CANTO XI

By Luigi Alamanni

Come i suoi biondi crin la bianca aurora

sovra il Gange spiegando annunzia il giorno,

il pio rettor dell'Orcadi vien fuora

dell'albergo vicin con l'arme intorno

e cinto di pensieri ove dimora

del re Britanno il padiglione adorno.

Entrò soletto, e già il ritruova in piede;

ch'al bisogno comune ivi provvede.

Né giunto apena fu, ch'ogni altro duce

ogni altro cavalier di grande onore

ch'era del suo splendor la maggior luce

venne con riverenza e sommo amore

per saper in qual parte si conduce

l'alto voler del sommo imperadore:

i quai posti a seder, gli prega Arturo

che 'l debban consigliar del dì futuro.

Il re Lago il primier, come degno era,

già levatosi in piè così dicea:

“Ier poteste veder la lunga e fera

guerra, per ambedue tanto aspra e rea

che non si porria dir qual parte altera

render grazie ne possa a quella dea

che con l'ali cangianti in alto giace

e vola or quinci or quindi ove la piace.

Perch'io la vidi almen mille fiate

or tra i nostri allegrarsi or tra i nemici,

or tutti coronar di palme aurate

or ripor tra i più miseri e 'nfelici:

tanto che sono al fin sì bene ornate

del sangue di ciascun queste pendici,

che possiam dire egual la nostra gloria

e di duol pareggiata la memoria.

Perch'io direi che la pietà ch'avere

di chi muor con onor fra noi si deve

ne sforzi a ricercar via di potere

covrir quei che perir di tumol leve;

e 'nsieme ristorar le vive schiere

d'alcun dolce riposo, ancor che breve:

e chi percosso sia, ch'alquanto possa

con più pace curar l'impiagat'ossa.

Né può biasmo sentir d'anima vile

il cercar da' nemici alcuna tregua,

ma di spirto pietoso e signorile

il bramar che 'l suo dritto a i morti segua,

io qual chi sprezza, allo spietato stile

delle tre fere selvatiche s'adegua:

e chi per tal richiesta sprezzi noi

guarde pur sé medesmo e guarde i suoi;

si dirà ben che chi sì ardito il core

in guerra e così pronta aggia la mano

non possa esser compreso da timore

ritrovandosi in pace e di lontano.

Ma sia che può, che 'l candido valore

non dee biasmo curar che venga vano:

bastigli che 'l pensier lodato e pio

egli stesso conosca, e 'l veggia Dio.

E se per poca gloria e così frale

si lasseranno i nostri a i corvi preda

non avem da temer che la mortale

crudeltà nostra in noi medesmi rieda?

La vendetta del ciel tarpate l'ale

non ha più che si soglia, a quel ch'io creda;

e 'nchinarse a i nemici in sì degn'opra

è via più bello onor che star di sopra”.

Come ha 'l buon re finito, ogni altro insieme

del consiglio real l'istesso afferma.

Ma la cura medesma il petto preme

in Avarco la gente afflitta e 'nferma,

ch'ivi turba infinita intorno geme

di giovinette donne e d'età ferma

che chi 'l padre, chi 'l figlio ave smarrito,

chi 'l fratel cerca indarno e chi 'l marito:

tal che mosso a pietade il re Clodasso

adunato ogni duce e cavaliero

dicea: “Da poi ch'a sì dubbioso passo

n'ha condotti, signori, il destin fero,

pria che 'l nostro cader vada più basso

e mentre ancora in noi l'arbitrio intero

riman di poter dare all'aspro assedio

con men dannoso fin pace e rimedio;

parmi che noi deviam volger la mente

a metterne in cammin ch'e' sia più piano,

in cui non pèra tal la miglior gente

né sia sempre in periglio Segurano:

del qual se privi semo amaramente

preda vegnam degli inimici in mano;

quantunque somma ho speranza e fede

nel supremo valor di Palamede

e d'altri molti poi, che foran degni

per le rare virtù di sommo impero

e di salvar, non ch'un, mille altri regni

con l'alma invitta e col giudizio intero.

Ma quello e 'l mio Clodin sì chiari pegni

son degli anni miei stanchi, ch'io non spero

ch'altri potesse mai servarme in vita

se mi togliesse il ciel la loro aita.

Or adunque si cerchi, amici e figli,

il sentier più onorato e 'l più sicuro,

che non veggiamo, ohimé, sempre vermigli

dell'Euro i liti e 'l suo cammino impuro,

e ch'io non viva ognor con tai perigli

fra la notte angosciosa e 'l giorno oscuro;

ma senz'altro timor di nuovi affanni

possa al rogo portar questi ultimi anni”.

Posto fine al suo dire, il re Vagorre,

che di grado e d'età quelli altri avanza,

comincia il primo: “Perché in Giove porre

deve il più saggio cor la sua speranza,

per la fede ch'ho in lui ciò che m'occorre

dirò con sicurissima baldanza,

senza riguardo aver di chi poi forse

dica che 'l mio parlare il punse e morse.

