CANTO VII
Oh! del nostro sentir parte migliore,
generosa di belle alme fralezza,
lagrime pie! per voi vinto il dolore
tace, e la punta del suo dardo spezza;
per voi fra l'onde degli affanni il core
beve, ignota al profano, alma dolcezza;
voi degli afflitti voluttà, voi pura
fonte di pace in mezzo alla sventura.
Misero quegli che cader vi mira,
e, di voi schivo, ad altra parte abbassa
la sdegnosa pupilla, e non sospira
su l'infelice venerando, e passa!
Verrà del Cielo a visitarlo l'ira,
che inulta la ragion vostra non lassa;
né stilla pur del pianto altrui negato
scenderà sul superbo abbandonato.
Ma tre volte felice chi di belle
lagrime bagna, compatendo, il ciglio!
La Pietà le raccoglie, e ammorza in quelle
l'ira che ferve nel divin consiglio;
mentre il vostro vapor, ch'alto alle stelle
e caro ascende dal terreno esiglio,
su l'umano fallir stende un bel velo,
e riconcilia colla terra il cielo.
Né voi già larghe scorrere godete
tra il fasto cittadin sott'aureo tetto:
ché la diva Pietà, da cui movete,
non batte no del crudel ricco al petto.
Anime pure di vostr'acque han sete,
di voi più degne in povero ricetto;
ivi il cor di Terigi, ivi le ciglia
v'aspettano d'Ullino e della figlia.
Poiché in parte per gli occhi ebbe disciolto
il duol che chiuse al favellar la via,
alzò Terigi il caro umido volto,
che ancor più caro nel dolor venìa.
Vede il veglio che, il guardo in sé raccolto,
lagrimava e tacea, vede la pia
vergin che sopra gli pendea co' belli
occhi intenti ed aperti in due ruscelli.
La man pose alla man della dolente,
grato a tanta pietà, quell'infelice;
sovra il cor la si strinse, ed il languente
sguardo in lei fisso: Sospendi, le dice,
questo pianto sospendi, alma innocente;
ché la lagrima tua consolatrice
tempo non è che tutta su l'orrenda
avventura trabocchi, e al cor ti scenda.
Se tu pur conoscesti e ti fu cara
una madre, o Malvina, un'adorata
madre, udirai e intenderai se amara
fu la mia sorte e a rimembrar spietata.
Disse; e quale è colui che si prepara
caso acerbo a narrar, l'addolorata
mente raccolse il Cavaliero, e detti
cercò conformi ai perturbati affetti.
Parla, riprese allor con un sospiro
la giovinetta a confortarlo intenta;
parla, caro infelice: il tuo martiro
non l'apri a cor che fugga e non lo senta.
Anch'io conosco, anch'io sostenni il diro
strale che l'arco del disastro avventa;
anch'io l'ebbi una madre, una diletta
madre ed amica che lassù m'aspetta.
Sì dicendo, levò le rugiadose
luci, e, col guardo al ciel diritto e fiso,
la man sul petto virginal compose,
e sì dolce atteggiò l'aria del viso,
che l'anima parea le desiose
ali aprire e innalzarse al paradiso,
disdegnosa del carcere terreno
che la divide dal materno seno.
Di quel dolce abbandono ancor non era
d'Ullin la figlia generosa uscita,
che apparecchiato a proseguir la fiera
storia che il pianto avea prima impedita,
Terigi ripigliò: Poiché la fera
pietosa m'ebbe in suo parlar chiarita
la crudel sorte della madre, immoto
rimasi e freddo, e d'ogni senso vôto.
Al tornar dello spirto, entro le chiome
cacciai la mano, e del dolore il grido
alzai d'intorno, e la chiamai per nome;
né mi rispose che il deserto lido.
Di su, di giù mi ravvolgea siccome
furente, e tuttavia raspando il fido
cane ululava, e dir parea: M'aiuta,
ché la misera ancor non è perduta.
