CANTO VII

By Vincenzo Monti

Oh! del nostro sentir parte migliore,

generosa di belle alme fralezza,

lagrime pie! per voi vinto il dolore

tace, e la punta del suo dardo spezza;

per voi fra l'onde degli affanni il core

beve, ignota al profano, alma dolcezza;

voi degli afflitti voluttà, voi pura

fonte di pace in mezzo alla sventura.

Misero quegli che cader vi mira,

e, di voi schivo, ad altra parte abbassa

la sdegnosa pupilla, e non sospira

su l'infelice venerando, e passa!

Verrà del Cielo a visitarlo l'ira,

che inulta la ragion vostra non lassa;

né stilla pur del pianto altrui negato

scenderà sul superbo abbandonato.

Ma tre volte felice chi di belle

lagrime bagna, compatendo, il ciglio!

La Pietà le raccoglie, e ammorza in quelle

l'ira che ferve nel divin consiglio;

mentre il vostro vapor, ch'alto alle stelle

e caro ascende dal terreno esiglio,

su l'umano fallir stende un bel velo,

e riconcilia colla terra il cielo.

Né voi già larghe scorrere godete

tra il fasto cittadin sott'aureo tetto:

ché la diva Pietà, da cui movete,

non batte no del crudel ricco al petto.

Anime pure di vostr'acque han sete,

di voi più degne in povero ricetto;

ivi il cor di Terigi, ivi le ciglia

v'aspettano d'Ullino e della figlia.

Poiché in parte per gli occhi ebbe disciolto

il duol che chiuse al favellar la via,

alzò Terigi il caro umido volto,

che ancor più caro nel dolor venìa.

Vede il veglio che, il guardo in sé raccolto,

lagrimava e tacea, vede la pia

vergin che sopra gli pendea co' belli

occhi intenti ed aperti in due ruscelli.

La man pose alla man della dolente,

grato a tanta pietà, quell'infelice;

sovra il cor la si strinse, ed il languente

sguardo in lei fisso: Sospendi, le dice,

questo pianto sospendi, alma innocente;

ché la lagrima tua consolatrice

tempo non è che tutta su l'orrenda

avventura trabocchi, e al cor ti scenda.

Se tu pur conoscesti e ti fu cara

una madre, o Malvina, un'adorata

madre, udirai e intenderai se amara

fu la mia sorte e a rimembrar spietata.

Disse; e quale è colui che si prepara

caso acerbo a narrar, l'addolorata

mente raccolse il Cavaliero, e detti

cercò conformi ai perturbati affetti.

Parla, riprese allor con un sospiro

la giovinetta a confortarlo intenta;

parla, caro infelice: il tuo martiro

non l'apri a cor che fugga e non lo senta.

Anch'io conosco, anch'io sostenni il diro

strale che l'arco del disastro avventa;

anch'io l'ebbi una madre, una diletta

madre ed amica che lassù m'aspetta.

Sì dicendo, levò le rugiadose

luci, e, col guardo al ciel diritto e fiso,

la man sul petto virginal compose,

e sì dolce atteggiò l'aria del viso,

che l'anima parea le desiose

ali aprire e innalzarse al paradiso,

disdegnosa del carcere terreno

che la divide dal materno seno.

Di quel dolce abbandono ancor non era

d'Ullin la figlia generosa uscita,

che apparecchiato a proseguir la fiera

storia che il pianto avea prima impedita,

Terigi ripigliò: Poiché la fera

pietosa m'ebbe in suo parlar chiarita

la crudel sorte della madre, immoto

rimasi e freddo, e d'ogni senso vôto.

Al tornar dello spirto, entro le chiome

cacciai la mano, e del dolore il grido

alzai d'intorno, e la chiamai per nome;

né mi rispose che il deserto lido.

Di su, di giù mi ravvolgea siccome

furente, e tuttavia raspando il fido

cane ululava, e dir parea: M'aiuta,

ché la misera ancor non è perduta.