Parmi, osacrato re, che si devria,

senza indugio interpor, proprio in quest'ora

mandare al re Britanno, e dir che pria

che si mostri al balcon la nona aurora

gli porrete il paese in sua balìa

di là dal varco dove larga irrora

i lieti campi l'onorata Cera,

in fin dove il suo corso arriva all'Era,

perch'ei possa di quel, che pure è molto,

largamente rifar Benicco e Gave,

e con suo largo onor trovarse sciolto

di sì dannosa guerra e di sì grave:

perché d'ogni trofeo di palme avvolto

la profittevol pace è più soave,

e tanto più che spesso è 'l più lontano

chi la vittoria aver si pensa in mano.

E di tutto poi quel che ritenete

che primiero a gli scettri soggiacea

de' Britanni e de i Franchi, promettete

che sarà sotto a lor qual ei solea,

e 'l suo dritto a ciascun ne renderete

come il re Ban, come Boorte fea;

né ve 'l tenete a vil, che 'l vero saggio

per ragion mantener fugge il vantaggio.

Né vi do per timor l'util consiglio,

che la soverchia età naviga in porto,

ma per levarn'omai l'aspro periglio

ch'io veggio sopra noi cadere scorto.

Or non pensate voi che 'l sacro ciglio

del gran Giove lassù conosca il torto

ch'a voi stesso, ed a lui di ciò seguìo,

dispogliando del suo quel seme pio?

Né vi sovviene ancor che lunge poco

d'esto seggio reale e di quest'ora

voi prometteste in sì famoso loco

a quel Padre maggior che più s'adora,

chiamando testimon del sole il foco

e l'ombra eterna che là giù dimora

che s'ei vincea Gaven, queto e sicuro

lassareste il paese in man d'Arturo;

e che poi fu sturbata la battaglia

e ferito Gaven con vostra fede?

Com'or pensate voi che piastra o maglia

regga contra ragion che in essa fiede

o di guerrier fallace il brando vaglia

che di tanta perfidia è fatto erede?

E la colpa è di voi s'ei fu ferito,

poi che l'ingiusto oprar non è punito.

E si chiedesse ancor consiglierei

tregua per qualche dì perché si possa

de i morti in guerra a gli infernali dei

col foco consacrar le misere ossa,

che d'un secol integro i giorni rei

pria che varcar la sventurata fossa

non trapassin vagando, e noi restati

appellin con ragion crudeli e 'ngrati”.

Qui si tacque Vagorre e 'l fer Clodino,

che d'impedirlo avanti avea talento,

se non che Seguran, ch'era vicino,

di lassarlo finire il féo contento,

risponde: “Or prima avvegna che 'l destino

mi torni in giro come polve al vento

in tra l'Alpi nevose, al tempo crudo,

d'ogni amico e di ben povero e nudo,

ch'io consenta già mai ch'un re famoso

qual or Clodasso, il vecchio mio parente,

il cui giovine oprar sì glorioso

già dall'indico Gange all'occidente

empié d'alto romor, da gli anni roso

si veggia or tributario a quella gente

della qual mille nomi e mille spoglie

cingan de i tempii suoi l'aurate soglie.

Or se qui Lionel fosse e Boorte

e Lancilotto ancor, l'animo fero,

qual ne porrian bramar più dura sorte

o de i disegni lor termin più altero?

Che non cercan di noi l'acerba morte,

la qual tardi o per tempo usa il suo impero,

ma di condurne all'ultimo disnore,

ch'è 'l verace morir d'un nobil core.

S'e' volesse pigliar per grazia e dono,

come avete parlato, alcuna terra

stata de i primi lor, contento sono,

non per tema di quei né d'altra guerra,

ma per non infiammar nell'alto trono

l'ira di chi le nubi apre e riserra,

poi che senza mia colpa un altro impuro

ha fatto il nostro esercito spergiuro”.

Allor ch'ebbe fornito, Gonebaldo,

che de i feri Borgondi il fren reggea,

del miser sangue ancor bagnato e caldo

de i tre propri fratei che morti avea,

con furiosa voce altero e baldo

in favor di Clodin così dicea:

“Scurisi il sol per me prima ch'io taccia

ove a i nostri nemici si soggiaccia.

Non fia detto già mai che dove io sia

si faccia a Clodoveo sì largo onore

che alcun breve tributo si gli dia

come a vero d'altrui sovran signore:

Perché non mi condusse a questa via

timor d'Arturo o d'altro duce amore,

ma l'odio solo, onde non son mai stanco,

che mi divora il cor nel seme Franco.

Non è questo terren sotto il governo

del britannico re, com'altri crede,

ma del rio Clodoveo, nemico eterno

della nostra real borgonda sede,

che per sommo di lei dannaggio e scherno,

e farsi d'essa violento erede,

sposò Clotilda qual leale amico,

del mio german figliuola Chilperico,

ch'io già con gli altri due del mondo tolsi,

l'infedele Odesillo e Gundemaro,

che più tosto di lor la morte volsi

che de' figli e di noi l'esilio amaro:

e doppo lor tutto il veleno accolsi

in costui sol d'ogni mia doglia avaro

e ch'or per espugnar le vostre mura

con quanti ave de' suoi sempre procura;

come si vede ben, se tra i nemici

di lui quattro figliuoi cingon la spada:

non per vera pietà ch'ha degli amici,

ma per voi dispogliar cercando strada.

