CANTO VII

By Alessandro Tassoni

Rotti i Petroni da la destra parte,

sta in dubbio la vittoria ancor sospesa,

fin che scende dal ciel Iride, e Marte

fa ritirar da la crudel contesa.

Giugne Renoppia, e la smarrita parte

rinvigorisce, e giugne in sua difesa

Gherardo che dal fiume a l'altra sponda

caccia i nemici e fa vermiglia l'onda.

Il Conte di Culagna era fuggito,

com'io narrai, di man di Salinguerra,

e quel fiero, da l'impeto rapito,

pedoni e cavalier gittando a terra,

morto Rainero e Bruno avea ferito

e mossa a un tempo a quella squadra guerra

che Voluce in battaglia avea condotta;

e già le prime file erano in rotta.

Quando Voluce ode il rumore e vede

Salinguerra ch'i suoi rompe e fracassa,

salta in arcion, ché combatteva a piede,

e l'asta prende e la visiera abbassa,

sprona il cavallo, e tosto intorno cede

ognuno, e gli fa piazza ovunque passa;

Salinguerra a l'incontro i suoi precorre

e minaccioso a la battaglia corre.

I magnanimi cor di sdegno ardenti

metton le lance a mezzo 'l corso in resta,

e vannosi a ferir come due venti

o due folgori in mar quand'è tempesta.

Lampi e fiamme gittar gli elmi lucenti,

muggiò tremando il campo e la foresta

a quel superbo incontro, e l'aste secche

volaro infrante in mille scheggie e stecche.

Si fece il segno de la santa croce

l'un campo e l'altro, e si fermò guardando

per meraviglia immoto, senza voce,

del periglio comun scordato, quando

l'uno e l'altro guerrier torse veloce

dispettoso la briglia, e tratto il brando,

fulminarsi a gli scudi ambi e a la testa

dritti e rovesci a furia di tempesta.

Non stettero a parlar de' casi loro

come soleano far le genti antiche,

né se 'l lor padre fu spagnuolo o moro,

ma fecero trattar le man nemiche:

le ricche sopraveste e i fregi d'oro,

i cimieri, gli scudi e le loriche

volan squarciati e triti in pezzi e 'n polve,

il vento gli disperge e gli dissolve.

Tra mille colpi il Conte di Miceno

colse in fronte il signor di Francolino

che gli fece veder l'arco baleno,

la luna, il ciel stellato e 'l cristallino.

D'ira, di sdegno e di superbia pieno

sollevò Salinguerra il capo chino,

e a la vendetta già movea repente

quando rivolse gli occhi a la sua gente.

Sotto la scorta di sì chiaro duce

eran trascorsi i Ferraresi tanto,

che dietro a lui come a notturna luce

sconvolto avean tutto il sinistro canto;

ma poi ch'a Salinguerra il buon Voluce

si fece incontro, essi allentar fra tanto

l'impeto loro: e videsi in figura

che trotto d'asinel passa e non dura.

Manfredi, che cacciati i Milanesi

rotti e dispersi avea per la campagna,

e in aiuto venìa de' Cremonesi

contra quei di Toscana e di Romagna,

poi che conobbe a l'armi i Ferraresi

ch'incalzavano i suoi de la montagna,

rivolto a lo squadron ch'intorno avea,

gli accennava col brando e gli dicea:

— Eccovi là quella volubil gente

che vaga ognor di principi novelli

or piega al Papa e ne la vana mente

seco sognando va mitre e cappelli;

mirate com'è d'or tutta lucente,

come d'armi pomposa e di gioielli;

andiamo, valorosi, urtiam fra loro,

che nostre fien le gemme e l'armi e l'oro. —

Così dice; e spronando il buon destriero

la spada stringe e 'l forte scudo imbraccia,

e tra le squadre de' nemici altero

con la man fulminando urta e si caccia.

Come al primo attizzar pronto e leggiero

corre stormo di bracchi a dar la caccia

al gregge vil, così da quegli arditi

i Ferraresi allor furo assaliti.

Manfredi a Pasqualin di Pocointesta

tagliò d'un sottobecco il mento e 'l naso,

e fece rimaner con mezza testa

Piero Simon di Gasparin Pendaso.

Contra Manfredi con la lancia in resta

venìa spronando il Mozzarel Tomaso,

quand'ecco l'afferrò con un uncino

Archimede d'Orfeo Cavallerino.

