CANTO XII

By Alessandro Tassoni

Cessa la tregua e la vittoria pende:

il Papa in Lombardia manda un Legato.

Sprangon su 'l ponte a guerreggiar discende,

onde sospinto poi resta affogato.

Sono rotti i Petroni entro le tende

e ammolliscono il cor duro ostinato.

S'interpone il Legato a tanti mali,

e si fa pace al fin con patti uguali.

Le cose de la guerra andavan zoppe,

i Bolognesi richiedean danari

al Papa, ed egli rispondeva coppe,

e mandava indulgenze per gli altari.

Ma Ezzelino i disegni gl'interroppe

col soccorso che diede a gli avversari:

allora egli lasciò di fare il sordo,

e scrisse al Nunzio che trattasse accordo.

Indi spedì legato il Cardinale

messer Ottavian de gli Ubaldini,

uomo ch'in zucca avea di molto sale

ed era amico a i Guelfi e a i Ghibellini;

e gli diede la spada e 'l pastorale

che potesse co' fulmini divini

e con l'armi d'Italia opporsi a cui

rifiutasse la pace e i preghi sui.

Fece il legato subito partita

con bella corte e numerosa intorno.

Ma la tregua fra tanto era finita,

e a l'armi si tornò senza soggiorno:

facevano i guerrier su 'l ponte uscita

per guadagnarlo, e quivi notte e giorno

si combattea con sì ostinato ardire

che 'l fior de' cavalier v'ebbe a morire.

Fra gli altri giorni quel di san Matteo,

de l'uno e l'altro esercito avvocato,

sì fieramente vi si combatteo

che tutto 'l fiume in sangue era cangiato.

Prove eccelse Perinto e Periteo

feron col brando, ma da l'altro lato

minori non le fe' Renoppia bella,

d'alto pugnando a colpi di quadrella.

Su la torre vicina armata ascese,

che fu di Sant'Ambrogio il campanile,

e per compagne sue seco si prese

Celinda e Semidea coppia gentile;

quivi l'arco fatal l'altera tese:

e sdegnando ferir bersaglio vile,

furon da lei le più degne alme sciolte,

e votò la faretra cinque volte.

Paride Grassi e 'l cavalier Bianchini

su 'l ponte uccise e Alfeo degli Erculani;

su la riva l'alfier de' Lambertini,

Pompeo Marsigli e Cosimo Isolani;

Lapo Bianchetti e Romulo Angelini,

Gabrio Caprari e Barnaba Lignani

giù nel fondo trafisse, e due cognati

Fulgerio Cospi e Lambertuccio Grati.

A Petronio Sampier, ch'innanzi al ponte

facea la strada a quei de la Crocetta,

drizzò l'arco Celinda e ne la fronte

gli affisse la mortal fera saetta.

Nel collo Semidea ferì Bonconte

Beccatelli, ch'uccisi in quella stretta

avea Anton Borghi e Gemignan Colombo,

e lo fece cader nel fiume a piombo.

Fu Girolamo Preti anch'ei ferito,

poeta degno d'immortali onori

che quindici anni in corte avea servito

nel tempo che puzzar soleano i fiori.

Col collare a lattughe era vestito,

tutto di seta e d'or di più colori;

ond'al primo apparir ch'ei fece in campo,

Renoppia di sua man trasse a quel lampo.

Tra 'l collo e le lattughe andò a ferire,

e pelle pelle via passò lo strale;

ei si sentì la guancia impallidire,

ché dubitò la piaga esser mortale:

l'accortezza e 'l saver nocque a l'ardire

che gli affissò la mente al proprio male,

e in cambio di pensare a la vendetta,

correre il fece a medicarsi in fretta.

Ei nondimen scusandosi dicea

che pugnar con le dame era atto vile,

ma pazzo ardir contra colei ch'avea

la sua franchigia in cima a un campanile.

In tanto da uno stral di Semidea

fu morto a piè del ponte Andrea Caprile

ch'avea quella mattina un frate ucciso.

La balestra del Ciel scocca improviso.

