CANTO XI
Il Conte di Culagna entra in furore,
e sfida a duellar Titta prigione;
ma sciolto che lo vede, ei perde il core,
e cerca di fuggir dal paragone:
vi si conduce al fine, e perditore
un nastro rosso il fa de la tenzone.
De la vittoria sua spande la nuova
Titta, e pentito poi se ne ritrova.
Poiché la fama al fin con mille prove
mostrò l'infamie sue scoperte al Conte,
e gli fece veder come si trove
con la corona d'Atteone in fronte,
contra la moglie irato in forme nuove
si volse a vendicar l'ingiurie e l'onte,
e per farla morir con vituperio
l'accusò di veleno e d'adulterio.
Per tutto il campo allor si fe' palese
quel ch'era prima occulto o almeno in forse.
La donna francamente si difese,
e le querele in lui tutte ritorse,
e fe' rider ognun quando s'intese
com'ella seppe al suo periglio opporse,
e d'inganno pagar l'ingannatore
ch'ebbe poscia a cacar l'anima e 'l core.
Il Conte, che si vede andar fallato
contra la moglie il suo primier disegno,
pensa di vendicarsi in altro lato,
e volge contra Titta ogni suo sdegno;
sa che per ritrovarsi imprigionato,
per forza ha da tener le mani a segno;
lo chiama traditor solennemente
e aggiugne che se 'l nega, ei se ne mente;
e che gliel proverà con lancia e spada
in chiuso campo a publico duello;
e perché la disfida attorno vada,
la fa stampar distinta in un cartello,
e vantasi d'aver trovata strada
da non potere in qual si voglia appello
d'abbattimento o giusto o temerario
sottoporsi al mentir de l'avversario.
Ma gli amici di Titta avendo intesa
la disfida, s'uniro in suo favore,
e feron sì che la sua causa presa
e terminata fu senza rigore:
anzi, perch'ei serviva in quella impresa
contra Bologna e 'l Papa suo signore,
fu scarcerato come ghibellino
senza fargli pagar pur un quattrino.
Sciolto ch'ei fu, rivolse ogni pensiero
a la battaglia pronto e risoluto;
preparò l'armi e preparò il destriero,
né consiglio aspettò, né chiese aiuto.
Poco avanti da Roma un cavaliero
nel campo modanese era venuto,
di casa Toscanella, Attilio detto,
e fu da lui per suo padrino eletto.
Questi era un tal piccin pronto ed accorto,
inventor di facezie e astuto tanto,
che non fu mai Giudeo sì scaltro e scorto
che non perdesse in paragone il vanto;
uccellava i poeti, e per diporto
spesso n'avea qualche adunata a canto,
ma con modi sì lesti e sì faceti,
che tutti si partìan contenti e lieti.
In armi non avea fatto gran cose,
però ch'in Roma allor si costumava
fare a le pugna, e certe bellicose
genti il governator le castigava:
ma egli ebbe un cor d'Orlando, e si dispose
d'ire a la guerra, perché dubitava
de' birri, avendo in certo suo accidente
scardassata la tigna a un insolente.
Il Conte allor che vide al vento sparsi
tutti i disegni e 'l suo pensier fallace,
cominciò con gli amici a consigliarsi
se v'era modo alcun di far la pace;
vorrebbe aver taciuto, e ritrovarsi
fuor de la perigliosa impresa audace,
ché sente il cor che teme e si ritira,
e manca l'ardimento in mezzo a l'ira.
Ma il Conte di Miceno e 'l Potta stesso
e Gherardo e Manfredi e 'l buon Roldano
gli furo intorno, e 'l vituperio espresso,
dov'ei cadea, gli fer distinto e piano;
indi promiser tutti essergli appresso,
e la pugna spartir di propria mano;
ond'ei riprese core, e per padrino
s'elesse il Conte dì San Valentino.
Questi, che ne la scherma avea grand'arte,
subito gl'insegnò colpi maestri
da ferire il nemico in ogni parte,
e modi da parar securi e destri:
indi rivide l'armi a parte a parte
del cavaliero e i guernimenti equestri;
ma un petto, senza cor, che l'aria teme,
non l'armerìan cento arsenali insieme.
La notte a la battaglia precedente
che fra i due cavalier seguir dovea,
volgendo il Conte l'affannata mente
al periglio mortal ch'egli correa,
ricominciò a pensar tutto dolente
di nol voler tentar, s'egli potea;
e innanzi l'alba i suoi chiamò fremendo,
un gran dolor di ventre aver fingendo.