E come alle native sue pendici

ritorni Arturo, allor come gli aggrada

farà dell'altro poi, che frali e lassi

sarete, e d'ogni forza ignudi e cassi.

E quantunque non sembri, molto apporta

solo il semplice nome di sovrano,

che poi mille cagion si fanno scorta

al tutto trarre alla rapace mano.

D'Arturo in tanto poi scemata o morta

la forza fia, ch'aspetterete in vano;

ed ei, sempre crescendo, a poco a poco

sopra voi, sopra me stenderà il foco.

Ma se pur vi parrà che 'l tempo sforze,

e de i vostri il mancare e del ciel tema,

di sgombrar quindi le nemiche forze

onde 'l popol vicin paventa e trema,

sol del vostro terren l'ultime scorze

si dénno offrir della provincia estrema,

come or disse Clodino e pria Vagorre,

ma quel titol sovran per sé riporre:

perché negando in ver di fare offerta

a i nemici talor di cosa leve,

parrìa forse ingiustizia troppo aperta

e ne cadrebbe in noi la colpa greve;

e la gente ch'ognor di vita incerta

ha per esca la polve e 'l sudor beve

avrìa credenza alfin ch'alcun di voi

si prendesse a diletto i danni suoi.

E se ciò refutar, sì com'io spero,

dalla suparba gente oggi vedrasse,

fia pur noto a ciascun che 'l nostro impero

del dever dritto il termine non passe;

e dal Motor lassù che scerne il vero

perch'innalzi i migliori e i pravi abbasse

potrem con più ragion chiedere aita

per questa afflitta patria sbigottita.

La tregua ricercar per alcun giorno

non meno util sarà che grata e pia,

e più tosto vergogna e crudo scorno

a chi pur la negasse apporterìa”.

Or quanti regi e duci erano intorno

di così altera e nobil compagnia

approvar de i consigli il proprio effetto

che Clodino e 'l Borgondo avevan detto.

Cotal fermo fra loro, il re Clodasso

Ideo fece appellarse ed Anfione,

dicendo lor: “Movete ratto il passo

del britannico Arturo al padiglione,

e gli dite in mio nome ch'io son lasso,

come d'esser anch'egli avrìa cagione,

di veder notte e giorno in cotal sorte

di sì chiari guerrier l'acerba morte;

e per mostrare al cielo e 'l mondo insieme

che da me non starà d'imporne fine,

gli offro il largo terren che Cera preme

ove la rapid'Era ha per confine,

e d'indi innanzi le sue rive estreme

in fin ch'ad essa il suo viaggio inchine:

che sarà molto più di quel ch'io tegno

di Boorte e di Ban del picciol regno;

ma con tal condizion ch'a me si serve

tutto il supremo onor delle contrade,

e le sue innumerabili caterve

delle lor region truovin le starde.

Poi perché l'onor debito s'osserve

di seppellir ogni uom che morto cade

e perché 'l disegnato ordin ne segua

per almen nove dì si faccia tregua”.

Già l'uno e l'altro araldo si ricinge

della vesta real per quello eletta,

che in celeste colore alto dipinge

il pino aurato ch'aquilone alletta;

poscia il gemmato scettro in mano stringe

e pronto al suo devere il passo affretta,

e d'Arturo all'albergo è sopraggiunto

che volea i suoi mandar quasi in quel punto;

ed esposta al gran re tutta altamente

l'ambasciata d'Avarco, in grand'onore

pur ricevuti, e poi cortesemente

per attender risposta messi fuore,

lì domandato il primo quel che sente

di questa offerta il suo discreto core

fu il saggio re dell'Orcadi, che fisse

ambe nel ciel le luci, e così disse:

“Dammi, signor del ciel, grazia ch'io prenda

il verace sentier col mio consiglio,

onde poi con onor per noi s'attenda

il desiato fin d'ogni periglio.

Or con fermo sperar che in me s'accenda

quel sacro spirto che creò il tuo figlio,

dirò senza temer che non mi piace

doppo guerra cotal sì indegna pace,

e che si possa dir che tanti regi,

tanti gran duci illustri e cavalieri

e ch'ornati fur già di tanti fregi

che sovra ogni altra età vadano alteri,

per sì poca mercé ch'ogni uom la spragi

aggiano in tal sudor tanti guerrieri

già indarno affaticati sì lunghi anni

che tutta Europa omai ne senta i danni.

E se 'l ciel ne darà, com'esser puote,

che nessun vede aperto nel futuro,

le speranze ch'aviam d'effetto vòte

e 'l cammino al passar più- acerbo e duro,

la colpa fia delle fallaci ròte

della cieca fortuna, e non d'Arturo,

com'or saria se di vergogna carco

per sì poco terren lassasse Avarco:

il qual, s'è ver che l'intelletto umano

possa a i vati divin credenza dare,

secondo il preveder di Pellicano

debbe alle vostre man tosto tornare.