Come rapida fiamma al cor mi corre

questo sospetto, e nel pensier mi riede

sotterraneo recesso, ov'ella porre

potea nell'uopo a salvamento il piede.

Per udita esser anco mi soccorre

fresco l'eccidio del paese, e fede

danne il fumo che, in mezzo all'alto orrore,

sfoga tra sasso e sasso, e ancor non muore.

A quel lampo di speme infiammarse

le membra mi sentii di repentina

forza; e alla parte ov'io pensai che trarse

in occulto potea quella meschina,

il dì che crudo entrò il nemico e sparse

d'ogn'intorno la morte e la ruina,

ratto mi diedi a disgombrar la smossa

bica di sassi e travi a tutta possa.

Ma solo, ahi lasso! che potea? Tropp'era

alto l'ingombro, e la man poca a tanto,

la man che tutta è sangue in quella fiera

fatica, e un'onda il corpo tuttoquanto.

Pur proseguo, e vi spendo ogni maniera

di travaglio e di pena; infin che franto

ogni vigore, in mezzo all'affannosa

opra al suol cado come morta cosa.

Cado, e abbracciava sanguinoso e rotto

le accalcate ruine. In quello stato

odo, o parmi d'udir, cupo di sotto

un lamento lugubre e prolungato.

Mi riscuoto; e di nuovo in giù condotto

l'orecchio al suol, di nuovo odo un plorato,

che distinto m'avvisa e gemebondo

un sepolto che grida in quel profondo.

Ella vive, ella vive; e balzo in piedi

forsennato di gaudio; e tuttavia

iterando, ella vive, a far mi diedi

sforzo che vano e disperato uscìa.

Dio, gridai, Dio clemente, o mi concedi

la sua vita, o ti prendi anco la mia.

Così pregando, un improvviso e molto

romor di piedi avvicinarsi ascolto.

Era di Franchi un bellicoso ardito

drappel, cui patrio amore, ira movea

contro il vicin nemico, e lui pentito

far degl'incendii miserandi ardea.

Corsi, e squallido, ansante, irto, sfinito,

narrai l'orrido caso; e non avea

tutto ancor detto, che lo stuol già sopra

ai franti muri di gran cor s'adopra;

e a quella parte ov'io lor destre invoco,

sgombra il passo impedito, e mi seconda,

e già siam presso al sotterraneo loco;

già la chiamo, già par che mi risponda.

Oh momento! il mio core era di foco,

e tremava ad un tempo come fronda.

Apresi il varco alfine, alfin più chiara

mi vien la voce lamentosa e cara.

Precipitoso per la data porta

l'impaziente mia pietà mi caccia,

gridando, O madre! e già la tengo (ahi corta

immensa gioia!) fra le calde braccia.

La dolorosa omai tra viva e morta,

al suon della mia voce alza la faccia,

mi guarda, mi conosce, e messo un grido,

cade spenta dal gaudio, ed io l'uccido.

Io per camparla le troncai la vita,

misero incauto! e si fe' giuoco il Cielo

di mia pietade filial tradita.

Se ancor del crudo colpo mi querelo,

Dio, perdona: nasconde l'infinita

tua provvidenza impenetrabil velo.

Ma tanto amore ed una tanta fede,

no, mertar non parea questa mercede.

Che si fosse di me, che mi facessi

dopo l'alta sventura, io nol so dire;

sì dall'ambascia e dal dolore oppressi

gli spirti tutti uscìan d'ogni sentire.

Come fur chiamati agl'intermessi

offici della vista e dell'udire,

trovaimi cinto di dolenti volti

in pio silenzio a me d'intorno accolti.

Muto li guato, e già il pensier tornando

ne' suoi discorsi, colla man rimovo

i circostanti, e con lo sguardo errando

d'ogni lato, la cerco e non la trovo.

Dov'è? languido e fioco alfin domando,

dov'è la madre? e tace ognun. Di nuovo

chieggo, e fiero mi levo, e la discreta

carità degli amici indarno il vieta.

