CANTO X

By Alessandro Tassoni

A Napoli se 'n va la dea d'amore,

e 'l principe Manfredi a l'armi accende.

Al Conte di Culagna infiamma il core

Renoppia, che di lui gioco si prende:

ei d'uccider la moglie entra in umore

con veleno, e sé stesso incauto offende.

Fugge la moglie al campo, e si procaccia

d'amante, e fagli al fin le corna in faccia.

Il carro de la Notte era già fuora

del cerchio che divide Africa e Spagna,

e non dormiva e non posava ancora

il glorioso Conte di Culagna;

va tra sé rivolgendo ad ora ad ora

con quant'onore in campo egli rimagna,

poiché mercé di sua felice stella

l'incantato guerrier tratto ha di sella.

Quindi pensando a la cagion che spinto

Melindo avea su 'l favoloso legno,

pargli non pur del ricco scudo vinto,

ma de la bella donna esser più degno:

gli somministra il naturale istinto

e la ragion del suo elevato ingegno,

che poiché 'l campo il cavalier gli cede

d'ogn'onor, d'ogni premio il lascia erede.

E su questo pensier vaneggia in guisa,

che di Renoppia già si finge amante,

e le bellezze sue fra sé divisa

cupidamente, e n'arde in un istante:

or ne' begli occhi suoi tutto s'affisa,

or ne gli atti leggiadri, or nel sembiante;

e come lusingando il va la speme,

or gioisce, or sospira, or brama, or teme.

Moglie giovane e bella ei possedea,

ma ogni pensier di lei se n'è fuggito,

e in questo nuovo amor s'interna e bea

tanto, che pargli il ciel toccar col dito:

così la carne già ch'in bocca avea

su 'l fiume il can d'Esopo, un dì schernito

lasciò cader nel fuggitivo umore,

per prender l'ombra sua ch'era maggiore.

Tutta la notte andò girando il Conte

le piume, senza mai prender riposo;

e Febo già con l'infiammata fronte

rimovendo dal ciel l'aer ombroso,

colta l'Aurora avea su l'orizonte

ignuda in braccio al suo Titon geloso;

ond'ella rossa in volto, alzando il petto

con la camicia in man fuggia del letto:

quand'il Conte levato anch'egli mosse

colà dove Renoppia era attendata,

cantando a l'improviso a note grosse

sopra una chitariglia discordata;

e giudicando che la lingua fosse

di gran momento a intenerir l'amata,

s'affaticava in trovar voci elette

di quelle che i Toscan chiamano prette.

— O, diceva, bellor de l'universo,

ben meritata ho vostra beninanza:

ché 'l prode battaglier cadde riverso,

e perdé l'amorosa e la burbanza.

Già l'ariento del palvese terso

non mi brocciò a pugnar per desianza,

ma di vostra parvenza il bel chiarore,

sol per vittoriare il vostro quore. —

Così cantava il Conte innamorato

a lei che del suo amor fra sé ridea.

Ma Venere fra tanto in altro lato

le campagne del mar lieta scorrea:

un mirabil legnetto apparecchiato

a la foce de l'Arno in fretta avea,

e movea quindi a la riviera amena

de la real città de la Sirena,

per incitar il Principe novello

di Taranto ad armar gente da guerra,

e liberar di prigionia il fratello

che chiuso sta ne la nemica terra.

Entra ne l'onda il vascelletto snello,

spiega la vela un miglio o due da terra;

siede in poppa la dea, chiusa d'un velo

azzurro e d'oro a gli uomini ed al cielo.

Capraia adietro e la Gorgona lassa,

e prende in giro a la sinistra l'onda,

quinci Livorno, e quindi l'Elba passa

d'ampie vene di ferro ognor feconda;

la distrutta Faleria in parte bassa

vede, e Piombino in su la manca sponda,

dov'oggi il mare adombra il monte e 'l piano

l'aquila del gran Re de l'Oceàno.

Tremolavano i rai del sol nascente

sovra l'onde del mar purpuree e d'oro,

e in veste di zaffiro il ciel ridente

specchiar parea le sue bellezze in loro:

d'Africa i venti fieri e d'Oriente

de le fatiche lor prendean ristoro,

e co' sospiri suoi soavi e lieti

sol Zefiro increspava il lembo a Teti.

Al trapassar de la beltà divina

la Fortuna d'amor passa e s'asconde,

l'ondeggiar de la placida marina

baciando va l'inargentate sponde.