E se non che la notte intorno ascose

l'aurea luce del sol col nero manto,

imprese vi seguìan maravigliose

ch'avrebbon desti i primi Cigni al canto;

taciute avria quell'armi sue pietose

il Tasso, e 'l Bracciolino il Legno santo,

il Marino il suo Adon lasciava in bando,

e l'Ariosto di cantar d'Orlando.

Giunto a Genova in tanto era il Legato,

e 'l Nunzio da Bologna gli avea scritto

ch'egli sarebbe ad incontrarlo andato

prima ch'ei fesse a Modana tragitto:

ma egli, ch'a lo studio avea imparato

che fa la Maestà poco profitto

se le manca il poter, senza intervallo

assoldando venìa gente a cavallo.

E 'l Papa già co' Genovesi avea

d'un mezzo million fatto partito,

talché sicuramente egli potea

ragunar soldatesca a suo appetito;

ma il trascorrer qua e là ch'egli facea

il trasse fuor del camin dritto e trito,

fin che con lunga ed onorata schiera

egli arrivò ne' prati di Solera.

Quivi stanco dal caldo e fastidito

fermossi a l'ombra, e d'aspettar dispose

il Nunzio, a cui già un messo avea spedito

per intender da lui diverse cose.

In tanto i servi suoi su 'l verde lito

vivande apparecchiar laute e gustose,

ed egli in fretta trattisi gli sproni

mangiò per compagnia cento bocconi.

Mangiato ch'ebbe, sté sovra pensiero

rompendo certi stecchi di finocchi;

indi venner le carte e 'l tavoliero,

e trasse una manciata di baiocchi,

e Pietro Bardi e Monsignor del Nero

si misero a giucar seco a tarocchi;

e 'l Conte d'Elci e Monsignor Bandino

giucarono in disparte a sbarraglino.

Poi ch'ebbero giucato un'ora e mezzo

levossi, e que' prelati a sé chiamando,

con gusto andò con lor cacciando un pezzo

i grilli che per l'erba ivan saltando:

così l'ore ingannava, e al fresco orezzo

la venuta del Nunzio attendea, quando

di persone e di bestie ecco un drappello

guastò la caccia ch'era in su 'l più bello.

Eran questi una man d'ambasciatori

da Modana mandati ad invitarlo

con muli e carri e cocchi e servidori

e molta nobiltà per onorarlo,

ben ch'avesse Innocenzio e i decessori

data lor poca occasion di farlo,

essendo i Modanesi a quella corte

esclusi da ogni onor d'infima sorte;

non perché avesse alcun mai tradimento

usato nel servir la Santa Sede,

ma perché avean con lungo esperimento

a Cesare serbata ottima fede.

Quel che dovea servir d'incitamento

per onorar di nobile mercede

la costanza e 'l valor, servìa d'ordigno

per accendere i cor d'odio maligno.

Or al Legato que' signor portaro

rinfrescamenti di diverse sorte,

di trebbian perfettissimo un quartaro,

e in sei canestre ventiquattro torte,

e una misura, che tenea un caldaro,

di sughi d'uva non più visti in corte,

e per cosa curiosa e primaticcia

quarantacinque libre di salciccia.

Ringraziolli il Legato, e que' regali

dividendo fra' suoi l'invito tenne;

e fra tanto col feltro e gli stivali

il Nunzio per la posta sopravenne,

e informandol di tutti i principali

motivi, seco a la città se 'n venne,

la qual s'affaticò con ogni onore

di trarre il Papa del passato errore.

Si rinovò la tregua, e ad incontrarlo

uscì de la città tutto il Consiglio,

e fin le dame uscir per onorarlo

fuor de la porta inverso il fiume un miglio.

Preparossi il castel per alloggiarlo

con paramenti di tabbì vermiglio:

corsesi un palio, e fessi una barriera,

e in maschera s'andò mattina e sera.

