CANTO VIII

By Alessandro Tassoni

Il corno manco al fin de' Gemignani

giugne a forza pugnando a' suoi steccati.

Vede Ezzelino in mostra i padovani

ch'a danno de' Petroni ha ragunati.

Fan tregua i campi, e con partiti vani

son da Bologna ambasciator mandati

che di renoppia fra i ricami e l'armi

del cieco Scarpinello odono i carmi.

Già la luce del sol dato avea loco

a l'ombra de la terra umida e nera,

e le lucciole uscìan col cul di foco,

stelle di questa nostra ultima sfera,

quando le trombe in suon già lasso e fioco

a raccolta chiamar da la riviera.

Usciro i fanti e i cavalier de l'onda,

e si ritrasse ognuno a la su sponda.

E quinci e quindi alzaro incontro al ponte

gli eserciti trinciere e padiglioni.

Tornaro intanto di Miceno il Conte

e Manfredi e Roldano, i tre campioni

che le bandiere de' nemici conte

cacciate avean per boschi e per valloni;

e fu da loro in arrivando al lito

il suon de l'armi e de' cavalli udito.

E poiché da le spie certificati

del vario fin de la battaglia foro,

in dubbio se dovean per gli steccati

ripassar de' nemici al campo loro,

o guazzando in disparte i lor soldati

ricondur cheti a ripigliar ristoro,

a guazzo al fin passar fanti e somieri,

e al ponte si drizzar co' cavalieri.

E dato aviso al Potta in diligenza

perché le sbarre a tempo e loco alzasse,

de le spoglie de' vinti in apparenza

di Ferraresi armar la prima classe;

e acciò che l'arte lor maggior credenza

tra gl'inimici a l'arrivar trovasse,

quando loro parve esser vicini assai

— Viva Frarra, gridar, guardai, guardai. —

Gli abiti ferraresi e le favelle

nel fosco de la notte e 'n quel tumulto

ingannaron così le sentinelle,

che fu il pensier de' valorosi occulto.

Giunti nel campo, alzar fino a le stelle

i gridi e gli urli, e con feroce insulto

trasser le spade e apersero il cammino

dove più il ponte a lor parea vicino.

Eran confusi ancor gli alloggiamenti,

gli animi incerti e i corpi affaticati,

quando dal suon de' minacciosi accenti

d'improviso terror fur saettati;

come scossi dal ciel folgori ardenti

venìan di sangue e di sudor bagnati;

Manfredi e 'l buon Voluce a la frontiera

e in ultimo Roldan chiudea la schiera.

Come pere cadean le genti morte

sotto il furor de le sanguigne spade.

Vede il Conte Romeo ch'ad una sorte

pedoni e cavalier sgombran le strade;

onde il Nipote suo Ricciardo il forte

chiamando, corre ove la gente cade,

ma l'impeto lo sbalza, e prigioniero

porta seco Ricciardo in su 'l destriero.

Come suol nube di vapori ardenti

far ne' campi talor strage e fracassi

vomitando dal sen fulmini e venti,

e portar seco svelti arbori e sassi:

così porta il furor di que' possenti

seco ogn'incontro ovunque volge i passi:

così, secondo i greci ciurmatori,

porta l'ottavo ciel gli altri minori.

Giunto al Potta fra tanto era l'aviso,

e Gherardo su 'l ponte avea mandato;

ma fu l'arrivo lor tant'improviso

che 'l ritrovaro ancor chiuso e sbarrato:

quivi a Roldano fu il destriero ucciso,

e rimanea da tutti abbandonato,

se non si retraean fuora del ponte

i due guerrier che combatteano in fronte.

L'uno di qua, l'altro di là si mosse

dove incalzar vedea l'ultima schiera:

e l'impeto in sé tolse e le percosse

fin che tutti spuntar su la riviera.