Ardon d'amore i pesci, e la vicina

spiaggia languisce invidiando a l'onde,

e stanno gli Amoretti ignudi intenti

a la vela, al governo, a i remi, a i venti.

Quinci e quindi i delfini a schiere a schiere

fanno la scorta al bel legnetto adorno,

e le ninfe del mar pronte e leggiere

corron danzando e festeggiando intorno;

vede l'Umbrone ove sboccando ei pere

e l'isola del Giglio a mezzo giorno,

e in dirupata e ruinosa sede

monte Argentaro in mezzo a l'onde vede.

Quindi s'allarga in su la destra mano,

e lascia il porto d'Ercole a mancina;

vede Civitavecchia, e di lontano

biancheggiar tutto il lido e la marina.

Giaceva allora il porto di Traiano

lacero e guasto in misera ruina:

strugge il tempo le torri e i marmi solve

e le machine eccelse in poca polve.

Già la foce del Tebro era non lunge,

quando si risvegliò Libecchio altiero

che 'n Libia regna, e dove al lido giunge,

travalca sopra il mar superbo e fiero:

vede l'argentea vela, e come il punge

un temerario suo vano pensiero,

vola a saper che porti il vago legno,

e intende ch'è la dea del terzo regno.

Onde orgoglioso, e come invidia il muove,

a Zefiro si volge e grida: — O resta,

o io ti caccierò nel centro dove

non ardirai mai più d'alzar la testa;

a te la figlia del superno Giove

non tocca di condur, mia cura è questa,

va' tu a condur le rondini al passaggio,

e a far innamorar gli asini il maggio. —

Zefiro, ch'assalito a l'improviso

da l'emulo maggior quivi si mira,

ne manda in fretta al suo fratello aviso,

che su l'Alpi dormiva, e 'l piè ritira:

corre Aquilon, tutto turbato in viso,

ch'ode l'insulto, e freme di tant'ira

che fa i tetti cader, gli arbori svelle,

e la rena del mar caccia a le stelle.

Libecchio che venir muggiando insieme

i due fratelli di lontano vede,

si prepara a l'assalto, e già non teme

del nemico furor, né il campo cede;

tutte raguna le sue forze estreme,

e dal lido african sciogliendo il piede,

chiama in aiuto anch'ei di sua follia

Sirocco regnator de la Soria.

Vien Sirocco veloce, onde s'accende

una fiera battaglia in mezzo a l'onde;

si turba il ciel, si turba l'aria, e stende

densa tela di nubi e 'l sol nasconde;

fremono i venti e 'l mar con voci orrende,

risonano percosse ambe le sponde,

e par che muova a' suoi fratelli guerra

l'ondoso scotitor de l'ampia terra.

Si spezzano le nubi e foco n'esce

che scorre i campi del celeste regno,

il foco e l'aria e l'acqua e 'l ciel si mesce,

non han più gli elementi ordine o segno;

s'odono orrendi tuoni, ognor più cresce

de' fieri venti il furibondo sdegno,

increspa e inlividisce il mar la faccia

e l'alza contra il ciel che lo minaccia.

Già s'ascondeva d'Ostia il lido basso,

e 'l porto d'Anzio di lontan surgea,

quando sentì il romor, vide il fracasso

che 'l ciel turbava e 'l mar, la bella dea:

vide fuggirsi a frettoloso passo

le ninfe dal furor de la marea;

onde tutta sdegnosa aperse il velo

e dimostrò le sue bellezze al cielo.

E minacciando le tempeste algenti

e le procelle e i turbini sonanti,

cacciò del ciel le nubi, e gli elementi

tranquillò co' begli occhi e co' sembianti.

Corsero tutti ad inchinarla i venti

a le minacce sue cheti e tremanti;

ella in Libecchio sol le luci affisse,

e mordendosi il dito irata disse:

— Moro, can, senza legge e senza fede,

t'insegnerò, con queste tue contese,

come si tratta meco e si procede,

e ti farò tornare in tuo paese. —

Quel s'inginocchia e bacia il divin piede

chiede perdon de l'impensate offese,

e fa partendo in Africa passaggio:

segue la navicella il suo viaggio.

Le donne di Nettun vede su 'l lito

in gonna rossa e col turbante in testa;

rade il porto d'Astura, ove tradito

fu Corradin ne la sua fuga mesta:

or l'esempio crudele ha Dio punito

ché la terra distrutta e inculta resta;

quindi Monte Circello orrido appare

col capo in cielo e con le piante in mare.