Il Nunzio ragunar fece il Senato

ne la sala maggiore il dì seguente,

dove con pompa grande entrò il legato

benedicendo nel passar la gente;

sotto un gran baldacchino di broccato

stava la sedia sua molto eminente,

e quindi ei cominciò grave e severo

a parlare a quei vecchi dal brachiero:

— Il Papa, ch'è signor de l'universo

e del gregge di Dio padre e pastore,

veduto fra le cure ov'egli è immerso

d'una favilla uscir cotanto ardore,

al ben comun da quel desìo converso

che spira e muove in lui l'eterno amore,

pace vi manda, o vi dinunzia guerra,

se voi la ricusate, in cielo e in terra.

Quello che io dico a voi dico al nemico

vostro, ché 'l Papa a tutti è giusto Padre,

e se ben voi per retto e per oblico

foste sempre ribelli a la gran Madre,

e novamente a l'empio Federico

congiunti avete e gli animi e le squadre,

non vuol però che d'alcun vostro gesto

s'abbia memoria o sentimento in questo.

E mi manda a trattar pace fra voi

con patti uguali, e mi comanda ch'io

in armi debba aver fra un mese o doi

dieci mila cavalli al voler mio

per rintuzzar chi fia ritroso a i suoi

santi disegni, al suo voler restio,

e a Genova i contanti hammi rimesso,

e trenta compagnie già son qui appresso.

E promette di darmi il Re di Francia

dodici mila fanti infra due mesi,

sì che 'l fondarsi in altro aiuto è ciancia.

Né più sia detto a voi che a i Bolognesi,

il Papa sa che a correr questa lancia

i danari di Dio fien meglio spesi

ch'in erger torri e marmi in sua memoria

d'armi e nomi scolpir, fumi di gloria. —

Era capo di banca allor per sorte

un Giacopo Mirandola, uom feroce,

nemico aperto a la romana corte,

turbulento di cor, pronto di voce;

questi volgendo a le ragioni accorte

del romano Legato il dir veloce,

con quella autorità ch'avuta avea,

così parlò dal luogo ove sedea:

— Il Papa è Papa e noi siam poveretti,

nati, cred'io, per non aver che mali,

e però siam da lui così negletti

e al popol fariseo tenuti eguali.

Se per tiepidità noi siam sospetti,

per diffidenza voi ci fate tali,

ma se per troppo ardor, che possiam dire

se non che 'l vostro giel nol può soffrire?

Fra i divoti di Dio noi siamo soli

che non godiam di quel ch'a gli altri avanza,

né possiamo ottener come figlioli

nel paterno retaggio almen speranza:

vengono genti da gli estremi poli

e trovano appo voi felice stanza,

noi soli siam da gli avversari nostri

per esempio di scherno a dito mostri.

Se in lupi si trasformano i pastori,

gli agnelli diverran cani arrabbiati

che fra gli oltraggi quei sono i peggiori

che ci fanno color ch'abbiamo amati:

ha da noi Federico armi ed onori

però ch'in libertà ci ha conservati,

egli tratta con noi con cor sincero,

e noi serbiamo fede al sacro Impero.

Né deve minor lode esser a nui

il conservar la libertade antica,

ch'a gli altri l'occupar gli stati altrui

e la fede ingannar di gente amica;

questo dico a chi tocca e non a vui,

che se 'l Papa si studia e s'affatica

di porne in pace con paterno zelo,

ne debbiamo levar le mani al cielo;

quantunque non rispondano a le prove

quel terzo ch'ei mandò di Perugini,

e questo monsignor che fa da Giove

co i fulmini ch'avventa a i Ghibellini;

però s'amor, se carità lo muove,

se lo spirto di Dio spira i suoi fini,

deh cessi il mal influsso a questa terra,

e faccia il Papa a gl'infedeli guerra:

ché noi siam pronti a riverire i suoi

santi pensieri e far ciò ch'egli impone,

e a por liberamente in mano a voi

ogn'arbitrio di pace, ogni ragione;

l'onore intatto resti, e sia di noi

quel che v'aggrada, acciò ch'al paragone

più non abbiamo a rassembrar bastardi

tra i vostri figli a gli altrui biechi sguardi;