Gherardo in tanto al giugner suo rimosse

le sbarre che piantate avea la sera,

e i suoi raccolse, e lasciò quei dal Sipa

con un palmo di naso a l'altra ripa.

De l'orribile pugna il gran successo

sparse intorno la fama in un momento,

onde ne giunse a Federico il messo

che sospirò del figlio il duro evento.

Scrisse a gli amici e maledì sé stesso,

che fosse stato a quell'impresa lento:

ma sopra tutti scrisse ad Ezzelino

che di Padova allor tenea il domino.

Ezzelin, come udì che prigioniero

del suo signore era il figliolo, in fretta

armò le sue milizie, e fe' pensiero

di farne memorabile vendetta.

Avea allor seco un principe straniero,

cui per fresco retaggio era suggetta

la nobil signoria de la Morea,

e a cui sposata una nipote avea.

In tutto l'Oriente uom di più core

di lui non era o di miglior consiglio:

fu detto Eurimedonte, e 'l suo valore

fea tremar da l'Eusino al mar vermiglio.

Or a questi Ezzelin diede l'onore

di liberar di Federico il figlio,

e con più ardor, quand'egli udì, si mosse,

ch'era infreddato e ch'egli avea la tosse.

Dieci schiere ordinò, ciascuna d'esse

di ducento cavalli e mille fanti,

e ghibellini capitani elesse,

perché fosser più fidi e più costanti.

Musa, tu che migliacci e caldalesse

vendesti lor, dettami i nomi e i vanti

che fer dal piano a gli ultimi arconcelli

l'alta torre tremar de gli Asinelli.

Già l'uscio aperto avea de l'Oriente

la puttanella del canuto amante,

e 'n camicia correa bella e ridente

a lavarsi nel mar l'eburnee piante;

spargeasi in onde d'oro il crin lucente,

parea l'ignudo sen latte tremante,

e a lo specchio di Teti il bianco viso

tingea di minio tolto in Paradiso:

quando a la mostra uscì tutta schierata

la gente. E prima fu l'insegna d'Este

che l'aquila d'argento incoronata

portar solea nel bel campo celeste;

or d'uno struzzo bianco è figurata,

impresa del tiranno e di sue geste;

di Sant'Elena il fiore indi seconda,

terra di rane e di pantan feconda,

e Castelbaldo, a cui tributa rena

l'Adige che fa quindi il suo cammino.

Savin Cumani è il duce, e da l'amena

piaggia di Carmignano e Solesino

e dal Deserto e da Valbona mena

gente, dove costeggia il Vicentino:

l'armi ha dorate, ne l'insegna al vento

spiega un nero leon sovra l'argento.

Schinella e Ingolfo, onor di Casa Conti,

gemelli e dal tiranno ambiduo amati,

da la Creola e da' vicini monti

guidano dopo questi i lor soldati;

San Daniel, Baone, e le due fronti

che toccano del ciel gli archi stellati,

Venda e Rua, Montegrotto e Montortone

Gazzuolo e Galzignano e Calaone.

Abano va con questi in una schiera

e quei di Montagnon seco conduce.

L'aria e la terra affumicata e nera

di sulfureo color gente produce:

quivi l'orrendo albergo è di Megera,

che di foco infernal tutto riluce;

se v'era Pietro allor, co' fieri carmi

traeva i morti regni al suon de l'armi.

A liste di color vermiglio e bianco

segnata de' due Conti è la bandiera:

Nantichier di Vigonza è loro al fianco,

e conduce con lui la terza schiera;

Vighezzolo e Vigonza e Castelfranco

seco ha in armi e, di là da la riviera

de la Brenta, le terre ove serpeggia

la Tergola e 'l Muson fremendo ondeggia.

Camposanpier, Balò, Sala e Mirano,

Strà, la Mira, Oriago, il Dolo e Fiesso,

Arin, Caltana, Melareo, Stigliano,

e 'l popol di Bogione era con esso:

ne lo stendardo il cavalier soprano

l'antico segno ha di sua schiatta impresso,

ch'una sbarra di vaio è per traverso

in campo d'oro, e 'l fregio è bianco e perso.