Correa l'inaveduto a tutta briglia

senza badar s'alcun gli movea guerra,

e Archimede l'apposta e l'arronciglia

e 'l fa cader d'arcion col culo in terra:

per la coda il destrier Tomaso piglia

per ritenerlo, ed egli i piè diserra

con grazia tal, ch'in cambio di confetti

gli fa ingoiar dodici denti netti.

Giannotto Pellicciar con un'accetta

spaccò la testa a Gabrio Calcagnino;

Obizo Angiari e Baldovin Falletta

uccisi fur da Gemignan Porrino;

con un colpo di mazza Anteo Pinzetta

ammaccò la visiera ad Acarino

nato del seme altier di Giliolo,

e gli fece del naso un raviggiolo.

Ma questo è un gioco a quel che fa Manfredi

che tutta fracassata ha quella schiera,

Galasso Trotti ha morto e Gotifredi

Gualengui e Perondel di Boccanera;

e 'l Rosso Riminaldi ha messo a piedi

passato d'una punta a la gorgiera;

onde, d'ardire e d'ordinanza tolta,

la gente di Ferrara in fuga è volta.

Salinguerra, ch'i suoi vede fuggire

dal nemico valor che gli sbarraglia,

ferma la spada in atto di ferire,

e dice al Conte: — Tua bontà mi vaglia,

sì che la gente mia possa seguire

tanto ch'io la rivolga a la battaglia;

ché s'io resto qui sol cinto da' tuoi,

né tu meco pugnar con laude puoi. —

Voluce rispondea: — Signor Marchese,

è morto Orlando e non è più quel tempo;

ma per non vi parer poco cortese,

se volete fuggir, voi siete a tempo;

seguite pur (ch'io non farò contese)

la gente vostra, e non perdete il tempo,

perché mi par che corra come un vento;

ma vo' venir anch'io per complimento. —

— Oh questo no, rispose Salinguerra,

io non partirò mai, s'ella non resta. —

E in questo dire un colpo gli diserra

a mezza lama al sommo de la testa:

perdé le staffe e quasi andò per terra

il Conte a quella nespola brumesta;

strinse le ciglia, e vide a un punto mille

lampade accese e folgori e faville.

Allora Salinguerra il tempo piglia,

sprona il cavallo e si dilegua ratto;

e là dove Manfredi i suoi scompiglia,

d'ira avvampando e di furor s'è tratto;

grida, rampogna, e or questo e or quel ripiglia,

mena la spada a cerco e a chi di piatto,

a chi coglie di taglio, a chi minaccia

e non può far ch'alcun volga la faccia.

Voluce intanto si risente, e gira

il guardo, e vede il principe lontano;

tosto dietro gli sprona, e poi che mira

chiusa la strada e che s'affanna in vano,

urta fremendo di disdegno e d'ira

tra i Ferraresi anch'ei col brando in mano,

e fa volare al ciel membra tagliate

e piastre rotte e pezze insanguinate.

Tagliò una spalla a Tebaldel Romeo,

e a Buonaguida Fiaschi un braccio netto,

la gamba manca a Niccolin Bonleo

troncò dove finìa lo stivaletto;

e mastro Daniel di Bendideo

pieno d'astrologia la lingua e 'l petto

uccise d'una punta, ond'ei s'avvide

che del presumer nostro il Ciel si ride.

Voluce fe' quel dì prove mirande

e uccise di sua man trenta marchesi,

però che i marchesati in quelle bande

si vendevano allor pochi tornesi;

anzi vi fu chi per mostrarsi grande

si fe' investir d'incogniti paesi

da un tal signor, che per cavarne frutto

i titoli vendea per un presciutto.

Come nube di storni, a cui la caccia

lo sparvier dava dianzi o lo smeriglio,

se l'audace terzuol per lunga traccia

le sovraggiugne col falcato artiglio,

raddoppia il volo e quinci e quindi spaccia

le campagne del ciel volta in scompiglio,

or s'infolta, or s'allarga, or si distende

in lunga riga e i venti e l'aria fende:

tal la gente del Po, che pria fuggiva

da la tempesta di Manfredi irato,

poiché Voluce anch'ei le soprarriva

e 'n lei doppia il terror freddo e gelato,

con disordine tal fuggendo arriva

tra il popol di Fiorenza a destra armato,

che seco lo trasporta e lo sbarraglia

e lo fa seco uscir de la battaglia.

Segue Manfredi, e d'armi e di bandiere

resta coperto il pian dovunque passa;

fende Voluce or queste or quelle schiere

e memorabil segno entro vi lassa,

Pippo de' Pazzi e Cecco Pucci ei fere,

Beco Stradini e Pier di Casabassa:

seco è il Duara, e per foreste e boschi

fuggon dispersi i Ferraresi e i Toschi.