ché quell'armi ch'or voi depor ci fate,

se verrà tempo mai ch'uopo ne sia,

se verrà tempo mai che le chiamiate

o in Mauritania o a i regni di Soria,

vi seguiran nel mar fra l'onde irate,

vi seguiran per solitaria via,

saran le prime a disgombrarvi i passi

onde a la gloria e a la salute vassi. —

Qui il Mirandola tacque, e 'l Concistoro

tutto levossi a gridar — Pace, pace. —

— E pace sia, rispose a un tempo loro

il discreto Pastor, s'ella vi piace,

per me non fia che di sì bel tesoro

questa vostra città resti incapace,

né i Tedeschi, cred'io, l'impediranno,

ch'omai confusi e mal condotti stanno.

E 'l Papa contra lor mosse in battaglia,

non contra voi, la gente Perugina,

se non era con voi questa canaglia,

egli impedita avria tanta ruina.

Or ha segnata Dio giusta la taglia

e versata ha su 'l mal la medicina;

siate voi più devoti e men bizzarri,

e camminate per la via de' carri. —

Col fin de le parole in piè levato

uscì dov'eran dame e cavalieri:

poi fe' chiamare i primi del Senato,

e consultò con loro i suoi pensieri.

In Modana due dì stette il Legato

fra giostre e feste e musiche e piaceri:

il terzo se n'andò verso Bologna

per dar l'ultimo unguento a tanta rogna.

Gli donò la città trenta rotelle,

e una cassa di maschere bellissime,

e due some di pere garavelle,

e cinquanta spongate perfettissime,

e cento salcicciotti e due cupelle

di mostarda di Carpi isquisitissime,

e due ciarabottane d'arcipresso,

e trenta libre di tartufi appresso.

Fu da mille cavalli accompagnato

da la città fino a i vicini lidi,

dove trovò l'esercito schierato

che 'l ricevé con suon di trombe e gridi.

Il ponte e la riviera indi passato,

da i Bolognesi e loro amici fidi

fu ricevuto, e circa le vent'ore

giunse a la lor città con grande onore.

Il dì che venne, per trattenimento

le spoglie gli mostrar del campo rotto,

prigioni, armi, bandiere e ogni stormento,

e fu in trionfo anch'egli il Re condotto;

indi per allegrezza il Reggimento

gittò dalle finestre un porco cotto,

ordinando che 'l dì de la vittoria

così si fesse ogn'anno in sua memoria.

Fece il Legato poi la sua ambasciata

nel publico Consiglio, e non fu intesa

con quella attenzion ch'imaginata

s'era nel cominciar di quella impresa.

Parea strano a ciascun che terminata

fosse con pari onor quella contesa,

e rivolean la secchia ad ogni patto,

e non volean che 'l Re fesse riscatto.

Proponeva il Legato un mezzo onesto,

che ritenendo il Re ch'avean prigione,

rimettessero poscia in quanto al resto

ne l'arbitrio del Papa ogni ragione;

e quando ancor gli trovò sordi in questo,

né gli poté mutar d'opinione:

— Dunque, disse sdegnato, i nostri amici

han minor fede in noi che gli nemici?

Or vi farò veder quello ch'importe

il disprezzar l'autorità papale. —

Così disse, e non pur fuor de le porte

che chiudean le superbe e ricche sale,

ma di Bologna uscì con la sua corte;

e volgendo il cammin verso il Finale,

il Paulucci avisò ch'immantenente

il seguisse al Bonden con la sua gente;

dove dovea trovarsi il giorno appresso

Azio d'Este figliol d'Aldobrandino,

e quivi esser da lui poscia rimesso

nel ferrarese antico suo domino,

come gli avea ordinato il Papa stesso

con un breve, da poi ch'ei fu in cammino:

e a un tempo fur da lui tutti chiamati

i cavalli ch'adietro avea lasciati.

Salinguerra, ch'intese il suo periglio,

tosto del ponte abbandonò l'impresa,

e tornando a Ferrara, in iscompiglio

ritrovò la città già mezza presa:

ma risoluti a non mutar consiglio

s'ostinaron via più ne la contesa

i Petroni, e stimar cosa leggiera

l'aver perduta e l'una e l'altra schiera.