Passa il quarto Inghelfredo, uomo che nato

d'ignota stirpe e a ministerio indegno

da prima eletto, a poco a poco alzato

s'è per occulte vie con cauto ingegno.

Tesoriero fu dianzi, or è passato

a grado militar più illustre e degno,

ma superbo al sembiante e al portamento,

sembra scordato già del nascimento.

Dichiarato è Baron di Terradura,

e la battaglia va sotto il suo impero

dove fa risonar l'antiche mura

l'incontro di due fiumi e 'l corso fiero.

Tempestata di gigli ha l'armatura,

e un levriere d'argento ha su 'l cimiero;

e 'l Tiranno Ezzelin l'ha fatto duce

del patrimonio suo, ch'egli conduce.

Le bandiere d'Onara e di Romano,

quelle di Cittadella e Musolente

regge, e di Fontaniva e di Bassano

e de la Bolzanella arma la gente.

Va con questi Campese a mano a mano,

Campese la cui fama a l'occidente

e a' termini d'Irlanda e del Cataio

stende il sepolcro di Merlin Cocaio,

latino autor di mantuani versi,

per cui la donna sua Cipada agguaglia

e i monti di Cucagna e i rivi tersi

levan la palma a quei de la Tessaglia.

Erano i Campesani in Lete immersi,

or li solleva al ciel l'onda castaglia,

e forse ancor su questi scartafacci

faran del nome lor diversi spacci.

Brunor Buzzaccarini è il quinto, e a gara

vanno seco Conselve e Bovolenta,

Are, Cona, Tribano e l'Anguillara,

quei di Sarmasa e di Castel di Brenta,

di Pontelungo e quei di Polverara,

dov'è il regno de' galli e la sementa

famosa in ogni parte; e questa schiera

dogata a verde e bianco ha la bandiera.

L'altra che segue, ove congiunte a stuolo

vanno Pieve di Sacco e Saponara,

Montemerlo, Sanfenzo e di Brazolo

la gente, e seco in un Camponogara,

San Bruson e Cammin, guida un figliolo

de l'antico signor di Calcinara

che Franco Capolista è nominato,

e porta un cervo rosso in campo aurato.

De la Riviera e de la Mandra ha unite

ereditarie e bellicose genti;

quelle di Paluello instupidite

furo ad armarsi allor sì negligenti,

ch'eran le guerre già tutte finite

quando spiegaron la bandiera a i venti:

onde i vicini lor ridono ancora

del soccorso che dier que' sciocchi allora.

Con la settima squadra Aicardo passa

Capodivacca, e seco ha Montagnana:

Monterosso e Zoone a dietro lassa,

e guida Revolon, Torreggia e Urbana,

Meggiaino e Merlara in parte bassa,

Luvigliano più in alto a tramontana,

Seivazzan, Saccolungo e Cervarese,

Saletto e Praia e tutto quel paese.

Ma di Teolo la famosa insegna

fra l'altre a grand'onor splender si vede,

Teolo ond'uscì già l'anima degna

che 'l glorioso Livio al mondo diede.

Lo stendardo vermiglio Aicardo segna

di tre spade d'argento, e in guisa eccede

ogn'altro coll'altezza de le membra,

ch'eccelsa torre in umil borgo ei sembra.

Vien poi Monselce, incontra l'armi e i sacchi

securo già per frode e per battaglia,

sotto la signoria d'Alviero Zacchi,

e 'l popol di Casale e di Roncaglia;

ha l'insegna costui dipinta a scacchi

azzurri e bianchi, e Gorgo e Bertepaglia

e Corneggiana e Montericco ha drieto

e Carrara e Collalta e Carpineto.