Come rapida fiamma al cor mi corre
questo sospetto, e nel pensier mi riede
sotterraneo recesso, ov'ella porre
potea nell'uopo a salvamento il piede.
Per udita esser anco mi soccorre
fresco l'eccidio del paese, e fede
danne il fumo che, in mezzo all'alto orrore,
sfoga tra sasso e sasso, e ancor non muore.
A quel lampo di speme infiammarse
le membra mi sentii di repentina
forza; e alla parte ov'io pensai che trarse
in occulto potea quella meschina,
il dì che crudo entrò il nemico e sparse
d'ogn'intorno la morte e la ruina,
ratto mi diedi a disgombrar la smossa
bica di sassi e travi a tutta possa.
Ma solo, ahi lasso! che potea? Tropp'era
alto l'ingombro, e la man poca a tanto,
la man che tutta è sangue in quella fiera
fatica, e un'onda il corpo tuttoquanto.
Pur proseguo, e vi spendo ogni maniera
di travaglio e di pena; infin che franto
ogni vigore, in mezzo all'affannosa
opra al suol cado come morta cosa.
Cado, e abbracciava sanguinoso e rotto
le accalcate ruine. In quello stato
odo, o parmi d'udir, cupo di sotto
un lamento lugubre e prolungato.
Mi riscuoto; e di nuovo in giù condotto
l'orecchio al suol, di nuovo odo un plorato,
che distinto m'avvisa e gemebondo
un sepolto che grida in quel profondo.
Ella vive, ella vive; e balzo in piedi
forsennato di gaudio; e tuttavia
iterando, ella vive, a far mi diedi
sforzo che vano e disperato uscìa.
Dio, gridai, Dio clemente, o mi concedi
la sua vita, o ti prendi anco la mia.
Così pregando, un improvviso e molto
romor di piedi avvicinarsi ascolto.
Era di Franchi un bellicoso ardito
drappel, cui patrio amore, ira movea
contro il vicin nemico, e lui pentito
far degl'incendii miserandi ardea.
Corsi, e squallido, ansante, irto, sfinito,
narrai l'orrido caso; e non avea
tutto ancor detto, che lo stuol già sopra
ai franti muri di gran cor s'adopra;
e a quella parte ov'io lor destre invoco,
sgombra il passo impedito, e mi seconda,
e già siam presso al sotterraneo loco;
già la chiamo, già par che mi risponda.
Oh momento! il mio core era di foco,
e tremava ad un tempo come fronda.
Apresi il varco alfine, alfin più chiara
mi vien la voce lamentosa e cara.
Precipitoso per la data porta
l'impaziente mia pietà mi caccia,
gridando, O madre! e già la tengo (ahi corta
immensa gioia!) fra le calde braccia.
La dolorosa omai tra viva e morta,
al suon della mia voce alza la faccia,
mi guarda, mi conosce, e messo un grido,
cade spenta dal gaudio, ed io l'uccido.
Io per camparla le troncai la vita,
misero incauto! e si fe' giuoco il Cielo
di mia pietade filial tradita.
Se ancor del crudo colpo mi querelo,
Dio, perdona: nasconde l'infinita
tua provvidenza impenetrabil velo.
Ma tanto amore ed una tanta fede,
no, mertar non parea questa mercede.
Che si fosse di me, che mi facessi
dopo l'alta sventura, io nol so dire;
sì dall'ambascia e dal dolore oppressi
gli spirti tutti uscìan d'ogni sentire.
Come fur chiamati agl'intermessi
offici della vista e dell'udire,
trovaimi cinto di dolenti volti
in pio silenzio a me d'intorno accolti.
Muto li guato, e già il pensier tornando
ne' suoi discorsi, colla man rimovo
i circostanti, e con lo sguardo errando
d'ogni lato, la cerco e non la trovo.
Dov'è? languido e fioco alfin domando,
dov'è la madre? e tace ognun. Di nuovo
chieggo, e fiero mi levo, e la discreta
carità degli amici indarno il vieta.
In povero vicin tempio, dall'ira
ostil non tocco, avean locato intanto
umilmente su la nuda pira
di poche pietre il corpo onesto e santo.