Da l'altra parte i Gemignani volti

al lor vantaggio, avean con segretezza

danari a cambio da i Lucchesi tolti

e assoldata milizia a l'armi avezza;

e avendo i Padovani in campo accolti

senza segno di tromba e d'allegrezza,

si mostravan d'ardir, di forze impari

per crescer confidenza a i temerari.

E 'n tanto preparar feano in disparte

ordigni da trattar notturno assalto,

ponti da tragittar da l'altra parte,

saette ardenti da lanciar in alto,

fuochi composti in varie guise ad arte

ch'ardean ne l'acqua e su 'l terreno smalto,

falci dentate e macchine diaboliche

che non trovaron mai le genti argoliche.

Tre giorni senza uscir de la trinciera

stettero i Padovani e i Modanesi:

ed ecco il quarto con sembianza altiera

fuor de' ripari uscir de' Bolognesi,

e su 'l ponte calar da la riviera,

tutto coperto di ferrati arnesi,

un fanton di statura esterminata

nominato Sprangon da la Palata.

Un celaton di legno in testa avea

graticciato di ferro, e al fianco appesa

una spada tedesca, e in man tenea

imbrandita una ronca bolognesa.

Quindi volto a i nemici egli dicea:

— O Pavanazzi da la panza tesa,

quando volìdi uscir di quelle tane

valisoni da trippe trevisane?

Fra tanti poltronzon i n'è neguno

ch'apa ardimento de vegnir qua fora

a far custion con mi, fina che l'uno

sipa vittorios e l'altro mora? —

Così dicea, né rispondeva alcuno

a la superba sua disfida allora;

ma non tardò ch'a rintuzzar quel fiero

da l'antenoree tende uscì un guerriero.

Lemizio fu nomato o Lemizzone,

piccolo e grosso e di costumi antico,

avea ne la man destra un rampicone,

e sopra la celata un pappafico;

ne la manca una targa di cartone

foderata di scotole di fico;

del resto in giubberel con le gambiere

parea un saltamartin proprio a vedere.

Rise Sprangon vedendolo su 'l ponte,

e motteggiollo e dileggiollo assai,

chiamandolo aguzin di Rodomonte,

stronzo d'Orlando, ambasciator de' guai.

Volgendo Lemizzon l'ardita fronte

rispose: — Al cospettazzo, e che dirai

burto porco arlevò col pan de sorgo,

se te fazzo sbalzar zoso in quel gorgo? —

Alza la ronca a quel parlar Sprangone,

e mena per dividergli le ciglia;

Lemizzone la targa al colpo oppone,

v'entra un palmo la punta e vi s'impiglia;

ei la targa abbandona, e 'l rampicone

gli avventa a l'elmo, e ne' graticci il piglia

e tira con tant'impeto a traverso

che 'n riva al ponte il fa cader riverso.

Sprangon tocca del cul su 'l ponte a pena,

che balza in piedi, e la sua ronca gira

con quella targa infitta, e su la schiena

ferisce Lemizzon che si ritira.

Lemizzon de l'uncino a un tempo mena,

ma non va il colpo ove drizzò la mira;

segnava a la visiera, e giù discese,

e ne la stringa de' calzoni il prese.

Con le ginocchia e con le mani in terra

Lemizzon cade, e fa cader con esso

le brache di Sprangon, ch'a sorte afferra

col raffio ch'abbassò nel tempo stesso:

ma da la ronca a quel colpir si sferra

lo scudo del carton spezzato e fesso:

onde l'ardito Lemizzon che vede

il rischio, salta in un momento in piede,

e Sprangon, ch'a sbrigar le gambe attende,

urta per fianco e giù da l'orlo il getta.

Sprangon cadendo in una mano il prende,

e 'l rapisce con lui per sua vendetta;

ravviluppato l'un con l'altro scende:

ma nel cader si distaccaro in fretta,

batton su l'onda e vanno al fondo insieme;

l'acqua rimbalza e 'l lido intorno freme.