Il nono duce Ugon di Santuliana

de le vicine ville avea la cura,

Terranegra conduce e Brusegana

dove Antenore fe' le prime mura,

Villafranca, Mortise e Candiana,

San Gregorio, Sant'Orsola e Cartura,

le Tombelle, Noventa e Villatora,

ed altre terre che fiorìano allora;

e de' vassalli suoi non poca parte,

ché Pernumia e Terralba ei signoreggia

e 'l bel colle d'Arquà poco in disparte,

che quinci il monte e quindi il pian vagheggia,

dove giace colui, ne le cui carte

l'alma fronda del sol lieta verdeggia,

e dove la sua gatta in secca spoglia

guarda da i topi ancor la dotta soglia.

A questa Apollo già fe' privilegi

che rimanesse incontro al tempo intatta,

e che la fama sua con vari fregi

eterna fosse in mille carmi fatta:

onde i sepolcri de' superbi Regi

vince di gloria un'insepolta gatta.

Ugon su l'armi e ne la sopraveste

un pardo d'oro e 'l campo avea celeste.

La squadra di Vicenza ultima guida

Naimiero Gualdi, a la sembianza fuore

amico d'Ezzelin che se ne fida,

ma non risponde a la sembianza il core;

quel campo non avea scorta più fida,

d'ogni bellica frode era inventore;

ma facea 'l goffo, e si tenea col Papa,

e ne la finta insegna avea una rapa.

Egli era un uom d'anni cinquantadui,

dotto e faceto e con le guance asciutte,

solito sempre a dar la baia altrui,

ché sapea tutti i motti di Margutte:

gran turba di villani avea con lui

con occhi stralunati e ciere brutte,

ch'armati di balestre e ronche e scale

nati a posta parean per far del male.

Valmarana, Arcugnan, Pilla e Fimone,

Sacco e Spianzana guida, ove le chiome

de la Betia cantò su 'l Bachiglione

Begotto e 'l volto e l'acerbette pome,

e dove la sampogna di Menone

fe' risonar de la Tietta il nome,

e Montecchio e la Gualda, Olmo e Cornetto,

e trenta ville e più di quel distretto.

Dopo l'ultime squadre il cavaliero

che dovea comandar, solo veniva

sovra un baio corsier macchiato a nero,

con armi di color di fiamma viva;

ondeggiava su l'elmo il gran cimiero,

pompeggiando il caval se stesso giva,

e avea dietro e dinanzi e d'ambo i lati

Greci per guardia e Saracini armati.

Mentre s'armano questi a la vendetta

del famoso figliol di Federico,

l'un campo e l'altro su 'l Panàro aspetta

che stanco si ritiri il suo nemico;

quinci e quindi si veglia, e a la vedetta

stanno continue guardie a l'uso antico

con archi e balestroni a canto a gli argini

che scopano del fiume i nudi margini.

L'architetto maggior mastro Pasquino

fe' molte botti empier di maccheroni,

altre di biscottelli, altre di vino,

e ne formò ripari e bastioni;

onde i soldati sempre a capo chino

stavano a custodir le guarnigioni,

fin ch'a trattar del fin de le contese

furon per dieci dì l'armi sospese.

Ed ecco comparir due ambasciatori,

l'un con la veste lunga e incappucciato,

e l'altro in su le grazie e in su gli amori

con la spada e 'l pugnal tutto attillato:

il primo è del Collegio e de' Signori,

e 'l dottor Marescotti è nominato;

il secondo di Rodi è cavaliero,

di Casa Barzellin, detto fra' Piero.

Questi venìan per ritentar se v'era

partito alcun di racquistar la secchia,

avendo udito già per cosa vera

che 'l Tiranno Ezzelin l'armi apparecchia;

furo onorati e si fermar la sera,

né trattar più de la proposta vecchia,

ma di cambiar la secchia in que' baroni,

eccetto il Re, ch'essi tenean prigioni.