Il padrin, che dormìa poco lontano,
tutto confuso si destò a quell'atto;
con panni caldi e una lucerna in mano
Bertoccio suo scudier v'accorse ratto;
e 'l barbier de la villa e 'l sagrestano
di Sant'Ambrogio v'arrivaro a un tratto;
e 'l provido barbier, ch'intese il male,
gli fe' subitamente un serviziale.
Ed egli per non dar di sé sospetto,
cheto se 'l prese e si mostrò contento,
ma fingendo che poi non fesse effetto,
né prendesse il dolore alleggiamento,
chiamò gli amici e i servidori al letto,
e disse che volea far testamento;
onde mandò per Mortalin notaio,
che venne con la carta e 'l calamaio.
La prima cosa lasciò l'alma a Dio,
e lasciò il corpo a quell'eccelsa terra
dov'era nato, e per legato pio
danari in bianco e quantità di terra;
indi tratto da folle e van desio
a dispensar gli arredi suoi da guerra,
lasciò la lancia al Re di Tartaria
e lo scudo al Soldan de la Soria;
la spada a Federico Imperatore
ed al popol romano il corsaletto,
a la reina del mar d'Adria, onore
del secol nostro, un guanto e un braccialetto;
l'altro lasciollo a la città del fiore,
e al greco Imperator lasciò l'elmetto;
ma il cimier, che portar solea in battaglia,
ricadeva al signor di Cornovaglia.
Lasciò l'onore a la città del Potta,
poi fe' del resto il suo padrino erede.
D'intorno al letto suo s'era ridotta
gran turba intanto, chi a seder, chi in piede;
fra' quali stando il buon Roldano allotta,
che non prestava a le sue ciance fede,
gli dicea a l'orecchia tratto tratto:
— Conte, tu sei vituperato a fatto.
Non vedi che costor t'han conosciuto
che per tema tu fai de l'ammalato?
Salta su presto, e non far più rifiuto,
ché tu svergogni tutto il parentato;
noi spartiremo e ti daremo aiuto
subito che l'assalto è incominciato. —
Il Conte si ristrigne e si lamenta
e si vorrìa levar, ma non s'attenta.
Di tenda in tenda in tanto era volata
la fama di quell'atto, e ognun ridea.
Renoppia, che non era ancor levata,
un paggio gli mandò che gli dicea
che stava per servirlo apparecchiata,
e accompagnarlo in campo, e ben credea
ch'egli si porterebbe in tal maniera
ch'ella n'avrebbe poscia a gire altiera.
Quest'ambasciata gli trafisse il core
e destò la vergogna addormentata,
e cominciaro in lui viltà ed onore
a combatter la mente innamorata:
s'alza a sedere, e dice che 'l dolore
mitigato ha il favor de la sua amata,
e s'adatta a vestir, ma la viltade
finge che 'l dolor torni, e giù ricade.
E la pittrice già de l'Oriente
pennelleggiando il ciel de' suoi colori
abbelliva le strade ad dì nascente,
e Flora le spargea di vaghi fiori:
quindi usciva del Sole il carro ardente,
e di raggi e di luce e di splendori
vestiva l'aria, il mar, la piaggia e 'l monte,
e la notte cadea da l'orizonte:
quando comparve il Conte di Miceno
col medico Cavalca in compagnia.
Il medico a l'orina in un baleno
conobbe il mal che l'infelice avìa,
e fattosi recare un fiasco pieno
di vecchia e dilicata malvagìa,
gli ne fece assaggiar tre gran bicchieri,
ed ei pronto gli bebbe e volontieri.
Cominciò il vino a lavorar pian piano,
e a riscaldar il cor timido e vile,
e a mandar al cervel più di lontano
stupido e incerto il suo vapor sottile:
onde il Conte gridò ch'era già sano,
che 'l dolor gli avea tolto il vin gentile,
e balzando del letto i panni chiese,
e tosto si vestì l'usato arnese.
Indi tratto fremendo il brando fuora,
tagliò Zefiro in pezzi e l'aura estiva,
e se non era il suo padrino, allora
a la battaglia senz'altr'armi ei giva.
L'almo liquor che i timidi rincora
puote assai più che la virtù nativa:
ben profetò di lui l'antica gente
ch'era sovra ogni re forte e possente.
