito

e pensar poi di me qual sempre feste;

e con questo drappel forte e spedito

con Clodin gite ove le genti ha preste.

Io vengo appresso, e nel medesmo lito

ove le schiere avverse avem moleste

sarò ben tosto, e spero allor che 'n voi

fia maggior lo sperar ch'or qui di noi”.

Con più queto parlar Brunoro allora

risponde: “E chi fia mai che 'n tal fortuna

non sia vinto dall'ira, ond'esca fuora

de' suoi primi pensier che in core aduna?

Tutto il mondo sa ben se innanzi ch'ora

io conosco il valor dell'arme Bruna,

e se già mille volte al paragone

ho posto Seguran col suo Girone”.

Così risposto, col real Clodino

tra molti cavalier ratto s'invia,

ove Boorte al fiume assai vicino

empiea di sangue l'arenosa via:

e ch'ha incontrato il misero Erogino,

che 'n sul vago corsiero ivi apparia

col ricco scudo e l'arme tutte aurate

che dalla donna sua gli furon date;

ch'una figlia sposò di Morassalto,

re della Cartagenia e d'Alicante,

Androfila appellata, di core alto

e di pensier magnanimo e costante:

e che 'l marito di porfireo smalto

tenea fisso nell'alma o d'adamante;

la qual, giunto al partir l'ultimo sole,

glie le donò piangendo, in tai parole:

“S'io potessi piegar gli uomini, e i dei,

e 'l destin delle donne troppo avaro,

beatissima al mondo mi terrei

sopra ogni lume in ciel più altero e chiaro,

né di grazia maggior gli pregherei

che di voi seguitar, signor mio caro,

sì come ho sempre in pace, ancora in guerra,

e non vi abbandonar viva e sotterra.

E se ciò m'avvenisse, uopo non fora

di procacciar per voi più sicur'arme:

ch'io 'l vostro scudo e la lorica allora

contr'ogni offesa altrui penserei farme,

sperando o che Giunone, o s'altra onora

casto amor marital, devesse aitarme

e con voi mantener, per sommo essempio

di chi più aggrade al suo famoso tempio.

Ma poi ch'esser non può, vi piaccia almeno

di queste arme portar ch'hanno il mio nome,

e da i perigli riguardar non meno

che si soglian le dolci amate some;

e qualor crollerete all'aure in seno

sopra il cimier queste dorate chiome

che riconverser già, lasse, la testa

ch'or di loro e di voi vedova resta;

vi risovvegna, oimé, con quanta doglia,

lunge han da lor la misera nutrice,

temendo sol di non sentirle spoglia

della nemica schiera vincitrice.

Ma segua pur di lor quanto 'l ciel voglia,

pur che torniate voi lieto e felice

da potermi narrare a parte a parte

i gran pregi e gli onor del nostro Marte”.

Così dicea la pallida consorte,

di doloroso umor bagnando il volto.

Ma il vago giovinetto in dura sorte

dal prezïoso don fu intorno avvolto,

poi ch'or contro alla spada di Boorte

e dal fero destin soletto accolto,

e gli fa in ver di lui muovere assalto

per pietà di Druscheno e di Verralto;

e con tutto il poter sovr'esso sprona

con la lancia ch'avea pesante e dura,

e 'n mezzo al doppio scudo il ferro dona

sì che i suoi più vicin n'ebber paura.

Ma il franco cavalier con la persona

non si vede crollare, e tanto il cura

quanto il robusto pin di Borea il fiato,

che già il decimo lustro avea contato.

Poi ch'ha l'asta troncata, il lassò in prima

senza impedirlo pur prender la spada;

indi il fere altamente su la cima,

ov'è 'l dono amoroso che gli aggrada:

e la chioma di lei, che troppo stima,

intricata convien ch'a terra vada,

ma la fronte non fu dal colpo offesa,

che dall'ottima tempra era difesa.

Poi che s'è accorto l'amoroso Ispano

del prezïoso e caro suo cimiero,

e che in mezzo alla polve era lontano

l'almo splendor del suo terreno Ibero;

qual tigre acerba lungo il lito Ircano

priva de' figli suoi, divenne fero:

spronò verso Boorte il suo cavallo

gridando in alto suono: “O crudo Gallo,

già non ti vanterai d'offeso avere

il più onorato crin che fosse mai,

che la luce vincea dell'altre spere

e dello istesso sol gli ardenti rai:

il quale alla sua donna mantenere

e 'ntero riportar certo giurai;

e 'l farò veramente o ch'oggi il cielo

sciorrà il mio spirto dal terrestre velo”.

E dicendo così, fere alla testa

pendente alquanto dal sinistro lato,

ch'orribil suon dentro all'orecchie desta

del pio Boorte, ma non l'ha impiagato:

poi di nuovo il percuote, e non s'arresta

in fin che 'l terzo colpo è raddoppiato,

su 'l braccio questo, e quel sopra la spalla;

pur di fargli assai danno in tutto falla.

Ma l'invitto guerrier, da poi che vede

chi fuor del creder suo troppo l'offende,

qual sopra lepre timida che siede

nell'erboso suo nido aquila scende,

a lui s'avventa, e dispietato il fiede

col ferro micidial, che sotto il prende

ove il ventre allo stomaco s'aggiunge,

e quando ivi trovò trapassa e punge.

L'infelici armi allor del regio sangue

fur di fuori oscurate e dentro piene,

e 'l giovin miserel pallido esangue

sopra il forte corsier non si sostiene:

e mentre così ancor morendo langue

della sposa fedel si risovviene,

e col vigor che in quello stato puote

si rivolge a Boorte in queste note:

“Alto signor, che così amico il cielo

al gran vostro valore e largo aveste;

se mai vi svegliò al cor pietoso zelo

pregar divoto di persone meste,

o se mai vi scaldar sotto un bel velo

d'onorata consorte fiamme oneste,

consolate, al posar di questa salma,

d'una promessa almen la misera alma:

e questa fia, di far di terra accòrre

le bionde chiome ch'io nel mondo adoro,

e meco insieme in chiuso albergo porre

coperto, com'io son, dell'arme d'oro;

e 'l tutto appresso nelle mani esporre

di Morassalto, al corno di Brunoro,

che mi deggia mandare alla mia dea

sì come al dipartir promesso avea”.

Il pio Boorte, che in più amaro pianto

che l'altro non diceva, intento ascolta,

risponde: “Or potess'io con nuovo incanto

render così la vita ch'io v'ho tolta

e felice tornarvi e lieto, quanto

già mai d'esser bramaste alcuna volta;

sì come adempierò vostro desio,

e di ciò testimon n'appello Dio”.

Ringraziò 'l con la vista e col sembiante,

che la parola scior più non poteo:

così condusse il già felice amante

in estrema sventura il destin reo.

La bionda chioma, ch'a' suoi piedi innante

negletta si giacea, riprender feo

Boorte, poi condur col cavaliero

dentro al suo padiglione, e 'l suo destriero.