Giacegli gramo al fianco e lo rimira
il povero Melampo, che di pianto
avea gli occhi suffusi, e ad or ad ora
solleva il capo, si lamenta e plora.
Di molte turbe, quivi convenute
sotto la scorta del guerrier drappello,
bisbigliavan le vie dianzi sì mute:
ciascun tornava al suo deserto ostello;
e frugando dell'arse ed abbattute
case ogni lato, accolto in quel sacello
avean le salme d'alcun altro estinto,
e deposte nel mezzo al pio recinto.
V'era una madre dal dolore uccisa,
giovinetta col figlio alla mammella:
una tigre, una Furia avrìa conquisa
la sua sembianza dilicata e bella.
Crudel ferro sul petto in empia guisa
il caro pegno le trafisse, ed ella
per l'immenso dolore al punto istesso
spirò col labbro su la piaga impresso.
Crescea materia di comun lamento
un generoso che, a campar l'amico,
si lanciò tra le fiamme e vi fu spento,
vittima illustre dell'amor ch'io dico.
Lagrimavasi ancora il violento
fato d'un veglio di valor antico,
che, giusto, umano, liberal, cortese,
tutti amò, Dio temette, e nullo offese.
Come il piè misi nella santa soglia
tra quella di defunti atra corona,
l'altrui sventura che la nostra doglia
sospende e dolce a compatir ne sprona,
religion che pronta in noi germoglia
nel disastro, e al pensier grave ragiona,
sì mi scosser l'inferma anima anela,
che tutta cadde al mio furor la vela.
Sentii, venendo nella sacra stanza,
stanza augusta di Dio quanto più nuda,
la sua sentii presente alta possanza,
che d'ogni umano affetto ci denuda.
Questo Dio degli afflitti una costanza
par che nel petto allor m'infonda e chiuda;
la costanza del giusto, che la pace
trae dagli affanni, inchina il capo e tace.
Oh necessaria agli infelici e cara
religion! Tu davi al mio dolore
sublime qualità, sì che l'amara
piena non tutto mi sommerse il core.
M'appressai della madre all'umil bara,
v'affissi le pupille, e di chi muore
già mi stringea l'angoscia; ma le penne
levò la mente al cielo, e la sostenne.
Sorse intanto la notte, e ricoprìa
del benigno suo vel le lagrimate
opre mortali; e ognun del tempio uscìa
di mestizia dipinto e di pietate.
Ma me né forza né pregar partìa
dalle care a' miei sguardi ed onorate
spoglie, e là mi rimasi, onde di duolo
inebbriarmi a mio pien grado, e solo.
Le venerande tenebre rompea
del sacro chiuso una lugùbre e muta
lampa; e la fioca luce orror crescea
dai distesi cadaveri sbattuta.
Al nudo capo maternal facea
letto una pietra, ed io su la sparuta
fronte tenea le ciglia immote e fisse,
quasi aspettando che le sue m'aprisse.
Poiché alfin la solinga aspra mia cura
fu di lagrime sazia e di sospiri,
o poter fosse della pia natura
che tutti placa col pianto i martìri,
o fosse opra del Ciel, me su la dura
terra giacente con pesanti giri
tale avvolse un sopore, e mi si fuse
su gli occhi, che domati alfin li chiuse.
Ed ecco vera innanzi e luminosa
starmi l'immago della cara estinta,
che i rai m'asciuga colla man pietosa
e in soave d'amor voce distinta:
Figlio, disse, pon modo all'affannosa
doglia, che offende il mio gioire. Io cinta
d'immortal luce in ciel mi godo, e quivi
al senso alzata degli eterni Divi,
t'amo d'amore che in mortal non scende
intelletto, e di te con Dio ragiono,
e in lui veggo il tenor delle vicende
a cui tu resti, e di che lieta io sono.
Ma sollevarne il vel mi si contende;
di conforti e d'avvisi unico dono
farti mi lice, e venni a ciò. Tu gli odi,
e in cor li figgi di ben saldi chiodi.