Ma non fuggon così già i Perugini

né la cavalleria del Malatesta;

anzi, come fu noto a i pellegrini

fregi il Duara e a la pomposa vesta,

l'arroncigliar con più di cento uncini

ne le braccia, né fianchi e ne la testa.

— Fate pian, grida Bosio, aiuto, aiuto,

non stracciate, ché 'l saio è di veluto;

fermate i raffi, ch'io mi do per vinto,

non tirate, canaglia maledetta,

che malannaggia il temerario instinto,

Perugini, ch'avete, e tanta fretta. —

Così dicendo fu subito cinto

e fatto prigionier da la cornetta

del capitan Paulucci; indi legato

sopra un roncino a Crespellan menato.

La prigionia del duca lor commosse

a furore e vendetta i Cremonesi,

spinsero innanzi e rinforzar le posse

e s'uniron con loro i Frignanesi;

ma il Perugino audace il piè non mosse

e stettero in battaglia i Riminesi,

dal valor proprio e da l'esempio degno

de' capitani lor tenuti a segno.

Il capitan Paulucci a Perdigone,

fratel di Bosio che 'l destrier gli uccise,

tirò d'una balestra da bolzone,

e con due coste rotte in terra il mise,

indi ammazzò col brando Ercol Pandone

che se l'ebbe per male in strane guise;

perch'era vecchio in guerra e buon soldato

e nissuno mai più l'avea ammazzato.

Aveva in tanto Alessio di Pazzano

il buon Omero Tortora assalito,

istorico famoso e capitano

che le ninfe d'Isauro avean nudrito,

quando d'una zagaglia sopra mano

fu dal signor di Rimini ferito,

e 'l ferro al vivo penetrò di sorte

che 'l trasse de l'arcion vicino a morte.

E già per ispogliarlo era smontato,

quando ei si volge e 'n su 'l morir gli dice:

— O tu che godi or del mio acerbo fato,

sappi che morirai via più infelice,

vicina è la tua sorte, e 'l tuo peccato

già prepara per te la mano ultrice,

dove meno la temi, e quel ch'importa,

teco la fama tua fia spenta e morta. —

Qui chiuse i lumi Alessio, e 'l Malatesta

frenò la mano, e ritirando il passo;

— Col mal augurio tuo, disse, ti resta,

e va' giù a profetar con Satanasso;

l'armi e la ricca tua serica vesta

portale teco pur, ch'io le ti lasso

con questi annunzi tuoi sciaurati e rii,

o poeta o stregon che tu ti sii. —

E in questo dire in su 'l destrier salito,

a la pugna volgea senza soggiorno

dal magnanimo cor tratto a l'invito

del suon de l'armi che fremea d'intorno,

quando il tergo de' suoi vide assalito

dal feroce Roldan che fea ritorno

da la campagna, e seco avea Ramberto

di sangue e di sudor tutto coperto.

Onde contra il furor de le balestre

che scoccava ne' suoi la gente alpina,

subito strinse l'ordinanza equestre

e si ritrasse a un'osteria vicina,

e il capitan Paulucci a la pedestre

sudando e ansando e con la man mancina

dimenando il cappel per farsi vento,

ritrasse anch'egli i suoi, ma con più stento;

ché Betto e Vico e Peppe e Ciancio e Lello

e Tile e Mariotto e Cecco e Bino

e 'l Miccia d'Erculan Montesperello

vi restar morti e Cittolo Oradino,

e prigioni Binciucco Signorello

e Mede di Pippon Montomelino:

e Fulvio Gelomia cadde di sella,

primo cultor de la natia favella.

Vi s'abbatté il dottor da Palestrina,

e fu storpiato anch'ei per mala sorte.

E fu d'un colpo d'una chiaverina

tratto un occhio di testa a Braccioforte,

a Braccioforte a cui quella mattina

cinta la propria spada avea la morte,

e 'l fiero Pluto per altrui spavento

messa gli avea l'orrida barba al mento.

Ma intanto che la palma ancor sospesa

pende, e l'un campo e l'altro è omai disfatto,

due politici fanno in ciel contesa

e vengono a l'ingiurie al primo tratto:

Mercurio de' Petroni ha la difesa,

favorisce i Potteschi Alcide matto;

Giove sta in mezzo, e con real decoro

raffrena l'ire e le discordie loro.