Poi l'aver nosco il nobile Tristano

non ci fa d'ogni onor sicuri andare

con voler ostinato in ogni sorte

d'esso o di tutti noi veder la morte?”

Non avea fatto fin quando Gaveno

al furor cieco usato che 'l trasporta,

interrompendo il vecchio, allarga il freno

ed all'ira soverchia apre la porta,

dicendo: “E' perché placido e sereno

si mostra il volto a chi ambasciata porta

simile a ciò ch'io sento, Arturo invitto

che macchiail vostro onor, la gloria e 'l dritto?

Dall'empio Seguran nasce il disegno,

che voi con tutti noi sempre ebbe a vile,

né di più largo don vi stima degno

che di breve terreno in nido umile.

Ma contro a gli oratori il giusto sdegno

vorrei versare in sì spietato stile

ch'ei restassero essempio in ogni loco

a chi tal degnità prendesse in gioco”.

Ma il famoso Tristan, ch'udir non vuole

nel consiglio real sì lorde voci,

in dolce ragionar l'aspre parole

chiudea dicendo: “I cavalier feroci

esser devrien sotto l'aperto sole

con l'arme intorno e contro a i falli atroci,

non all'ombra, in consiglio, e 'nverso quelli

disarmati, innocenti e poverelli.

Che colpa è di costor se 'l re comanda

ch'ei vi vengano a far la vile offerta?

E che orgoglio è del re, s'offerta manda

ch'a voi men che 'l dever si mostri aperta?

Che vergogna è d'Arturo ch'e' si spanda

d'ambasciata cotal la fama certa?

Ben superbia sarìa, fallo e disnore

il non far oggi lor richiesto onore.

Direi ben, sacro re, che in alcun modo,

sì come in fino a qui da gli altri è detto,

non si debba accettar, ma sciorre il nodo,

che 'l tessuto lacciuol non abbia effetto;

e che si segua ognor confermo e lodo

tanto, che giunta sia nel fin perfetto

questa pia guerra, in cui di certo spero

veder tutto ridurre al vostro impero.

Ma la tregua accordar, necessitade

e giustissima legge ne constringe:

ché chi de' morti suoi non ha pietade

a selvaggio leon simil si finge;

e convienne onorar l'antiche strade

là dove ogni mortal Natura spinge,

e di quei più che solo in vostro onore

s'hanno al mezzo del dì troncate l'ore”.

Doppo Tristan l'accorto Maligante,

Lionello e Baveno e 'l pio Boorte,

ogni altro duce e cavaliero errante

segue del suo parlar l'istessa sorte.

Arturo allor dal fido Gossemante

fa del suo padiglion l'aurate porte

a gli araldi d'Avarco ratte aprire,

e rende la risposta in dolce dire:

“Questi onorati frati e fidi amici

che più che 'l proprio cor mi tengo cari,

ch'a i perigliosi tempi e gl'infelici

non mi fur mai di lor medesmi avari

e lontan le native sue pendici

i figliuoi, le consorti in pianti amari

han per me abbandonato e per l'impresa

che con tanta ragion da noi fu presa;

m'han tutti consigliato insieme uniti

ch'io non debba affermar pace sì bassa

né per parte sì vil d'angusti liti

un regno abbandonar ch'ogni altro passa:

tal che ne converrà l'antiche liti

con la spada inalzata e l'asta bassa

giudicar in fra noi, sì come fia

il voler di lassù ch'a ciò ne 'nvia.

Ma per render a i morti sepoltura

ben la tregua farem del nono giorno,

perché non sol di noi, ma dritta cura

è di chi tutti i cieli avvolge intorno.

Or secur d'essa nelle patrie mura,

com'è 'l vostro piacer, fate ritorno,

riportando a Clodasso e Segurano

come il prometter mio non fu mai vano”.

Così detto, comanda ch'ambeduoi

aggiano un don di ricca vesta aurata.

Giunti con tale onore a i signor suoi,

poi che finita fu l'alta ambasciata

diceano: “Schiera di famosi eroi

vedemmo che dal ciel parea mandata

per riformar quaggiù la dritta legge,

simile al gran Motor che lassù regge.

Lì coronata di stellanti luci

Cintia opposta al fratel pareva Arturo,

ove 'l chiaro splendor di tanti duci

quasi appresso di quel si mostra oscuro.

Gravi, dolci, ridenti avea le luci,

il parlar riposato, accorto e puro

d'un'alterezza umìl sì ben commisto

che d'ogni duro cor farebbe acquisto”.

Benché il sommo lodar del saggio Idèo

e del compagno suo mostrasse il vero,

pur d'invidiosa doglia riempieo

di Clodasso ch'udìa l'animo fero;

ma con caro sembiante l'ascondeo,

dicendo: “Esser non dee ch'un tanto impero

così antico e sì nobil non insegni

di sì gran Maiestà costumi degni”.

Or già fatta gridar per ogni parte

in solenne romor la nuova tregua,

il timore e 'l furor dell'impio Marte

d'ogni cor posto in bando si dilegua:

ma si ripon nel loco onde si parte

scuro dolor che l'uno e l'altro adegua,

alto lamento, pianto e disconforto

del popol che giacea tra 'l sangue morto.