Or mentre s'arma, ecco Renoppia viene
e 'l coraggio gli adoppia e la baldanza,
che con dolci parole e luci piene
d'amor gli fa d'accompagnarlo instanza,
egli che 'l foco acceso ha ne le vene,
commosso da desìo fuor di speranza
e da furor di vino, ambo i ginocchi
a terra inchina, e dice a que' begli occhi:
— O del cielo d'Amor ridenti stelle
onde de la mia vita il corso pende,
d'amorosa fortuna ardenti e belle
ruote dove mia sorte or sale, or scende,
imagini del sol , vive facelle
di quel foco gentil che l'alme incende,
il cui raggio, il cui lampo, il cui splendore
ogn'intelletto abbaglia, arde ogni core;
occhi de l'alma mia, pupille amate,
lucidi specchi ove beltà vagheggia
sé stessa; archi celesti ond'infocate
quadrella aventa Amor ch'in voi guerreggia;
de le vostre sembianze onde il fregiate,
così splende il mio cor, così lampeggia,
ch'ei non invidia al ciel le stelle sue,
ben che sian tante, e voi non più che due.
Come a i raggi del sole arde d'amore
la terra e spiega la purpurea veste,
così a i vostri be' raggi arde il mio core,
e di vaghi pensier tutto si veste.
Quest'alma si solleva al suo fattore,
e ammira in voi di quella man celeste
le meraviglie, e dal mortal si svelle,
o degli occhi del ciel luci più belle.
Rimiratemi voi con lieto ciglio
del cieco viver mio lumi fidati,
siate voi testimoni al mio periglio,
e scorgetemi voi co' guardi amati;
ché fia vana ogni forza, ogni consiglio,
cadrà l'empio e fellon ne' propri aguati,
e non che di pugnar con lui mi caglia,
ma sfiderò l'inferno anco a battaglia. —
Così detto risorge, e 'l destrier chiede
tutto foco ne gli atti e ne' sembianti,
e fa stupire ognun che l'ode e vede
sì diverso da quel ch'egli era innanti.
Ma Titta armato già dal capo al piede
con armi e piume nere e neri ammanti
in campo era comparso, accompagnato
dal solo suo padrin senz'altri a lato.
La desiosa turba intenta aspetta
che venga il Conte, e mormorando freme,
s'empiono i palchi intorno, e folta e stretta
corona siede in su le sbarre estreme,
e da i casi seguiti omai sospetta
che 'l Conte ceda, e la sua fama preme:
quando a un tempo s'udir trombe diverse
da quella parte, e 'l padiglion s'aperse.
Ed ecco, da cinquanta accompagnato
de' primi de l'esercito possente,
il Conte comparir ne lo steccato
con sopravesta bianca e rilucente,
sopra un caval pomposamente armato
che generato par di foco ardente;
sbuffa, anitrisce, il fren morde, e la terra
zappa col piede e fa col vento guerra.
Disarmata ha la fronte, armato il petto,
nude le mani, e sopra un bianco ubino
gli va innanzi Renoppia, e 'l ricco elmetto
gli porta e 'l buon Gherardo il brando fino,
il brando famosissimo e perfetto
di Don Chisotto; e 'l fodro ha il suo padrino.
Ha Voluce lo scudo, e seco a canto
Roldan la lancia, e Giacopino un guanto.
L'altro ha Bertoldo, e l'uno e l'altro sprone
gli portano Lanfranco e Galeotto,
e 'l Conte Alberto in cima d'un bastone
la cuffia da infodrar l'elmo di sotto:
ma dietro a tutti fuor del padiglione
l'interprete Zannin venìa di trotto
sopra d'un asinel, portando in fretta
l'orinale, una ombrella e una scopetta.
Armato il cavalier di tutto punto
e compartito il sole a i combattenti,
diede il segno la tromba, e tutto a un punto
si mossero i destrier come due venti.
Fu il cavalier roman nel petto giunto,
ma l'armi sue temprate e rilucenti
ressero, e 'l Conte a quell'incontro strano
la lancia si lasciò correr per mano.
Ei fu colto da Titta a la gorgiera
tra il confin de lo scudo e de l'elmetto
d'una percossa sì possente e fiera
che gli fece inarcar la fronte e 'l petto;
si schiodò la goletta, e la visiera
s'aperse, e diede lampi il corsaletto;
volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta,
e perdé staffe e briglia il Conte allotta.
Caduta la visiera il Conte mira,
e vede rosseggiar la sopravesta,
e — Oimé son morto, — e' grida; e 'l guardo gira
a gli scudieri suoi con faccia mesta;
— Aita, che già 'l cor l'anima spira,
replica in voce fioca, aita presta. —
Accorrono a quel suon cento persone,
e mezzo morto il cavano d'arcione.