Lemizzon, ch'è più sciolto e più spedito,

soffia le spume e 'l volto alza da l'onda,

e poi ch'ha scorto ov'è sicuro il lito,

passa notando in su l'amica sponda:

ma da le brache sue l'altro impedito

e da l'armi, restò ne la profonda

voragine affogato e quivi giacque,

cibo de' pesci e impedimento a l'acque.

Ramiro Zabarella, un cavaliero

il più gentil che fosse a' giorni sui

ma disdegnoso e furibondo e fiero

con chi volea pigliar gara con lui,

comparve armato sopra un gran destriero,

dopo che Lemizzon chiarì colui,

e disse: — O Bolognesi, oggi la vostra

disfida feste, e noi farem la nostra.

Però doman su questo ponte stesso

tutti vi sfido a singolar battaglia

con lancia e spada, acciò che meglio espresso

si vegga chi di noi più in armi vaglia. —

Qui tacque il Zabarella, e seguì appresso

il grido universal de la canaglia,

e fu accettata la disfida altiera

da i cavalier de la contraria schiera.

Era ne la stagion ch'i sensi invita

a ristorarsi omai la notte bruna,

e con luce scemata e scolorita

s'era congiunta al sol l'umida luna:

la gente di Bologna, insuperbita

dal passato favor de la fortuna,

dormìa secura in aspettando l'ora

ch'esca Ramiro a la battaglia fuora.

Quand'ecco «a l'arma a l'arma», e d'oriente

volando il grido a mezzogiorno arriva,

«a l'arma a l'arma» s'ode a l'occidente,

rimbomba l'aria e fa tremar la riva.

La sonnacchiosa e spaventata gente

sorgea confusa, e quinci e quindi giva,

ravvolgendo e intricando ordini e schiere,

e cercando a lo scuro armi e bandiere.

Avean taciuto i Modanesi un pezzo

per cogliere il nemico a l'improviso,

e da più parti riserrarlo in mezzo

per farlo rimaner vie più conquiso,

parendo lor che la vittoria avezzo

l'avesse a trascurar quasi ogn'aviso:

presero il tempo e 'l ritrovar distratto

e da simil pensier lontano affatto.

Correano a gara i capitani al ponte

dove maggior periglio esser parea,

e quivi il furibondo Eurimedonte

col destriero ingombrato il varco avea;

e in minacciosa e formidabil fronte,

con la spada a due man ferendo fea

smembrati e morti giù da l'alta sponda

cavalli e cavalier cader ne l'onda.

A Petronio Casal divise il volto

fra l'uno e l'altro ciglio in fino al petto,

a Gian Pietro Magnan, ch'a lui rivolto

già tenea per ferirlo il brando eretto,

troncò la mano e aperse il fianco, e sciolto

trasse lo spirto fuor del suo ricetto,

e partito dal collo a una mammella

Ridolfo Paleotti uscì di sella.

Ma di gente plebea n'uccide un monte

che s'erge sovra l'onda e innanzi passa;

seguono i Padovani, e già del ponte

le steccate e le sbarre addietro lassa;

quindi ne le trinciere urta per fronte

e le rompe, le sparge e le fracassa,

si rinforza il nemico, e fa ogni prova

contra tanto furor, ma nulla giova;

ché da levante vien per fianco il forte

Gherardo a un tempo, e da ponente viene

Manfredi, e l'uno e l'altro ha in man la morte,

e fa di sangue rosseggiar l'arene:

trasser le genti lor con pari sorte

di là da l'onda, e per le rive amene

taciti costeggiando a un punto furo

sopra i nemici incauti al ciel oscuro.

A prima giunta in cento parti e cento

acceso fu ne' palancati il foco:

crebbe la fiamma e la diffuse il vento,

e l'inimico a quel terror diè loco.

Urtando i Gemignani, e al violento

impeto loro ogni riparo è poco,

da l'altra parte i Padovani anch'essi

hanno già i primi in su l'entrata oppressi.

Varisone, fratel di Nantichiero,

che Barisone ancor fu nominato,

uccise Urban Guidotti e Berlinghiero

dal Gesso, e 'l Manganon da Galerato.