S'avanza, e rimaner quinci in disparte

vede Ponzia diserta e Palmarola,

che furon già de la città di Marte

prigioni illustri in parte occulta e sola.

Varie torri su 'l lido erano sparte:

la vaga prora le trascorre e vola,

e passa Terracina, e di lontano

vede Gaeta a la sinistra mano.

Lascia Gaeta, e su per l'onda corre

tanto ch'arriva a Procida e la rade,

indi giugne a Puzzòlo, e via trascorre,

Puzzòlo che di solfo ha le contrade;

quindi s'andava in Nisida a raccorre,

e a Napoli scoprìa l'alta beltade;

onde dal porto suo parea inchinare

la regina del mar, la dea del mare.

Da Nisida la dea spedisce un messo

al principe Manfredi, e 'n terra scende,

e cangia volto, e 'l bel sembiante espresso

de la Contessa di Caserta prende.

Il Principe e costei d'un padre stesso

nacquero, se la fama il vero intende,

ma di madri diverse, e fur nudriti

per alcun tempo in differenti liti.

Condotti in corte poi fanciulli ancora

ne l'albergo real crebbero insieme

senza riguardo, in fin che venne l'ora

che 'l fior di nostra età spunta col seme;

erano gli anni quasi uguali, e allora

de l'uno e l'altro le bellezze estreme:

onde il fraterno amor, non so dir come,

strano incendio divenne e cangiò nome.

Sospettonne osservando i gesti e i visi

il padre, e maritò la giovinetta:

ma i corpi fur, non gli animi divisi,

e restò l'alma in servitù ristretta.

Or che vede venir con lieti avisi

Manfredi il messaggier da l'isoletta,

cuopre la poppa d'una navicella,

e solo e chiuso va da la sorella.

Trovolla a piè d'una distrutta rocca,

che passeggiava in un giardino ameno;

subito scende, e come amore il tocca

corre e l'abbraccia e la si strigne al seno,

e la bacia ne gli occhi e ne la bocca,

e da la dea d'Amor tanto veleno

con que' baci rapisce e tanto foco,

che tutto avvampa e non ritrova loco.

Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,

ma con la bella man la dea s'oppose,

e respignendo l'avide e mordaci

labbia, si tinse di color di rose.

— Frenate, signor mio, le mani audaci

e le voglie, dicea, libidinose;

ché non son questi a gli andamenti, a i cenni

baci fraterni, e udite perch'io venni. —

Il Principe ristette: ed ella, poi

che d'Enzio il fiero caso ebbe narrato,

ch'estinto il fior de' cavalieri suoi

prigioniero pugnando era restato,

le lagrime asciugando: — Or, disse, a voi

che mio padre in sua vece ha qui lasciato,

tocca mostrar, s'in voi non mente il sangue,

che la destra di Svevia ancor non langue.

Voi che reggete il fren di questo regno

potete vendicar di nostro padre

e di nostro fratel l'obbrobrio indegno,

armando in terra e in mar diverse squadre.

Né già più glorioso o bel disegno

né più famose prove e più leggiadre

poteva in terra o in mar da parte alcuna

al valor vostro appresentar fortuna.

Io, se non fossi donna, andrei con questa

mano a spianar le temerarie mura,

né vorrei che giammai l'iniqua gesta

si vantasse d'aver parte sicura,

se prima non venisse in umil vesta

con una fune al collo o la cintura

a chiedermi perdono e a consegnarmi

il mio fratello e la cittade e l'armi.

Ah Dio! perché fui donna, o non usai

a l'armi, al sangue anch'io la destra molle? —

Qui sfavillò di sì cocenti rai,

che trafisse il meschin ne le midolle.

Trema il cor come fronda; e tutto omai

fuor di ghiaccio rassembra e dentro bolle:

vorrìa stender la man, vorrìa rapire;

ma un segreto terror smorza l'ardire.

Al fin con voce tremula risponde:

— Sorella mia, reina mia, dea mia,

andrò nel foco, andrò per mezzo a l'onde,

e nel centro per voi, s'al centro è via.

Lo scettro di mio padre in queste sponde,

con libero voler, tutto ho in balìa:

disponetene voi come v'aggrada,

ché vostro è questo core e questa spada. —

Così dicendo apre le braccia e crede

strigner de la sorella il vago petto:

ma l'amorosa dea che 'l rischio vede,

subito si ritira e cangia aspetto.