Il portano a la tenda, e sopra un letto
gli cominciano l'armi e i panni a sciorre,
il chirurgo cavar gli fa l'elmetto,
e 'l prete a confessarlo in fretta corre;
tutti gli amici suoi morto in effetto
il tengono, e ciascun parla e discorre
che non era da porre a tal cimento
un uom privo di forza e d'ardimento.
Ma Titta poi che l'avversario vede
per morto riportar ne le sue tende,
passeggia il campo a suon di trombe, e riede
dove la parte sua lieta l'attende;
fastoso è sì che di valor non cede
a Marte stesso, e de l'arcion discende,
e scrive pria che disarmar la chioma,
e spedisce un corrièro in fretta a Roma.
Scrive ch'un cavalier d'alto valore
di quelle parti, uom tanto principale
che forse non ve n'era altro maggiore
né ch'a lui fosse di possanza eguale,
avuto avea di provocarlo core,
e di prender con lui pugna mortale;
e ch'esso de gli eserciti in cospetto
gli avea passato al primo incontro il petto.
Spedì il corriero a Gaspar Salviani
decan de l'Accademia de' Mancini,
che ne desse l'aviso a i Frangipani
signor di Nemi e a i loro amici Ursini,
e al Cavalier del Pozzo e a i due romani
famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini,
et al non men di lor dotto e cortese
Sforza gentil Pallavicin Marchese;
che tutti disser poi ch'egli era matto,
quando s'intese ciò ch'era seguito.
Intanto avean spogliato il Conte, a fatto
dal terror de la morte instupidito,
e gìan cercando due chirurghi a un tratto
il colpo onde dicea d'esser ferito;
né ritrovando mai rotta la pelle
ricominciar le risa e le novelle.
Il Conte dicea lor: — Mirate bene,
perché la sopravesta è insanguinata,
e non dite così per darmi spene,
ché già l'anima mia sta preparata:
venga la sopravesta. — E quella viene,
né san cosa trovar di che segnata
sia, né ch'a sangue assomigliar si possa,
eccetto un nastro o una fetuccia rossa
ch'allacciava da collo, e sciolta s'era
e pendea giù per fino a la cintura.
Conobber tutti allor distinta e vera
la ferita del Conte e la paura;
egli accortosi al fin di che maniera
s'era abbagliato, l'ha per sua ventura,
e ne ringrazia Dio levando al cielo
ambe le mani e 'l cor con puro zelo.
E a Titta e a la moglier sua perdonando
si scorda i falli lor sì gravi e tanti,
e fa voto d'andar pellegrinando
a Roma a visitar que' luoghi santi,
e dare in tanto a la milizia bando
per meglio prepararsi a nuovi vanti.
Così il monton che cozza, si ritira
e torna poi con maggior colpo ed ira.
Ma come a Roma poi gisse e trattasse
in camera col Papa a grand'onore,
e l'alloggio per forza ivi occupasse
ne l'albergo real d'un mio signore,
e quindi poscia in Bulgaria levasse
co la possanza sua, col suo valore
a quel becco del Turco un nuovo stato,
fia da più degno stil forse cantato:
ché versi non ho io tanto sonori
che bastino a cantar sì belle cose,
e torno a Titta, che già uscendo fuori,
poi che a la tenda sua l'armi depose,
pel campo se ne gìa sbuffando orrori
con sembianze superbe e dispettose,
quando accertato fu che la ferita
del Conte nel cercar s'era smarrita.
Qual leggiero pallon di vento pregno
per le strade del ciel sublime alzato,
s'incontra ferro acuto o acuto legno,
si vede ricader vizzo e sfiatato,
tale il romano altier, che fea disegno
d'essersi con quel colpo immortalato,
sgonfiossi a quell'aviso, e di cordoglio
parve un topo caduto in mezzo a l'oglio.
Ma il padrin ch'era accorto, il confortava
e dicea: — Titta mio, non dubitare,
non è bravo oggidì se non chi brava,
e, come diciam noi, chi sa sfiondare:
se per vinto e per morto or or si dava
il Conte e al padiglion si fea portare,
perché non possiam noi per tale ancora
nominarlo a le genti in campo e fuora?