Ne' gangheri del ciel ferma ogni stella

cessa di variar gl'influssi e l'ore,

cade nel mar tranquillo ogni procella,

rischiara l'aria insolito splendore;

da l'alto seggio allor così favella

de la sesta lanterna il gran Motore:

— Non affrettate, o dei, de gli odii il tempo

ch'ancor verrà per voi troppo per tempo.

Vedete là dove d'alpestri monti

risonar fanno il cavernoso dorso

la Turrita col Serchio e fra due ponti

vanno ambo in fretta a mescolare il corso,

due popoli fra questi arditi e pronti

in fera pugna si daran di morso,

e si faran co' denti e con le mani

conoscer che son veri graffignani.

O quante scorze di castagni incisi

d'intorno copriran tutta la terra,

quanti capi dal busto fian divisi

in così cruda e sanguinosa guerra.

Caronte lasso in trasportar gli uccisi

ch'a passar Stige scenderan sotterra,

bestemmierà la maledetta sorte

che gli diè in guardia il passo de la morte.

Quinci in aiuto a' suoi correre armato

vedrassi al monte il forte Modanese,

quindi a i passi, ch'in pace avrà occupato,

opporsi l'astutissimo Lucchese;

entrar potrete allor ne lo steccato

tu Mercurio e tu Alcide a le contese,

e provar se più vaglia in quella parte

l'accortezza o il vigor, la forza o l'arte.

Un Alfonso e un Luigi Estensi a pena

d'un pel segnata mostreran la guancia,

ch'a più di mille insanguinar l'arena

faranno or con la spada or con la lancia;

le squadre intere volteran la schiena

dinanzi a i nuovi paladin di Francia;

e Castiglion fra le percosse mura

sotto si cacherà de la paura,

pregando il conte Biglia inginocchione

che venga a far cessar quella tempesta,

spiegando di Filippo il gonfalone

con una spagnolissima protesta;

quivi potrete allor con più ragione

cacciarvi gli occhi e rompervi la testa:

cessate intanto, e la pazzia mortale

resti fra quei che fan là giù del male. —

Così disse, e chiamando Iride bella

ch'al sole avea l'umida chioma stesa

— Vola, l'impone, o mia diletta ancella,

e di' a Marte che ceda a la contesa

fin ch'arrivi Gherardo e sua sorella

a cui si dee l'onor di quest'impresa. —

Iride non risponde e i venti fende,

e giù dal ciel ne la battaglia scende.

Vede Marte da lunge e drizza l'ale

dov'ei combatte e l'ambasciata esprime,

indi si parte e fuor de la mortale

feccia ritorna al puro aer sublime.

Marte, che scorge la tenzone eguale,

ritira il piè da l'ordinanze prime

e ne la retroguardia intanto passa,

e 'l Potta incontro ai Romagnoli lassa.

Il Potta avea assaliti i Faentini

e fracassata la lor gente equestre,

ché gli scudi dipinti e gli elmi fini

non ressero al colpir de le balestre.

Giacoccio Naldi e Pier de' Fantolini

rimasero feriti e a la pedestre;

e a Mengo Foschi e al cancellier Giulita

il Potta di sua man tolse la vita.

Uccise Bastian de' Fornardesi

che sapea tutto a mente il Calepino,

e dal voto ch'avea d'ir ad Ascesi

lo sciolse e di vestirsi di bertino;

indi per fianco urtò fra gl'Imolesi,

e s'affrontò col cavalier Vaino

ch'ucciso avea Pallamidon fornaio

che mangiava la torta col cucchiaio.

Il cavalier, che stava in su l'aviso,

d'arena che tenea dentro un sacchetto

gli empiè gl'occhi e la bocca a l'improviso,

poi strinse il brando e gli assaggiò l'elmetto.

— Ah! disse il Potta allor forbendo il viso,

tu me la pagherai Romagnoletto. —

E in questo dir menando con la spada

colpì a la cieca, si fe' dar la strada.

Ma poi che Marte il suo favor ritenne

e tornò di quadrato indietro il passo,

e che Perinto in quella parte venne

guidato dal furor di Satanasso,

il modanese stuol più non sostenne

l'impeto ostil dal faticar già lasso,

e rallentate l'ordinanze e l'ire

cominciò a ritirarsi, indi a fuggire.

Il Potta pien di rabbia e disperato

gridava con la bocca e con le mani

ma non potea fermar da nessun lato

lo scompiglio e 'l terror de' Gemignani,

e da l'impeto loro al fin portato

costretto fu d'abbandonar que' piani,

benché tre volte e quattro in volto fiero

spignesse tra i nemici il gran destriero.