Ne la forma immortal sua prima riede;

e alzandosi ne l'aria, al giovinetto

versa, al partir, dal bel purpureo grembo

sopra di rose e d'altri fiori un nembo.

— O bellezza del ciel viva immortale,

dove fuggi da me? perché mi lassi?

Né mi concedi almen, che in tanto male

io possa in te sbramar quest'occhi lassi? —

Così parlava il giovane reale;

e intanto rivolgea gli afflitti passi

a l'onda giù dove l'attende il legno,

disegnando d'armar tutto quel regno.

Ma il Conte di Culagna avendo intanto

vista Renoppia uscir del padiglione,

rassettato il collar, la barba e 'l manto

e tiratosi in fronte un pennacchione,

l'era gita a incontrar da un altro canto,

salutandola quasi in ginocchione:

ond'ella instrutta di sue degne imprese

l'avea chiamato a sé tutta cortese.

E avendo il suo valor molto esaltato,

la dispostezza e 'l fior de l'intelletto,

giurato avea di non aver trovato

chi più paresse a lei degno suggetto

de l'amor suo, quand'ei non fosse stato

in nodo marital congiunto e stretto:

onde il burlar de la donzella avìa

posto il meschino in strana frenesia.

Trovollo Titta in un solingo piano

ch'ei passeggiava a l'ombra d'una noce,

e gìa fra sé con la corona in mano

parlando, a passo or lento, ora veloce.

Come egli vide il cavalier romano,

gli si fece a l'orecchia, e a mezza voce

— Frate, gli disse, per uscir di doglie

io son forzato avvelenar mia moglie.

A me certo ne spiace in infinito,

ma così porta la crudel mia stella. —

Quindi gli narra quanto era seguito,

e quel che detto gli ha Renoppia bella;

mostra di rimaner Titta stupito,

e lo chiama felice in sua favella:

— Conte, tu se' nu Papa, e t'aio detto

che no' ce che te pozza stare a petto. —

Gli va poscia di bocca ogni pensiero

cacciando a poco a poco, e lo millanta:

ed ei, com'è di cor pronto e leggiero,

si ringalluzza e si dimena e canta.

Gli scuopre de l'interno il falso e 'l vero,

e del disegno rio si gloria e vanta.

Nota Titta ogni cosa, e lo conforta

ch'alcun non saprà mai chi l'abbia morta.

Era Titta per sorte innamorato

de la moglie del Conte, e mentre fue

ne la città, con atti a lei mostrato

l'avea e con voci a le serventi sue:

or che si vede il modo apparecchiato

di far che resti il mal accorto un bue,

scrive il tutto a la donna, e in che maniera

il pazzo rio d'attossicarla spera.

Lo ringrazia la donna, e cauta osserva

gli andamenti del Conte in ogni parte,

e informa del periglio ogni sua serva,

perché sieno a guardarla anch'esse a parte.

Il Conte, fisso già ne la proterva

sua voglia, tratto avea solo in disparte

il medico Sigonio, e in pagamento

offertogli in buon dato oro ed argento,

se gli prepara un tossico provato,

cui rimedio non sia d'alcuna sorte,

dicendo che di fresco avea trovato

la moglie che gli fea le fusa torte,

e ch'avea risoluto e terminato

di darle di sua man condegna morte.

Lungamente pregar si fe' il Sigonio,

e al fin gli diè una presa d'antimonio.

Per tossico se 'l piglia il Conte, e passa

a Modana improviso una mattina;

saluta la moglier che non si lassa

conoscer sospettosa, e gli s'inchina.

Va scorrendo la casa e al fin s'abbassa,

per dispensare il tossico, in cucina,

ma la trova guardata in tal maniera

che non sa come fare, e si dispera.

Torna a salir su per l'istessa scala

tutto affannato e conturbato in volto,

e aspetta fin che sian portati in sala

i cibi, e su la mensa il pranzo accolto.

Allora corre, e la minestra sala

de la moglier col cartoccin disciolto,

fingendo che sia pepe, e a un tempo stesso

scuote la peparola ch'avea appresso.

La cauta moglie e sospettosa viene,

e mentre ch'ei le man si lava e netta,

gli s'oppone co' fianchi e con le rene,

e la minestra sua gli cambia in fretta:

mostra che s'è lavata, e siede e tiene

l'occhio pronto per tutto, e non s'affretta

a mettersi vivanda alcuna in bocca

che non abbia il marito in prima tocca.