In povero vicin tempio, dall'ira

ostil non tocco, avean locato intanto

umilmente su la nuda pira

di poche pietre il corpo onesto e santo.

Giacegli gramo al fianco e lo rimira

il povero Melampo, che di pianto

avea gli occhi suffusi, e ad or ad ora

solleva il capo, si lamenta e plora.

Di molte turbe, quivi convenute

sotto la scorta del guerrier drappello,

bisbigliavan le vie dianzi sì mute:

ciascun tornava al suo deserto ostello;

e frugando dell'arse ed abbattute

case ogni lato, accolto in quel sacello

avean le salme d'alcun altro estinto,

e deposte nel mezzo al pio recinto.

V'era una madre dal dolore uccisa,

giovinetta col figlio alla mammella:

una tigre, una Furia avrìa conquisa

la sua sembianza dilicata e bella.

Crudel ferro sul petto in empia guisa

il caro pegno le trafisse, ed ella

per l'immenso dolore al punto istesso

spirò col labbro su la piaga impresso.

Crescea materia di comun lamento

un generoso che, a campar l'amico,

si lanciò tra le fiamme e vi fu spento,

vittima illustre dell'amor ch'io dico.

Lagrimavasi ancora il violento

fato d'un veglio di valor antico,

che, giusto, umano, liberal, cortese,

tutti amò, Dio temette, e nullo offese.

Come il piè misi nella santa soglia

tra quella di defunti atra corona,

l'altrui sventura che la nostra doglia

sospende e dolce a compatir ne sprona,

religion che pronta in noi germoglia

nel disastro, e al pensier grave ragiona,

sì mi scosser l'inferma anima anela,

che tutta cadde al mio furor la vela.

Sentii, venendo nella sacra stanza,

stanza augusta di Dio quanto più nuda,

la sua sentii presente alta possanza,

che d'ogni umano affetto ci denuda.

Questo Dio degli afflitti una costanza

par che nel petto allor m'infonda e chiuda;

la costanza del giusto, che la pace

trae dagli affanni, inchina il capo e tace.

Oh necessaria agli infelici e cara

religion! Tu davi al mio dolore

sublime qualità, sì che l'amara

piena non tutto mi sommerse il core.

M'appressai della madre all'umil bara,

v'affissi le pupille, e di chi muore

già mi stringea l'angoscia; ma le penne

levò la mente al cielo, e la sostenne.

Sorse intanto la notte, e ricoprìa

del benigno suo vel le lagrimate

opre mortali; e ognun del tempio uscìa

di mestizia dipinto e di pietate.

Ma me né forza né pregar partìa

dalle care a' miei sguardi ed onorate

spoglie, e là mi rimasi, onde di duolo

inebbriarmi a mio pien grado, e solo.

Le venerande tenebre rompea

del sacro chiuso una lugùbre e muta

lampa; e la fioca luce orror crescea

dai distesi cadaveri sbattuta.

Al nudo capo maternal facea

letto una pietra, ed io su la sparuta

fronte tenea le ciglia immote e fisse,

quasi aspettando che le sue m'aprisse.

Poiché alfin la solinga aspra mia cura

fu di lagrime sazia e di sospiri,

o poter fosse della pia natura

che tutti placa col pianto i martìri,

o fosse opra del Ciel, me su la dura

terra giacente con pesanti giri

tale avvolse un sopore, e mi si fuse

su gli occhi, che domati alfin li chiuse.

Ed ecco vera innanzi e luminosa

starmi l'immago della cara estinta,

che i rai m'asciuga colla man pietosa

e in soave d'amor voce distinta:

Figlio, disse, pon modo all'affannosa

doglia, che offende il mio gioire. Io cinta

d'immortal luce in ciel mi godo, e quivi

al senso alzata degli eterni Divi,

t'amo d'amore che in mortal non scende

intelletto, e di te con Dio ragiono,

e in lui veggo il tenor delle vicende

a cui tu resti, e di che lieta io sono.

Ma sollevarne il vel mi si contende;

di conforti e d'avvisi unico dono

farti mi lice, e venni a ciò. Tu gli odi,

e in cor li figgi di ben saldi chiodi.