Il Potta, che 'l disegno a' cenni intese,

rispose lor ch'era miglior riguardo

finir tutte le liti e le contese,

e barattar la secchia col Re sardo,

e 'l Duca di Cremona e 'l Gorzanese

col signor di Faenza e con Ricciardo;

e in questo si mostrò sì risoluto,

che d'ogn'altro parlar fece rifiuto.

Gli ambasciatori, a' quali era prescritto

quanto dovean trattar, spediro un messo,

ch'andò dal campo a la città diritto

a ragguagliarne il Reggimento stesso:

e in tanto il figlio di Rangone invitto

e 'l buon Manfredi, a cui fu ciò commesso,

condussero a veder le lor trinciere

gli ambasciatori, e l'ordinate schiere.

Menargli a spasso poi dove alloggiate

Renoppia le sue donne avea in disparte,

non quelle tutte, che con lei passate

erano pria, ma la più nobil parte.

Stavano a' lor ricami intente armate

imitando Minerva in ogni parte,

ma lasciar gli aghi e fer venir in tanto

il cieco Scarpinel con l'arpa e 'l canto.

Questi in diverse lingue era eloquente,

e sapeva in ciascuna a l'improviso

compor versi e cantar sì dolcemente,

ch'avrebbe un cor di Faraon conquiso.

L'arpa al canto accordò subitamente;

e poiché fu d'intorno ogn'un assiso,

col moto de la man ceffi alternando

incominciò così tenoreggiando.

— Dormiva Endimion tra l'erbe e i fiori

stanco dal faticar del lungo giorno,

e mentre l'aura e 'l ciel gli estivi ardori

gli gìan temprando e amoreggiando intorno,

quivi discesi i pargoletti Amori

gli avean discinta la faretra e 'l corno,

ch'a i chiusi lumi e a lo splendor del viso

fu loro di veder Cupìdo aviso.

Sventolando il bel crine a l'aura sciolto

ricadea su le guancie in nembo d'oro;

v'accorrean gli Amoretti, e dal bel volto

quinci e quindi il partìan con le man loro;

e de' fiori onde intorno avean raccolto

pieno il grembo, tessean vago lavoro,

a la fronte ghirlanda, al piè gentile

e a le braccia catene, e al sen monile.

E talor pareggiando a l'amorosa

bocca o peonia o anemone vermiglio,

e a la pulita guancia o giglio o rosa,

la peonia perdea, la rosa e 'l giglio;

taceano il vento e l'onda, e da l'erbosa

piaggia non si sentìa mover bisbiglio;

l'aria e l'acqua e la terra in varie forme

parean tacendo dire: «Ecco, Amor dorme».

Qual ne' celesti campi, ove il gran toro

s'infiamma a i rai di luminose stelle,

sogliono sfavillar con chioma d'oro

le figliole d'Atlante, alme sorelle,

ch'a la maggiore e più gentil di loro

brillando intorno stan l'altre men belle:

tal in mezzo agli Amori Endimione

parea tra l'erbe e i fior de la stagione,

quando la bella dea del primo cielo

tutta cinta de' rai del morto sole,

a la scena del mondo aprendo il velo

le campagne mirò tacite e sole;

e sparsa la rugiada e scosso il gielo

dal lembo sovra l'erbe e le viole,

a caso il guardo in quella piaggia stese,

e vaga di veder dal ciel discese.

Sparvero i pargoletti a l'apparire

de la dea spaventati; ed ella, quando

vide il giovane sol quivi dormire,

ritenne il passo e si fermò guardando.

L'onestà virginal frenò l'ardire,

e ne gli atti sospesa e vergognando,

avea già per tornare il piè rivolto;

ma richiamata fu da quel bel volto.

Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco

che d'un dolce desio l'alma conquise:

givasi avicinando a poco a poco

tanto ch'al fianco del garzon s'assise;

e di que' vaghi fior ch'avean per gioco

gli Amoretti intrecciati in mille guise,

s'incoronò la fronte e adornò il seno,

che tutti fur per lei fiamma e veleno.