Escon tosto d'Avarco in lunghe schiere

le femminelle afflitte e i vecchi lassi,

e dove spenti pensan rivedere

gli smarriti figliuoi volgono i passi;

e con più leve andar le pie mogliere

cercan gli sposi lor di vita cassi:

ma la parte maggior nel sangue avvolta

ha l'imagin primiera in altra volta.

Lì con tremante man le miserelle

i corpi ad un ad un van rivolgendo,

ove nemiche fronti a lor rubelle

truovan sovente, e con timore orrendo

rivolgon gli occhi alle più crude stelle

contr'a gli spirti suoi preghi porgendo:

poi le piaghe ch'avean rendon più fresche

perché vengano a i can più gradite esche.

Ma di quei che de i lor per certi segni

posson ben affermar, le gelid'onde

della polve e del sangue a i volti pregni

con mesto essaminar ciascuna infonde:

né ritrovandol poi, gli accesi sdegni

crescon contra il destin che gli nasconde,

e spesso avvien che in dolorose angosce

mentre ricerca il suo l'altrui conosce,

e con note d'amor quell'altra chiama,

e per trarlo di là le porge aita.

Indi torna a cercar quel ch'ella brama

con la dolce compagna insieme unita,

in fin ch'anch'essa miserella e grama

della sua inchiesta pia resti compita;

e 'n sì fatto cercar quanto sia il giorno

triste voci e sospir s'odono intorno.

Né dell'oste d'Arturo i cavalieri,

i duci tutti e i re con men pietade

cercan di riconoscer quei guerrieri

ch'han di sangue o valor più degnitade

che sian morti rimasi su 'l sentieri

cinti d'onor tra l'avversarie spade:

ma senza lagrimar, con quel dolore

che pon virtù nel generoso amore.

Quei di prezzo maggior fanno in disparte

con l'insegne portare e con gli arnesi

e co i trofei ch'avean del fero Marte

acquistati lontano o 'n quei paesi;

poi da' servi o cugini a parte a parte

erano in un condotti e in alto appesi

là dove in sacro loco e 'n somma cura

surgea per loro altera sepoltura,

pur di semplice sasso, che durasse

contr'al tempo vorace qualche giorno

in fin che doppo alquanto ritrovasse

dentro al patrio terren loco più adorno

perché l'alta memoria non restasse

in altrui nido al peregrino scorno,

ma tra i suoi dimorando, un dolce sprone

fosse lor di virtù lunga stagione.

Fecesi poi vicin profonda fossa

che larghissimo spazio in giro avea,

ove condotte fur l'infinite ossa

che di vita spogliò la sorte rea

de i privati guerrier, ch'ardire e possa

più che senno o splendor chiari facea,

che ricoperti al fin di sacra terra

fur memoria immortal dell'aspra guerra:

perché d'un monticel levata in guisa

fu di pietre durissime ricinta,

che non potea dal tempo esser conquisa

né senza alta fatica in basso spinta.

Del maggior colle su la cima assisa

ch'ove cade del sol la luce estinta

guarda all'occaso, e d'oriente al varco

scorge non lunge a lei sedere Avarco,

ivi il divo German con l'altro coro

de' suoi chiari ministri e sacerdoti

per gli onorati spirti di costoro

porgon cotali a Dio preghi devoti:

“Non rivolgere il guardo a i falli loro,

che de i santi precetti andaron vòti

non giustizia opre in te, ma la pietade

che col tuo gran figliuol n'aprìo le strade”.

Al qual canto divin presenti furo,

in sembiante lugubre e 'n vesti nere,

pien di celeste spirto il sommo Arturo

e de' suoi cavalier l'ornate schiere,

che 'n silenzio umilissimo e 'n cor puro

aiutavan di quei l'alte preghiere.

Poi dato tutto al fin, largo s'infonde

il famoso terren di sacrate onde.

Ma in diversa maniera d'altro lato

fan quei d'Avarco il lor funèbre onore,

ché poi che i cavalier d'altero stato

della turba più bassa han tratto fuore,

dentro alle chiuse mura era portato

ciascun da' suoi con lagrimoso onore,

e co i più cari pegni in alto loco

nel sen riposti a prezioso foco:

le cui ceneri appresso in ricchi vasi

di fino or fabbricati o terso argento,

descritti intorno gli animosi casi

onde lo spirto lor giaceva spento.

Molti d'essi in Avarco eran rimasi,

ch'ebber di lui vicino il reggimento,

che sopra alte piramidi locaro,

consumate da poi dal tempo avaro.

Gli altri, ch'ebber lontan la patria sede,

con lunga compagnia di faci accese,

con l'insegne acquistate e con le prede

mandati furo al dolce suo paese

nelle pie man di chi chiamato erede

de' suggetti ch'avea lo scettro prese,

con chiaro ambasciador che ben mostrasse

quanto il loro duro caso al re gravasse.