A te deve bastar ch'egli sia vinto
al primo colpo tuo; ché s'ei non muore,
non fu il tuo fin ch'ei rimanesse estinto,
ma sol di rimaner tu vincitore:
lascia correr la fama, o vero o finto
che sia questo successo, egli è a tuo onore,
ed io farò che immortalato resti
da la musa gentil di Fulvio Testi.
Fulvio col Conte ha non vulgari sdegni,
e canterà di te l'armi e gli amori,
dirà l'alte bellezze e i fregi degni
ch'ornan colei ch'idolatrando adori,
le compagnie d'uficio, i censi e i pegni
che per lei festi già su i primi fiori,
e i casali e le vigne e gli altri beni
c'hai spesi in vagheggiar gli occhi sereni.
Gran contento a gli amanti e gran diletto
che possano veder le luci amate,
che portano squarciati i panni al petto
per godere il tesor di lor beltate:
povero e ignudo Amor senza farsetto
dipinse con ragion l'antica etate,
ché spoglia chi per lui s'affligge e suda,
e lo fa vago sol di carne ignuda.
Fra i successi d'amor canterà l'armi
e l'imprese ch'hai fatte in questa guerra,
e con sonori e bellicosi carmi
eternerà la tua memoria in terra;
e già di rimirar la Fama parmi
trombeggiando volar di terra in terra,
e contra 'l Papa di tua mano a i venti
la bandiera spiegar de' mal contenti. —
Così ragiona il Toscanella e ride,
e Titta ride anch'ei per compagnia;
ma l'amaro dal cor non si divide,
ché non sa ricoprir sì gran bugia.
Stette pensando un pezzo, e poi che vide
di non poter scusar la sua follia,
di far morire il Conte entrò in pensiero
per sostener ch'egli avea scritto il vero.
S'armò d'un giacco e con la spada a lato
l'andò subitamente a ritrovare.
Il Conte a Sant'Ambrogio era passato
e stava con que' preti a ragionare;
Titta gli fece dir per un soldato
ch'uscisse fuor, che gli volea parlare;
il Conte caricò la sua balestra,
e s'affacciò di sopra a una finestra.
E a Titta domandò quel che chiedea,
ed ei rispose che venisse giuso;
il Conte si scusò che non potea,
e vedendo che l'uscio era ben chiuso,
disse che se trattar seco volea
trattasse quivi, o ch'egli andasse suso.
Titta allor furiando si scoperse,
e l'oltraggiò con villanie diverse.
Ma il Conte rispondea con lieta ciera:
— Voi siete un uom di pessima natura,
a tener l'ira una giornata intiera:
io deposi la mia con l'armatura;
non occorre a far qui l'anima fiera
con spampanate per mostrar bravura;
io v'ho reso buon conto in campo armato
e son stato con voi ne lo steccato.
Quand'anch'io irato fui con l'armi in mano,
voi dovevate allor sfogarvi a fatto;
or, Titta mio, voi v'affannate in vano,
ch'io non ho tolto a sbizzarrire un matto;
andate, e come avrete il cervel sano
tornate, e so che mi farete patto;
io non ho da partir nulla con voi,
però dormite e riparlianci poi. —
Titta ricominciò: — Becco e poltrone,
t'insegnerò ben io, vien fora, vieni. —
Più non rispose il Conte a quel sermone,
ma destò anch'egli al fine i suoi veleni;
e scoccò la balestra, e d'un bolzone
il colse a punto al sommo de le reni
sì fieramente che lo stese in terra,
e saltò fuori a discoperta guerra,
gridando: — Per la gola te ne menti,
romaneschetto, furbacciotto, spia. —
Titta aveva offuscati i sentimenti,
e a gran fatica il suo parlar sentìa;
ma saltaron color ch'eran presenti
subito in mezzo, e ognun gli dipartìa,
e condussero Titta al padiglione
dilombato e che gìa quasi carpone.
Quivi dal Toscanella ei fu burlato
che dovendo levare al ciel le mani
d'aver l'emulo suo vituperato,
fosse entrato in umor bizzarri e strani
di volerlo ancor morto, e stuzzicato
sì l'avesse con atti e detti insani
che d'una rana imbelle e senza morso
l'avesse al fin mutato in tigre, in orso.
— Se tu disprezzi la vittoria, disse,
che puoi tu dir s'ella da te s'invola?
Chi va cercando e suscitando risse
non sa che la fortuna è donna e vola. —
Tenea Titta le luci in terra fisse
mesto ed immoto, e non facea parola.
Ma tempo è omai di richiamar gli accenti
a i fatti de gli eserciti possenti.