Il Conte in fretta mangia e si diparte,

ché non vorria veder la moglie morta:

vassene in piazza ov'eran genti sparte

chi qua, chi là, come ventura porta:

tutti, come fu visto, in quella parte

trassero per udir ciò ch'egli apporta;

egli cinto d'un largo e folto cerchio

narra fandonie fuor d'ogni superchio.

E tanto s'infervora e si dibatte

in quelle ciance sue piene di vento,

ch'eccoti l'antimonio lo combatte

e gli rivolta il cibo in un momento.

Rimangono le genti stupefatte;

ed egli vomitando, e mezzo spento

di paura, e chiamando il confessore,

dice ad ognun ch'avvelenato more.

Il Coltra e 'l Galiano, ambi speziali,

correan con mitridate e bollarmeno,

e i medici correan con gli orinali

per veder di che sorte era il veleno.

Cento barbieri e i preti co i messali

gl'erano intorno e gli scioglieano il seno,

esortandolo tutti a non temere

e a dir devotamente il .

Chi gli ficcava olio o triaca in gola,

e chi biturro o liquefatto grasso;

avea quasi perduta la parola,

e per tanti rimedi era già lasso:

quand'ecco un'improvisa cacarola

che con tanto furor proruppe a basso,

che l'ambra scoppiò fuor per gli calzoni

e scorse per le gambe in su i taloni.

— O possanza del ciel, che cosa è questa?

disse un barbier quando sentì l'odore;

questo è un velen mortifero ch'appesta,

io non sentii giammai puzza maggiore:

portatel via, che s'egli in piazza resta,

appesterà questa città in poche ore. —

Così dicea, ma tanta era la calca,

ch'ebbe a perirvi il medico Cavalca.

Come a Montecavallo i cardinali

vanno per la lumaca a concistoro

stretti da innumerabili mortali

per forza d'urti e con poco decoro;

così i medici quivi e gli speziali

non trovando da uscir strada né foro,

urtati e spinti senza legge e metro

facean due passi innanzi e quattro indietro.

Ma poiché l'ambracane uscì del vaso

e 'l suo tristo vapor diffuse e sparse,

cominciò in fretta ognun co' guanti al naso

a scostarsi dal cerchio e a ritirarse:

e abbandonato il Conte era rimaso,

se non ch'un prete allor quivi comparse

ch'avea perduto il naso in un incendio,

né sentia odore, e 'l confessò in compendio.

Confessato che fu, sopra una scala

da piuoli assai lunga egli fu posto,

e facendo a quel puzzo il popol ala,

il portar due facchini a casa tosto:

quivi il posaro in mezzo de la sala,

chiamaro i servi, e ognun s'era nascosto;

fuor ch'una vecchia, che v'accorse in fretta

con un zoccolo in piede e una scarpetta.

Già pria la nuova in casa era venuta

che 'l Conte si moriva avvelenato:

onde la moglie accorta e proveduta

aveva in fretta il suo destrier sellato:

e in abito virile e sconosciuta

con un cappello in testa da soldato

tacitamente già s'era partita,

e a trovar Titta al campo era fuggita.

A cui fatto saper con lieto aviso

che l'attendea del Conte un paggio in sella

per cosa di suo gusto, a l'improviso

l'avea fatto venir dove stav'ella.

Com'egli alzò le luci al vago viso,

tosto conobbe la sua donna bella,

onde s'avventa, e de l'arcion la prende,

e la si porta in braccio a le sue tende.

E baciandola in bocca avidamente

or la strigne or la morde or la rimira,

ed ella in lui, fra cupida e dolente,

le belle luci sue languida gira.

Parve l'atto ad alcun poco decente

che l'ebbero per maschio a prima mira;

né distinguendo ben dal pesco il fico,

dicevano di lui quel ch'io non dico.

Stette tutto quel giorno il Conte in letto,

tutta la notte e la seguente ancora,

sempre con gran timor, sempre in sospetto

di doversi morire ad ora ad ora:

ond'ebbero gli amanti agio a diletto

di star anch'essi e l'una e l'altra aurora,

giunti a goder de le sciocchezze sue,

discorrendo fra lor com'ella fue.