Indi lo stuol maggior di quei guerrieri

che senza nome aver cuopre il terreno

tutto lontan da' pubblici sentieri

ove più de' due colli allarga il seno

sopra possenti carri alti destrieri

traggon ratti rotando, in fin che pieno

il veggian d'essi, e 'ntorno la campagna

di tanti che n'avea vòta rimagna.

Poi fatto ivi di lor sì altero monte

che troppo a chi 'l vedea pietà commuove,

tutto il popol miglior con voglie pronte

nella vicina selva il passo muove;

e con ferro mortal l'annosa fronte,

senza temere alcun l'ira di Giove,

dell'antica sua quercia a terra getta,

che non solea curar pioggia o saetta.

Chi dell'eccelso frassino alte incide,

ond'ombra si facea, l'aperte braccia,

chi 'l ghiandifero cerro al piè divide

dalle attorte radici, e 'n basso caccia;

quell'olmo abbatte, che co i rami asside

sopra il vicin, che di cader minaccia.

Rimbomba il bosco e le sue piagge oscure

per l'alto suon delle taglianti scure.

Chi co i medesmi carri indietro apporta

ove mostra il cammin più aperto calle;

chi per più angusta strada assai più corta

il depredato bosco ha su le spalle;

chi traendol per terra a gli altri scorta

facendo va per l'intricata valle:

tanto che 'n breve andar fornito il loco

fu nel bisogno pio del sacro foco;

ove poi con dotto ordine locate

fur le frondi e i gran tronchi in doppi giri,

d'assai tristi lamenti accompagnate

in tra pianti durissimi e sospiri

d'anime miserelle sconsolate,

che ricordando indarno i suoi martiri

e bramando di quei l'afflitta sorte

con voci di dolor chiamavan morte.

Ma già i raggi ascondea nell'occidente

allora il sol che la campagna imbruna;

così dentro alle mura amaramente

nel suo nido natal torna ciascuna.

Lì sol riman della più ardita gente

chi al freddo corso dell'algente luna

sia fida guardia alle infelici schiere

da' morsi ingordi di rapaci fere.

Gli altri all'albergo vanno, ove riposo

a gli affannati corpi insieme danno,

poi che fra l'esca e 'l vin rimase ascoso

di tutti altri e di lor l'avuto danno.

Il medesmo facea col re famoso

ogni gallico duce, ogni britanno:

ch'ove manca il rimedio, un nobil core

il lungo lamentar tiene a disnore.

Poi che di nuovo Apollo all'oriente

saettava i bei raggi all'aria intorno,

tosto d'Avarco la dogliosa gente

all'intermesso oprar facea ritorno.

Ma innanzi a tutti in vista riverente,

in oscuro e lugúbre abito adorno,

tutto coperto il capo, a lento piede

giva il gran sacerdote Clitomede.

Nella forma medesma poi seguìa

tra mille cavalieri il re Clodasso

che 'l bel fregio real deposto avìa

e ripreso color doglioso e basso;

né lunge ivi da lui dietro venìa,

pallida il volto e di dolcezza casso

pur con vesti neglette e 'nculto crine,

la coppia illustre delle pie regine.

L'altro popol più vil mischiato insieme

senz'ordine servar correva appresso,

e 'l gran danno de' suoi sospira e geme

con ramuscello in man d'aspro cipresso.

Chi 'l frutto acerbo piange del suo seme,

chi 'l suo caro german, chi 'l padre istesso,

rimanendo privato in teneri anni

di chi lasso il nutria tra mille affanni.

Le femminelle al fin d'oscura sorte

tra gli estremi seguian con più pietade,

biasmando spesso il ciel, non pur la morte,

e 'l crudo oprar di peregrine spade.

Chi del figlio si duol, che troppo forte

il cor portava in non matura etade,

chi lo sposo piangea, ch'a gran perigli

non si doveva oppor pensando a' figli.

L'acerbe verginelle che rimase

son senza madre e del parente prive

piangon ch'al sostener l'afflitte case

nulla verde speranza in esse vive;

quella accusa il vicin che persuase

al fratel che godea l'ombre native

di cercar giovinetto in guerra fama,

e crudo e disleal piangendo il chiama.

Tosto ch'è giunta al destinato luogo

la gran pompa reale e gli altri poi,

si distesero in cerchio all'alto rogo,

osservando i gran re gli ordini suoi

e quei ch'antichi di milizia al giogo

fur per somma virtù co i primi eroi

agguagliati in onor; poi l'umil plebe

più lunge assiede in fra l'erbose glebe.

Le due donne reali in altra parte

dalle matrone nobili ricinte

de i cavalier sedevano in disparte,

di cortina sottil da quei distinte.

Le minor di fortuna in basso sparte

sedean vicine di dolore avvinte.

Come fu il tutto queto, in alta sede

salìo 'l gran sacerdote Clitomede,

e con grave mirar, l'occhio rivolto

ove il rogo surgea, fiso riguarda;

indi a gli ascoltator tornato il volto

ruppe il silenzio al fin con voce tarda:

“Se quel ch'ha il sommo bene in seno accolto

e con l'ordine suo spinge e ritarda

d'ogni cosa il cammin da lui segnato,

il cui certo voler s'appella Fato,

avesse a noi concessa questa vita,

come a gli angeli suoi, d'eterno corso

e talor consentisse che rapita

fosse di morte a alcun dal crudo morso,

quel che men di tutti altri stabilita

la grazia avesse del divin soccorso,

ben che ciò ch'al ciel piace sia ragione,

pur di alquanto dolerse avria cagione.