Correndo in tanto e traversando il lito

senz'elmo e molle e polveroso tutto

il Conte di Culagna era fuggito,

e giunto a la città piena di lutto,

narrato avea fra il popolo smarrito

che 'l Re prigione e 'l campo era distrutto;

onde i vecchi e le donne al fiero aviso

fuggìan chi qua chi là pallidi in viso.

Corsero gli Anzian tutti a consiglio

per consultar ciò che s'avesse a fare;

molti volean nel subito periglio

fuggirsi e la cittade abbandonare;

altri dicean ch'era da dar di piglio

a tutto quel che si potea portare,

e salir su la torre allora allora,

e chi non vi capìa stesse di fuora.

Surse all'incontro un Bigo Manfredino

che sedea appresso a Carlo Fiordibelli,

e disse: — Senza pane e senza vino

che vogliamo cacar là su, fratelli?

questi sono consigli da un quattrino

che non gli sosterrian cento puntelli,

però i' vorrei, se 'l mio parer v'aggrada,

cavar un pozzo in capo d'ogni strada,

e ricoprirlo sì, ch'in arrivando

cadessero i nemici in giù a fracasso. —

Guarnier Cantuti allor rispose: — E quando

sarà finita l'opra e chiuso il passo?

Non è meglio che star quivi indugiando

condur lo stabbio ch'abbiam pronto a basso

ch'ingombra la metà de la cittade,

e con esso serrar tutte le strade? —

Ugo Machella a quel parlar sorrise

e disse rivoltato a que' prudenti:

— Se chiudiamo le strade in queste guise,

dov'entreranno poi le nostre genti?

Prendiamo l'armi: il Ciel sovente arrise

a le più audaci e risolute menti. —

Qui s'alzar tutti, e gridar senza tema:

— A la fé che l'è vera, andema, andema. —

Ma i bottegai correndo in fretta a i passi

che feano la città poco sicura,

con travi e pali e terra e sterpi e sassi

tosto alzaron trinciere, argini e mura;

sbarrar le strade e gli affumati chiassi,

e i portici d'antica architettura,

e dinanzi a le sbarre in quelle strette

cominciaro a votar le canalette.

Quando armata apparir fu vista intanto

Renoppia al suon de la novella fiera,

e correre a la porta, e seco a canto

condurre il fior de la virginea schiera:

diede a gli uomini ardir, riprese il pianto

del sesso femminil con faccia altera,

e rimirando giù per la via dritta

non vide alcun fuggir da la sconfitta.

Stette sospesa e addimandò del Conte,

ma il Conte avea già preso altro sentiero,

onde deliberò di gire al ponte

sovra il Panàro a investigar del vero;

quivi arrivò che 'l sol da l'orizonte

già poco era lontan nel lito ibero,

e mirò in vista dolorosa e bruna

spettacolo di morte e di fortuna.

Ne la parte più cupa e più profonda

notavano pedoni e cavalieri;

tutta di sangue uman torbida l'onda

volgea confusi e misti armi e destrieri;

i Gemignani a la sinistra sponda

fuggìan cacciati da i Petroni fieri;

stavan Tognone e Periteo lor sopra

e mettea l'uno e l'altro il ferro in opra.

Per man di Periteo giaceano morti

Guron Bertani e Baldassar Guirino,

Giacopo Sadoleti e Antonio Porti,

e ferito Antenor di Scalabrino:

ma il superbo Tognone e i suoi consorti

le schiere di Stuffione e Ravarino

avean distrutte, e a gran fatica s'era

salvato Gherardin su la riviera.

L'altro fratel ferito e prigioniero

cedeva l'armi al vincitor feroce,

ma su gli archi del ponte un cavaliero

fulminando col ferro e con la voce

cacciava i Gemignani, e a quell'altiero

s'opponea solo il Potta in su la foce

del ponte, e di fermar cercava in parte

l'ordinanze de' suoi già rotte e sparte.

Giugne Renoppia, e dove rotta vede

da la ripa fuggir l'amica gente,

volge con l'arco teso in fretta il piede,

e di lampi d'onor nel viso ardente:

— O infamia, grida, ch'ogn'infamia eccede:

tornate, e dite a la città dolente

che moriron le figlie e le sorelle

dove fuggiste voi, popolo imbelle.