Già Titta dal Sigonio intesa avea

la beffa del veleno, e l'avea detta

a la donna gentil che ne ridea

e godeva fra sé de la vendetta,

disegnando di star, s'ella potea,

col nuovo amante e non mutar più detta:

poiché questa le par tanto sicura

che sarebbe pazzia cangiar ventura.

Ma il Conte poi che fu certificato

dal collegio de' medici ch'egli era

fuor di periglio, a la campagna armato

uscì per ritrovar la sua mogliera.

Al campo venne, e quivi indizio dato

gli fu del suo caval da la sua schiera,

cui sopra un giovinetto era venuto,

né l'un né l'altro più s'era veduto.

Il Conte di trovarlo entra in pensiero,

e vuol saper chi 'l giovinetto sia,

e promette gran premio a chi primiero

indizio gli ne porta o gli ne invia.

La mattina seguente uno scudiero

gli dice che 'l caval veduto avìa

ne le tende di Titta, e 'l premio chiede,

ma il Conte ride e 'l suo parlar non crede.

E manda un uomo suo, ch'a Titta dica

quel che gli fa saper l'accusatore.

Giura Titta che questa è una nemica

fraude per sciorre un sì leale amore:

ma fra tanto si studia e s'affatica

di far tignere il pel del corridore

con un color di sandali alterato,

e di leardo il fa sauro bruciato.

Poi chiama il Conte, e fa vedergli in prova

tutti i cavalli suoi così al barlume.

Il Conte che 'l candor del suo non trova

e che di Titta ciò mai non presume,

si scusa che non gli era cosa nuova

de la sua limpidezza il chiaro lume:

ma tace che da lui fuggita sia

la donna che trovar cerca e desia;

e gli giura ch'un paggio gli ha rubato

il suo caval né sa dove sia gito,

ma se può ritrovarlo in alcun lato,

che 'l tristo ladroncel farà pentito.

Titta, che già si vede assicurato,

comincia a ruminar nuovo partito

di ritenersi ancor la donna appresso,

senza che ne sospetti il Conte stesso.

Con lei s'accorda, e trova acqua stillata

da scorza fresca di matura noce,

e 'l bel collo e la faccia dilicata

de la donna e le man bagna veloce;

si disperde il candore, e sembra nata

in Mauritania, là dove il sol cuoce,

d'un leonato scuro ella diviene,

ma grazia in quel colore anco ritiene.

Come panno di grana in bigio tinto

ritiene ancor de la beltà primiera,

e nel morto color d'un nero estinto

purpureggiar si vede in vista altera;

così di quella faccia il color finto

ritiene ancor de la bellezza vera,

splende nel fosco, e de' begli occhi il lume

folgoreggia anco al solito costume.

D'una giubba azzurrina ornata d'oro

quindi ei la veste e le ricopre il seno,

e tutta d'un leggiadro abito moro

l'adorna sì, che non gli piace meno;

indi la mostra al Conte e dice: — I' moro

per questa ingrata schiava e spasmo e peno;

e a lei di me non cal, né so che farmi:

pregala Conte mio che voglia amarmi. —

Il Conte la saluta in candiotto,

ed ella gli risponde in calabrese:

— Bella mora, ei dicea, deh fate motto

al signor vostro e siategli cortese. —

Ella volgendo a Titta un guardo ghiotto,

sporge la bocca, ed ei con voglie accese

que' baci incontra, e da' bei labbri sugge

l'alma di lei che sospirando fugge.

Teneva il Conte immoto e stupefatto

a gli amorosi baci i lumi intenti,

e gli parea che Titta fosse matto

a sentir per colei pene e tormenti.

Durava quella beffa lungo tratto,

se non che de la giovane i parenti

seppero il tutto e fer saperlo al Potta,

e subito la tresca fu interrotta.

Il Potta fe' condur segretamente

la donna fuor del campo; e perché Titta

percosse in quella mena un insolente

Birro e gli fu grave querela scritta,

fe' pigliarlo anche lui subitamente,

e in carcere condur per la via dritta

a la città per metterlo in palazzo,

quand'egli cominciò fiero schiamazzo:

ch'era «pariente de gliu Papa», e ch'era

baron romano, e gir «bolea en castello».

Ma il buon fiscal Sudenti e 'l Barbanera

giudice criminale, e Andrea Bargello

gli mostrar con destrissima maniera

che l'albergo in Palazzo era più bello,

e che l'avrian parato e ben fornito;

onde a la fin d'andar prese partito.