CANTO VIII
Ma già levato avea dell'armi il grido
de' Franchi il sommo correttor Guerriero,
e alla possente voce, Armi, ogni lido,
Armi freme ogni petto, ogni pensiero.
Come suol dall'arena arsa di Dido
soffiar l'umido vento, e alzarsi nero
di nubi un gruppo che del ciel la faccia
nasconde, e strage all'arator minaccia;
così da tutta la francesca terra,
terra di prodi ognor feconda, s'erse
subitamente nube atra di guerra,
che d'armati le Cozie Alpi coperse.
L'orror del varco indarno il cammin serra,
e la neve che piè mai non sofferse,
e i torrenti e gli abissi. Alla virtude
sprone è il periglio, e nulla via si chiude.
Fama è che sopra quell'orrende cime
l'ombra s'aggiri, avvolta di tempeste,
del feroce Annibàl, che delle prime
orme guerriere stampò l'ardue creste.
La vede il montanar fosca e sublime
passeggiar su le nubi, e dalle teste
dell'erte rupi rotar nembi al basso,
vietando ai fanti e cavalieri il passo.
D'asta armato e d'usbergo ergesi il crudo
fantasma a guardia del tremendo calle,
pari a dirupo smisurato e nudo,
cui batte eterno turbine alle spalle.
Spesso, se vero è il grido, alza lo scudo,
e forte il percotendo, empie la valle
d'alti rimbombi e di paure, e truce
fa del grand'elmo balenar la luce,
e dell'elmo il cimier, che tremolante
fra i rotti nembi trapassar si mira,
e trarsi dietro il turbo e la sonante
ala de' venti procellosi e l'ira.
All'immenso fracasso il viandante
d'orror sacro compreso il piè ritira