Trassero i fior la man, la mano i baci

a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,

che s'impresser sì vivi e sì tenaci,

che si destò smarrito il giovinetto.

Al folgorar de le divine faci

tutto tremò di riverente affetto;

e ad atterrarsi già ratto surgea,

s'ella non l'abbracciava e nol tenea.

— Anima bella, disse, e dormigliosa,

che paventi? che miri? I' son la Luna

ch'a dormir teco in questa piaggia erbosa

amor, necessità guida e fortuna;

tu non ti conturbar, siedi e riposa,

e nel silenzio de la notte bruna

pensa occultar l'ardor ch'io ti rivelo,

o d'isperimentar l'ira del Cielo. —

— O pupilla del mondo, in cui la face

del sol s'impronta, pastorello indegno

son io (disse il garzon) ma se ti piace

trarmi per grazia fuor del mortal segno,

vivi sicura di mia fé verace,

e questo bianco vel te ne sia pegno,

ch'a mia madre Calice Etlio già diede

mio padre, in segno anch'ei de la sua fede. —

Così dicendo, un vel candido schietto,

che di gigli di perle era fregiato

e 'l tergo in un gli circondava e 'l petto

giù da la spalla destra al manco lato,

porse in dono a la dea, ch'ogni rispetto

già spinto avea del cor tutto infiammato,

e come fior che langue allor ch'aggiaccia

si lasciava cader ne le sue braccia.

Vite così non tien legato e stretto

l'infecondo marito olmo ramoso,

né con sì forte e sì tenace affetto

strigne l'edera torta il pino ombroso,

come strigneansi l'uno a l'altro petto

gli amanti accesi di desio amoroso;

saettavan le lingue in tanto il core

di dolci punte, che temprava Amore.

Così mentre vezzosi atti e parole

guardi, baci, sospiri e abbracciamenti

facean dolcezze inusitate e sole

a gli amanti gustar lieti e contenti,

levò la diva l'uno e l'altro sole,

accusando le stelle e gli elementi;

poiché con tanti e con sì lunghi errori

seguite avea le fiere e non gli amori.

— Misera me, dicea, quant'error presi

quel dì ch'io presi l'arco e 'l bosco entrai;

quant'anni poscia ho consumati e spesi

che di ricoverar non spero mai:

o passi erranti e vani e male intesi,

come al vento vi sparsi e vi gettai!

Quant'era meglio questi frutti corre,

ch'a rischio il piè dietro a le belve porre!

Or conosco il mio fallo, e farne ammenda

vorrei poter, ma il ciel non me 'l consente:

restami sol che del futuro i' prenda

pensier, di cui mai più non sia dolente.

Però l'aria, la terra e 'l mare intenda

quel che di terminar già fisso ho in mente,

e la legge, ch'io fo, duri col sole

sovra me stessa e la femminea prole.

Io stabilisco che non copra il cielo,

ch'io governo, mai più femmina bella

(eccetto alcune poche ch'io mi celo

che fien di me maggiori e d'ogni stella),

che sopporti con casto e puro zelo

finir la vita sua d'amor ribella,

e che stia intatta di sì dolce affetto,

se non mentitamente o al suo dispetto. —

Volea l'orbo seguir, come dolente

tornò la diva a la sua bella sfera,

se non che lo mirò di sdegno ardente

Renoppia, e in voce minacciosa e altera

— Accecato de gli occhi e de la mente,

brutta effigie, gli disse, anima nera,

va', canta a le puttane infame e sciocche

queste tue vergognose filastrocche.