Noi morirem qui sole e gloriose,

gite voi a salvar l'indegna vita,

non resteran vostre ignominie ascose,

né la fama con noi fia seppellita. —

Seco Renoppia avea le bellicose

donne di Pompeian, schiera fiorita

ch'in Modana arrestò tema d'oltraggio,

e cento de le sue di più coraggio;

e fra queste Celinda e Semidea,

di Manfredi sorelle e sue dilette,

e l'una e l'altra l'asta e l'arco avea

e la faretra al fianco e le saette.

Renoppia, che dal ponte i suoi vedea

tutti fuggir, la cocca a l'occhio mette,

e drizza il ferro a la scoperta faccia

di Perinto, ch'a' suoi dava la caccia.

E se non che Minerva il colpo torse

dal segno ove 'l drizzò la bella mano,

il fortissimo Eroe periva forse:

ma non uscì però lo strale in vano

ch'al destrier, ch'a quel punto in alto sorse

d'un salto e si levò tutto dal piano,

andò a ferir nel mezzo de la fronte,

onde col suo signor cadde su 'l ponte.

Perinto dal destrier ratto si scioglie,

ma lui non mira più la donna altera

che declina dal ponte e si raccoglie

dove fuggiano i suoi da la riviera:

quivi a Tognon, che l'onorate spoglie

avea tratte a Engheram da la Panciera,

prende la mira, e fa passar lo strale

dove giunto a la spalla era il bracciale.

Ferito il cavalier si ritraea,

quand'un altro quadrel gli sopraggiunge

che da l'arco gli vien di Semidea,

e in una gamba amaramente il punge.

Strinse l'asta Celinda, e giù scendea

là dove Periteo poco era lunge,

quand'ecco col caval cader ne l'onda

rotolando il mirò da l'alta sponda.

Avventar le compagne a l'improviso

cento strali in un punto al cavaliero;

l'armi difeser lui, ma cadde ucciso

a i colpi di tant'archi il buon destriero;

la sembianza real, l'altero viso,

la ricca sopravesta e 'l gran cimiero

trasser gli occhi così tutti in lui solo,

che meglio era vestir di romagnolo.

Qual Telessilla già dal muro d'Argo

cacciò il campo Spartan vittorioso,

tal fe' Renoppia dal sanguigno margo

ritrarre il piede al vincitor fastoso:

come uscito di sonno o di letargo

da quell'atto confuso e vergognoso,

il campo che fuggìa voltò la fronte,

e fermò le bandiere a piè del ponte.

Indi allargati in su la destra mano

correano a gara a custodir la riva,

quando s'udì un rumor poco lontano

che 'l ciel di gridi e di spavento empiva.

Era questi Gherardo il capitano

ch'in soccorso de' suoi ratto veniva;

al giugner suo mutar faccia le carte,

e ripresero cor Dionisio e Marte.

Gherardo in arrivando a destra invia

Bertoldo con due schiere, ed egli dove

vede il Potta pugnar prende la via,

passa su 'l ponte e fa l'usate prove.

Perinto a piedi e sol gli s'opponìa,

ma come vide tante genti nuove

che correano del ponte a la difesa,

ritrasse il piede e abbandonò l'impresa.

Gherardo sbarra il ponte e 'n guardia il lassa

a Giberto che quivi era con lui,

e torna indietro e su la riva passa

là dove combattean ne l'acqua i sui;

vede stanco il caval, subito abbassa,

ne fa un altro venir, ché n'avea dui,

né può soffrir di scender da la sponda

ch'a precipizio giù salta ne l'onda.

Il signor di Faenza era in battaglia

col capitan Brindon Boccabadati,

e Matteo Fredi e Gemignan Roncaglia

e Beltramo Baroccio avea ammazzati.

Gherardo con la mazza apre e sbarraglia

Faentini, Imolesi e Cesenati,

quei di Ravenna e quei de la Cattolica,

e fa strage di ferro e di maiolica.

Al capitan Fracassa in su l'elmetto

menò d'un colpo esterminato e fiero,

che tramortito ne l'ondoso letto

cadendo di Brindon fu prigioniero.

Quindi si volse, e con feroce aspetto

nel petronico stuol spinse il destriero,

e di Panago al conte e a Boniforte

signor di Castiglion diede la morte.

Si ritira il nemico a l'altra riva

che 'l disvantaggio suo vede e comprende,

e poi ch'a l'erta in fermo sito arriva,

l'ordinanze restrigne e si difende.

Ma già la notte d'oriente usciva,

e fra l'orror de le sue fosche bende

le lampade del ciel tutte accendea,

e giù in terra a' mortali il dì chiudea.