La patria, per cui bella è ognor la morte,

a fecondi d'onor nuovi perigli

minacciata d'esterne empie ritorte

di nuovo appella ad alto grido i figli.

Soccorso invoca su le Cozie porte

Italia stretta dai tedeschi artigli,

e il brando che a tarparli il ciel destina,

il fatal brando è fuor della vagina.

E già splende sull'Alpi, già l'eterna

neve incalcata da terreno piede

sente l'orma francese, e la superna

cima d'armi fiammeggia, e il varco cede.

Là ti chiama l'onor che ti governa,

di là si scende ad immortal mercede,

alla mercé del forte che sé stesso

dona alla patria ed all'amico oppresso.

Sceso in valle di Po l'alto Guerriero,

a cui nullo guerrier si paragona,

farà gran pugna, fiaccherà del fiero

Teuton l'orgoglio, che temuto or suona;

vittoria mieterà che dell'impero

Italo e Franco la regal corona

daragli al crine, e più non dico: il Fato

matura il resto a più bei dì serbato.

Ciò che possa l'ardir Gallo ne' campi

di Marengo tremendi, fia dimostro.

Ivi sarà che di valor tu stampi

orma degna, tu pur, d'eterno inchiostro.

Va dunque, e tua virtù chiara divampi

per l'onorato calle che ti mostro.

Fa che di te quel Grande che ti guida,

qualche bel fatto intenda, e ti sorrida.

Con questa speme al ciel beata io torno;

più non lice indugiarmi: al tergo mio

olezzante aleggiar sento del giorno

l'aura vietata che m'incalza: addio. -

Sì dicendo mi cinse al collo intorno

le braccia, e sparve in un balen, mentr'io

per rattenerla a lei m'avvento, e a vôto

tornan le mani al petto, e mi riscuoto.

Confortato mi desto, e coll'aìta

de' già pronti compagni a dar mi volsi,

duro officio! la tomba a chi la vita

diemmi; e tutto al grand'uopo il cor raccolsi.

Pietosamente in parte erma e romita

ne recammo la spoglia, e anch'io ne tolsi

su queste spalle il peso, alle sante ossa

anch'io scavai con questa man la fossa.

Io la calai là dentro, io sovra il letto

dell'eterna quiete la composi;

delle man giunte le feci croce al petto,

e i fior mesti di morte al crin le posi;

e dato il lungo estremo sguardo, e detto

l'ultimo addio, su i santi e preziosi

membri gittammo della terra il velo,

pregando all'alma eterna luce in cielo.

Oh Malvina! al cader delle versate

gementi zolle sul materno volto,

qual mi movesse assalto la pietate,

alle labbra d'un figlio il dirlo è tolto.

Così sparir vid'io, lasso! le amate

sembianze, e ancor le veggo, ancora ascolto

il cupo suon della terra che piomba

su quella fronte, e dentro mi rimbomba.

Ma de' tuoi casi, o mio Melampo, degni

di ricordanza e di perpetuo vanto,

non tacerò, ché ovunque pietà regni

privo il tuo fato non andrà di pianto.

E noi sol d'odio e di superbi sdegni

stirpe nudrita, dalle belve intanto,

se imitarne la fede un dì sapremo,

noi la vera amistade impareremo.

Poiché la donna sua scender sotterra

vid'egli, e tutto già deserto il lito,

a plorar sulla fossa che la serra

rimase, empiendo d'ululati il Sito.

Ed or si corca, or si raggira ed erra

sulla sepolta; e quando è il dì partito,

romper non cessa l'animal fedele

di gemiti la notte e di querele.

Sventurato! tre volte il sol morendo

in quella tomba a lamentar lasciollo,

immemore del cibo, e tre nascendo

su quella tomba a lamentar trovollo;

finché attrito di duolo, e già sentendo

mancar la vita, i piedi adagia e il collo

placidamente sul sepolcro; il mira

l'ultima volta gemebondo, e spira.