E se vuoi ch'io t'ascolti e che il tuo canto

ritrovi adito più per queste porte,

cantami di Zenobia il pregio e 'l vanto

o di Lucrezia l'onorata morte. —

Il Cieco allor stette sospeso alquanto,

poscia in tuono di guerra assai più forte

l'amor di Sesto e gli empii spirti ardenti

incominciò a cantar con questi accenti:

— Il Re superbo de' romani eroi

a la regia di Turno il campo avea,

e con fanti e cavalli e servi e buoi

di trinciere e di fosse ei la cingea;

eran con lui tutti i figlioli suoi,

e quivi si mangiava e si bevea

con gusto tal, che 'l dì di San Martino

bebbero in sette un carratel di vino.

Finito il vin, nacque fra lor contesa

chi avesse moglie più pudica a lato:

e perch'ognun volea per la difesa

combatter de la sua ne lo steccato,

per diffinir la strana lite accesa,

di consenso commun fu terminato

di montar su le poste allora allora,

e andarsene a chiarir senza dimora.

Non s'usavano allor staffe né selle,

e quei signor con tanto vino in testa,

correndo a lume di minute stelle,

ebbero a rimaner per la foresta:

chi perdé il valigino e le pianelle,

chi stracciò per le fratte la pretesta,

chi rese il vino per diversi spilli,

e chi arrivò facendo billi billi.

Era con lor Tarquino Collatino

che la moglie Lucrezia avea a Collazia:

ei non era fratel, ma consobrino

e lor parente di cognome e grazia.

Tutti in corte smontar su 'l Palatino

e le mogli trovar, per lor disgrazia,

che foco in culo avean più ch'un Lucifero

e stavano ballando a suon di piffero.

Fecero una moresca a mostaccioni

la più gentil che mai s'udisse in corte;

e trovate al camin starne e capponi,

verso Collazia ne portar due sporte:

giunti colà, di spranghe e di stangoni

d'ogni parte trovar chiuse le porte,

e bussaron più volte a l'aer bruno,

prima che desse lor risposta alcuno.

Una schiavetta al fine in capo a un'ora

affacciatasi a certe balestriere,

e spinto un muso di lucerta fuora,

disse: — Chi bussa là? Non c'è messere. —

— C'è pur, rispose il Collatino allora,

venite a basso e vel farem vedere. —

Riconobbero i servi a quelle voci

il padrone, e ad aprir corser veloci.

Lucrezia venne in sala ad incontrarlo

con la conocchia senza servidori;

tutta lieta venìa per abbracciarlo,

ma vedendo con lui tanti signori,

trasse il pennecchio, ché volea occultarlo,

e dipinse il bel volto in que' colori

ch'abbelliscon la rosa, e fe' chiamare

le donne sue che stavano a filare.

Di consenso comun la regia prole

diede il vanto a costei di pudicizia;

dormiron quivi, e a lo spuntar del sole

ritornarono al campo e a la milizia;

ma la bella sembianza e le parole

rimasero nel cor pien di nequizia

del fiero Sesto, un de' fratelli regi,

e le caste maniere e gli atti egregi.

Onde il dì quinto ripassando il monte

tornò a Collazia sol, là dov'ella era;

e giunto a l'imbrunir de l'orizonte,

disse ch'ivi alloggiar volea la sera.

La bella donna, non pensando a l'onte

ch'ei preparava, gli fe' lieta ciera;

la notte il traditor saltò del letto,

e a la camera sua corse in farsetto.

E la porta gittò mezzo spezzata,

entrando col pugnal ne la man destra:

quivi una vecchia, che dormìa corcata

in un letto di vinco e di ginestra,

incominciò a gridar da spiritata,

ond'ei la fe' balzar per la finestra;

ed a Lucrezia che facea schiamazzo

disse: — Mettiti giuso, o ch'io t'ammazzo. —

A questo dir chinò Renoppia bella

prestamente la man con leggiadria,

e si trasse di piede una pianella;

ma l'orbo fu avvisato, e fuggì via.

S'alzaron que' signor ridendo, ed ella

gli ringraziò di tanta cortesia,

e con maniera signorile e accorta

gli andò ad accompagnar fino a la porta.