Ma s'ei qui ne ripon con egual sorte

che doppo un breve andar si torni a lui,

quanto è infelice error pianger la morte

di sé medesmo misero o d'altrui

e l'ore misurar, se lunghe o corte

sian di se stesso o de i nemici sui,

se quai di paglie ardenti le faville

come si fugge un dì ne fuggon mille?

Perché adunque deviam con larghi pianti

di costor richiamar gli andati passi

ch'or fra i giusti Minossi e i Radamanti

tosto tutti saran del mondo lassi:

a cui lieti narrando i pregi e i vanti

de' nemici ch'han qui di vita cassi

e ch'al fin per la patria furo uccisi,

gli faran cittadin de' Campi Elisi?

Non ne debbe doler d'alcuno il fine,

ma il modo e 'l suo sentiero onde si parte,

rendendo grazie alle virtù divine

che gli han locati in sì onorata parte;

e pregar poi che noi medesmi inchine

a lor con loda egual l'invitto Marte,

e nel nostro passar, com'io confido,

lieto e 'n pace rimanga il natio nido:

il qual, come ch'a noi nel tempo avvegna,

ch'io non so ben ridir qual io vorrei,

veggio ch'a farlo ampissimo disegna

il concilio immortal de' nostri dei,

e che patria sarà lodata e degna

di molti antichi e nobil semidei

che di rami verran dell'arbor franco,

poi che quel che veggiam sia secco e manco;

il qual certo illustrissimo poi fia,

in fin che gli ombrerà la tolta sede

nuovo troncon che per l'istessa via

sarà degli aurei fior famoso erede:

alla cui gran semenza e larga e pia

fia ciascuna virtù che in alto siede,

di cui molti bei germini radici

in questa terra avranno alme e felici.

Ma via più di tutte altre, poi che 'l sole

dieci secol rivolti e dieci lustri,

di Francesco primier l'eletta prole

vedrà qui superar gli antichi illustri

più di virtù, che di color non suole

all'apparir del sol rosa i ligustri:

il cui nome real fia detto Enrico,

d'ogni raro valor perfetto amico,

ch'alla sua realissima sorella,

ch'avrà più di virtù che fiori aprile,

di questa alma città gradita e bella

ne farà dono a tale altezza umìle;

perché tanta bontà fia posta in quella

alma più ch'altra mai chiara e gentile,

ch'a pena quanto il ciel vede e ricuopre

degno premio saria di sì bell'opre.

Fia 'l chiarissimo nome Margherita,

ch'a lei si converrà più d'altra mai

candida e pura, e 'n questa bassa vita

spiegherà più che 'l sol lucidi i rai;

del mondo schiva, e 'n sì bel nodo unita

con l'eterno Motor, che gli uman guai

non potran penetrar la divin'alma

né di lor sentirà terrena salma.

Fia mandata quaggiù per vivo essempio

de' suoi santi tesor dal sommo Giove:

sarà il pudico petto altero tempio

delle tre caste Grazie e delle nove

sue dotte figlie, al cui parlare ogni empio

cor perderà le scelerate pruove;

ch'ogni desir villan che i pravi ingombra

si vedrà dileguar di quella all'ombra.

Spiegherà le medesme amiche insegne

della sua famosissima Minerva,

come sola di lei, non d'altra, degne

nella mortale età dura e proterva:

sì che l'aspra Medusa non si sdegne

che la fronte fatale ad essa serva,

e 'l serpe e 'l fosco augel ch'Atene onora

con voler della dea fien seco ognora;

e non senza cagion, però che ad essa

la divina scienza, ond'ella è madre,

come a dolce sua figlia avrà concessa

col cortese approvar del sommo padre:

da cui verran, come da Palla istessa,

pensier celesti et opere leggiadre,

senno, grazia, modestia e caritade

e quante altre virtù sian belle e rade.

Dentro all'altero petto umile il core

e ripien di dolcezza avrà la sede,

che tutte abbraccerà con puro amore

l'anime afflitte che fortuna fiede,

solo al vero valor porgendo onore,

non al carco furor d'ingiuste prede:

e fia dritta de i buon nella sua vita

stella, timon, nocchiero e calamita.

Or qual dunque di noi fortuna avvegna,

non può danno apportar che a questa spoglia,

perché piuma verrà non forse indegna

più d'ogni altra talor che scriver soglia:

ma quando fosse pur, la farà degna

questa terrena dea che 'n carte scioglia

il nostro affaticar di lodi carco,

tal che mai non morrà l'antico Avarco.

E però, cinti il cor di questa speme,

non contrastiamo al ciel co i nostri pianti,

i quai mal si convengono al gran seme,

quale il nostr'è, de i cavalieri erranti;

e chi troppo il morir del mondo teme

di generoso spirto non si vanti,

ma lassando dell'arme il nobil uso

spenda gli anni miglior tra l'ago e 'l fuso.