Seco avea Franco e 'l valoroso Alviero

e don Stefano Rossi, a cui fu dato

il cognome a l'uscir di quel periglio,

perché tutto di sangue era vermiglio.

Al pretor di Bologna intorno stanno

tutti i primi guerrier del campo armati:

egli che vede la ruina e 'l danno

e non può riparar da tanti lati

esce da tramontana, e se ne vanno

di Castelfranco a i muri abbandonati:

e si riparan quivi, e quivi accolte

sono le genti rotte in fuga volte.

Il popolo di Fano e di Cesena

restò col fior de' Milanesi estinto,

de' Ravennati e Forlivesi a pena

fu ricondotto a Castelfranco il quinto;

preso il carroccio, ogni campagna piena

di morti, ogni sentier di sangue tinto.

Gli alloggiamenti e la nemica preda

restaro al foco e a le rapine in preda.

Più non tornaro al ponte i Modanesi,

ma a Castelfranco fer passar la gente

e quivi furo i padiglioni tesi

poco distanti al lato di ponente,

dove ancor sono i margini difesi

da una trinciera quadra ed eminente

che può veder passando in su la strada

qualunque dal castello al fiume vada.

Tiraro il dì seguente una trinciera

i Bolognesi fuor de la muraglia,

e quivi usciro armati a la frontiera

contra i nemici in atto di battaglia;

ma stetter poi così fino a la sera,

per mostrar di non ceder la puntaglia:

e in tanto il Reggimento avea mandato

un messo in fretta al Cardinal Legato;

cui chiedendo perdon del folle eccesso,

d'aiuto il supplicava e di consiglio

con libero e assoluto compromesso,

pur che levasse i suoi fuor di periglio.

Egli, dissimulando il gusto espresso

di vedergli abbassato il superciglio,

mostrò dolersi de l'avuta rotta,

e fe' ritorno a la città del Potta.

Quivi accolto in Senato ei disse: — Amici,

io torno a voi con quell'istessa fede

ch'io ritrassi l'altrier, che i benefici

non mi faceano ancor sperar mercede:

voi, ch'io credea di ritrovar nemici,

feste donna di voi la Santa Sede,

e i nostri amici vecchi insuperbiti

mutaron fede e ne lasciar scherniti.

Or ha l'orgoglio lor Dio rintuzzato:

io che 'l sentiero a la vittoria ho fatto,

che 'l terzo di Perugia ho lor levato,

che Salinguerra fuor del campo ho tratto,

l'arbitrio che da voi pria mi fu dato

vi ridomando: ma però con patto

che debba l'onor vostro esser securo,

e così vi prometto e così giuro. —

Il Mirandola allora alzato in piede

gli rispose: — Signor, la patria mia

né per incontro a la fortuna cede,

né per felicità sé stessa oblìa:

l'arbitrio che da prima ella vi diede,

l'istesso or vi conferma, e sol desia

che siate voi magnanimo in usarlo

com'ella è pronta e generosa in darlo. —

Ringraziò que' signori, e fe' partita

da Modana il Legato il giorno stesso,

e conchiusa la pace e stabilita

fra le parti in virtù del compromesso,

con gaudio universal, con infinita

sua lode publicolla il giorno appresso,

riserbando ne' patti a i Modanesi

la secchia e 'l Re de' Sardi a i Bolognesi.

Nel resto si dovean tutti i prigioni

quinci e quindi lasciar liberamente,

e le terre e i confini e lor regioni

ritornar come fur primieramente.

Così finir le guerre e le tenzoni,

e 'l giorno d'Ogni Santi al dì nascente

ognun partì da la campagna rasa,

e tornò lieto a mangiar l'oca a casa.

Voi buona gente che con lieta ciera

mi siete stati intenti ad ascoltare,

crediate che l'istoria è bella e vera;

ma io non l'ho saputa raccontare:

paruta vi saria d'altra maniera

vaga e leggiadra, s'io sapea cantare.

Ma vaglia il buon voler, s'altro non lice,

e chi la leggerà viva felice.