La patria, per cui bella è ognor la morte,
a fecondi d'onor nuovi perigli
minacciata d'esterne empie ritorte
di nuovo appella ad alto grido i figli.
Soccorso invoca su le Cozie porte
Italia stretta dai tedeschi artigli,
e il brando che a tarparli il ciel destina,
il fatal brando è fuor della vagina.
E già splende sull'Alpi, già l'eterna
neve incalcata da terreno piede
sente l'orma francese, e la superna
cima d'armi fiammeggia, e il varco cede.
Là ti chiama l'onor che ti governa,
di là si scende ad immortal mercede,
alla mercé del forte che sé stesso
dona alla patria ed all'amico oppresso.
Sceso in valle di Po l'alto Guerriero,
a cui nullo guerrier si paragona,
farà gran pugna, fiaccherà del fiero
Teuton l'orgoglio, che temuto or suona;
vittoria mieterà che dell'impero
Italo e Franco la regal corona
daragli al crine, e più non dico: il Fato
matura il resto a più bei dì serbato.
Ciò che possa l'ardir Gallo ne' campi
di Marengo tremendi, fia dimostro.
Ivi sarà che di valor tu stampi
orma degna, tu pur, d'eterno inchiostro.
Va dunque, e tua virtù chiara divampi
per l'onorato calle che ti mostro.
Fa che di te quel Grande che ti guida,
qualche bel fatto intenda, e ti sorrida.
Con questa speme al ciel beata io torno;
più non lice indugiarmi: al tergo mio
olezzante aleggiar sento del giorno
l'aura vietata che m'incalza: addio. -
Sì dicendo mi cinse al collo intorno
le braccia, e sparve in un balen, mentr'io
per rattenerla a lei m'avvento, e a vôto
tornan le mani al petto, e mi riscuoto.
Confortato mi desto, e coll'aìta
de' già pronti compagni a dar mi volsi,
duro officio! la tomba a chi la vita
diemmi; e tutto al grand'uopo il cor raccolsi.
Pietosamente in parte erma e romita
ne recammo la spoglia, e anch'io ne tolsi
su queste spalle il peso, alle sante ossa
anch'io scavai con questa man la fossa.
Io la calai là dentro, io sovra il letto
dell'eterna quiete la composi;
delle man giunte le feci croce al petto,
e i fior mesti di morte al crin le posi;
e dato il lungo estremo sguardo, e detto
l'ultimo addio, su i santi e preziosi
membri gittammo della terra il velo,
pregando all'alma eterna luce in cielo.
Oh Malvina! al cader delle versate
gementi zolle sul materno volto,
qual mi movesse assalto la pietate,
alle labbra d'un figlio il dirlo è tolto.
Così sparir vid'io, lasso! le amate
sembianze, e ancor le veggo, ancora ascolto
il cupo suon della terra che piomba
su quella fronte, e dentro mi rimbomba.
Ma de' tuoi casi, o mio Melampo, degni
di ricordanza e di perpetuo vanto,
non tacerò, ché ovunque pietà regni
privo il tuo fato non andrà di pianto.
E noi sol d'odio e di superbi sdegni
stirpe nudrita, dalle belve intanto,
se imitarne la fede un dì sapremo,
noi la vera amistade impareremo.
Poiché la donna sua scender sotterra
vid'egli, e tutto già deserto il lito,
a plorar sulla fossa che la serra
rimase, empiendo d'ululati il Sito.
Ed or si corca, or si raggira ed erra
sulla sepolta; e quando è il dì partito,
romper non cessa l'animal fedele
di gemiti la notte e di querele.
Sventurato! tre volte il sol morendo
in quella tomba a lamentar lasciollo,
immemore del cibo, e tre nascendo
su quella tomba a lamentar trovollo;
finché attrito di duolo, e già sentendo
mancar la vita, i piedi adagia e il collo
placidamente sul sepolcro; il mira
l'ultima volta gemebondo, e spira.