Voi, miserelle donne, se piangete

de' sostegni miglior trovarvi prive,

gli occhi all'alte regine rivolgete

in cui somma pietà per tutte vive;

se del lor breve corso vi dolete,

ripensate all'onor dell'opre dive

che in lor riluce, e s'al comprar sia caro

per sì poca stagion nome sì chiaro.

Gl'innocenti figliuoi che in teneri anni

i dolcissimi padri hanno perduti

truovan largo il guadagno tra' lor danni,

sendone al partir d'un mille venuti:

ch'Avarco intero e i pubblici suoi scanni

abbondar si vedran ne i dolci aiuti,

né più largo tesoro al figliuol ch'ama

può il buon padre lassar che illustre fama”.

Dato fine al suo dire, in terra scese

il sacro Clitomede, e 'n basse note

mormorando tra sé tre faci prese

dal più vecchio degli altri sacerdote,

e 'n tre parti del rogo il foco accese

delle quai la primiera era a Boote.

In vista poi di riverenza piena

pur tre volte baciò l'arida arena.

Già il tenebroso fumo intorno ingombra

e per torto cammin nell'aria sale,

mentre ancor di piropo i legni adombra

vulcano in basso, ch'avvampar non vale.

Già con fiamma crescente il nero sgombra

e s'addrizza nel ciel con lucide ale,

e di faville ardenti ha larga preda

tra le frondi sonanti ch'ei depreda.

Quel tre volte accerchiò con larghi giri

l'inerme popular con ratto piede,

il cui suon di lamenti e di sospiri

empiea tutta del ciel la prima sede,

ricordando ciascun gli aspri martiri

onde al partir de' suoi rimane erede.

Fanno armati il medesimo i guerrieri

e i duci e i cavalier sopra i corsieri.

Chi getta sovra lor l'elmo o lo scudo

ch'era d'alcun di lor lodata spoglia,

chi la spada o lo stral ch'aguto e crudo

d'aspra morte al vicin portò la doglia,

chi 'l suo più caro arnese, perché nudo

miser non scenda alla tartarea soglia.

In questo mezzo l'infinite trombe

fan che l'aria, la terra e 'l ciel rimbombe.

I mesti sacerdoti d'ogn'intorno

d'aspri porci setosi, tauri et agne,

tutte d'atro colore il manto adorno,

vittime fanno all'infere campagne,

alla pallida dea ch'al tristo giorno

dal suo terrestre vel l'alma scompagne,

all'ingordo Pluton che d'ora in ora

tutto quel ch'è mortal laggiù divora.

Poi che già sono stanchi, e l'alto foco

consumato il gran rogo in basso cade,

ciascun sedendo del medesmo loco

ingombra tutte a cerchio le contrade.

Raffrenata del cor la doglia un poco,

portate intorno fur per varie strade

per l'impero del re vino e vivande,

il cui bramato odor dolcezza spande.

Ivi chi mensa avea l'ignuda terra,

poi che d'ogni altro arnese era privato,

chi 'l forte scudo suo dall'empia guerra

rivolgea tosto in più gradito stato.

Chi le vicine pietre aggiunte serra

e più alto il suo seggio ha fabbricato;

altri larghe stendean co i propri velli

di tori e di monton le nuove pelli.

Ma il famoso Clodasso, pur vicino

sott'aureo padiglione al loco istesso,

ivi spandendo prezioso vino

chiama il gran Giove e gli altri dei con esso.

Al gran rettor dell'infero confino

fece il medesmo riverente appresso;

poi de' gran cavalier la mensa piena

realissima feo funebre cena.

Né l'onorata Albina e Claudiana

le più nobil matrone hanno in dispregio,

ma con voce dolcissima et umana

lor concessero al suo sembiante pregio:

e ciascuna ebbe par, nulla sovrana,

delle pie donne il bel drappello egregio,

che 'n tal guisa mischiata era ogni sede

ch'ivi non apparia la fronte o 'l piede.

Or mentre si pascea di dolci note,

più che d'esca o di vin, l'eletta schiera,

già nascondendo il sol l'aurate rote

con l'ali umide sue venia la sera.

L'ultime voci allor triste e devote

disciogliendo ciascun che 'ntorno iv'era

disse: “O turba onorata, al basso inferno

viva del tuo valore il grido eterno”.

Così d'essi ciascun ritruova Avarco,

e 'l passato dolor nel sonno avvolge.

Il medesmo facea, quantunque carco

d'alto stuol di pensier che 'l core involge,

il grande Arturo, e come truove il varco

del disegnato fin seco rivolge.

Così tutto interrotto si conduce

di sonno in sonno all'apparita luce;

la quale essendo ancor con l'altre impresa

nelle tregue funèbri, intorno spende

a ricercar se intera ogni difesa

sia del suo campo ancora: e l'un riprende,

lo scusa appresso, poi che meglio ha intesa

la sua ragione, e l'altro al cielo stende

con alte lodi e pregii e 'n tai soggiorni

trapassar della tregua i dati giorni.