CANTO XIV

By Luigi Alamanni

In tal riposo e 'n sì fiorita speme

le guardie avea l'esercito d'Avarco;

ma d'altro lato acerba doglia preme

il cor d'Arturo, che di tema è carco,

d'ira, di sdegno e di vergogna insieme,

ché mal difeso avea l'antico varco

tenuto infino allor senz'altro danno

quasi tutto il cammin del settim'anno.

Il medesmo avvenia ne gli altri ancora

duci e gran cavalier che 'ntorno avea.

Tra i privati guerrier gran parte plora

d'amico o di cugin la morte rea;

chi di sé, lamentando, l'ultim'ora

con gli occhi del timor presso vedea,

ché l'altrui di quel dì passato essempio

gli mostrava vicin l'istesso scempio.

Soli il chiaro Tristano e 'l pio Boorte

si potean riveder quali eran mai

d'invittissimo cor, d'animo forte

minacciare a i nemici ontosi guai,

e del sentito mal biasmar la sorte

e del ciel contr'a lor gl'irati rai:

confortando ciascun di sperar bene,

ché non sempre il medesmo ha dolce o pene.

E poi ch'ebbero i due disposte intorno,

Tristano al destro e quegli al manco lato,

le gardie sì, che non potesse scorno

dal nemico vicino esser portato,

là dov'era il gran re fanno ritorno,

che 'n mezzo stava del suo stuolo amato

ripien d'atra tristezza del seguìto,

e di quello avvenire sbigottito;

ma al rimirar de i due la vista chiara

il volto e 'l cor si rasserena alquanto,

dicendo: “Or che faremo, altera e rara

coppia a cui di virtù dò il primo vanto?

Che fin veggiamo alla rovina amara

che ne sta sopra, ed al perpetuo pianto

dell'onor già perduto e del gran nome

nostro, aggravato di sì abbiette some?

Deviam noi ritornar, come a me pare,

al medesmo cammin che qui n'ha indotto,

e rivarcar della Britannia il mare

poi ch'è 'l nostro sperar piegato e rotto?

E dar gioia a i nemici senza pare,

e sovra tutti al crudo Lancilotto?

E lì dietro a i confin del mio paese

esser presti a soffrir novelle offese?

O pur, quinci restando, in altra prova

e 'n gran rischio ripor le nostre genti

per veder s'a pietade il ciel si muova

o se vuol più che mai farne dolenti?

Ché 'l sovente tentar talvolta giova,

talvolta i tentator per sempre ha spenti;

dura cosa è il partir senza alcun frutto,

e durissima ancor perdere il tutto”.

Così disse, e Tristan turbato in volto

risponde: “Or fia possibile che 'n voi

così breve accidente aggia ritolto

quell'ardir ch'avanzò gli antichi suoi,

e per sì poco danno or caggia avvolto

di timore il pensier che gli altri eroi

si lasciò indietro col montare in alto,

senza curar di sorte alcuno assalto?

Non crederrò già mai che 'l grande Arturo

ragioni del fuggir se non per gioco:

il qual pens'io che viveria securo

in tra i folti nemici e 'n mezzo il foco,

non che cinto sì ben di fosso e muro,

tra tanti cavalier che d'ogni loco

basso, aperto ed esposto a i propri danni

porrian saldo guardarlo infinit'anni.

Dico adunque, signor, che qui si deve

ristorare e posar le genti lasse

della lunga fatica e sudor greve,

mentre che 'l sol nell'oceàno stasse;

ma poi che 'l suo splendor l'alba riceve,

che si debba uscir fuor con l'aste basse,

e col cor più che mai securo ed alto

apportare a i nemici un nuovo assalto.

A chi contrario al mio doni consiglio

dico ch'al vostro onor fa estremo torto,

ché in guerra non si va senza periglio,

né si può navigar restando in porto.

E s'or mostra fortuna irato il ciglio,

doman fia chiaro, e 'l cammin destro e corto

forse ne mostrerrà di vera gloria,

ornando il nostro duol d'alta vittoria”.

Qui tacendo, il re Lago le parole

con dolcissimo suono allor riprende

dicendo: “O di virtù lucido sole

che di sì ardenti rai fra noi risplende,

te riguardi ciascun che 'n terra vuole

ritrovare il cammin ch'al cielo ascende,

e s'acconci i pensier, l'arme e la mano

a seguir l'orme sacre di Tristano.

Cotai si pon chiamre i cavalieri,

invittissimo re, d'alto valore,

che secondo il bisogno e saggi e feri

si mostran sempre, e con desio d'onore.

Non si porriano aver più dritti e veri

consigli altronde, e di più intero amore

di quel ch'or dona in semplice sermone

il rettore onorato di Leone.

Tal che, lassata indietro ogni altra cura,

si pensi alla difesa e alla vendetta:

ciascun gli andati danni e la paura

sotto nuovi pensieri in oblio metta.

Sì dirò ben ch'al render voi men dura

e più larga la strada or aspra e stretta

modo agevol v'è dato, se vi piace

con Lancilotto omai di tentar pace;

la qual noia apportar non vi devria,

ben ch'a minor di lei s'inchini l'alma:

ch'onta o gloria non va dove non sia

di grandezza o d'onore egual la salma;

e tra servo e signor non si desia

simil che tra' nemici e lauro e palma,

e men tra 'l figlio irato e 'l pio parente,

quali io stimo esser voi veracemante.

Si conviene al gran re di tener fiso

solo alle cose altissime il pensiero,

e d'ogni altra men degna esser diviso

che non sia duro scoglio al sommo impero;

piegar talora il cor, cangiare avviso,

non esser grave a chi gli mostre il vero

e pensar che Dio sol può senza altrui

ogni cosa adattar qual piace a lui.

Non avete or quistion con Lancilotto,

ma col nemico e perfido Clodasso:

né sì onorato stuolo è qui condotto

perché 'l figlio di Ban sia tristo e basso.

Né il vostro onore altissimo più sotto,

per richiamarlo a voi, sarà d'un passo,

ma sarà ben nel centro della terra

se così indegno fine ha questa guerra”.

Mentre che 'l gran Britanno intento ascolta

del suo buon re dell'Orcadi il consiglio,

le veraci parole in cor rivolta

tenendo alta la mente e basso il ciglio.

Poi che 'l sente in silenzio, a lui si volta

col riverente onor che deve il figlio

dicendo: “O padre, e ben mi sète tale

poi che voi tengo a Pandragone eguale;

io non posso negar che 'l vostro dire

non men di senno sia che d'amor pieno,

e ch'al bisogno tal le privat'ire

deven di chi più sa sgombrare il seno:

ma troppo è dura cosa incontra gire

al suo giusto disdegno e metter freno

al desio di mostrar ch'umana forza

un generoso core a nulla sforza.

E se qui sola in rischio la mia vita

fosse, e sola di me la propria sorte,

pria che ciò far, per via corta e spedita

di tosto eleggerei correre a morte:

ma quando così nobile e gradita

gente mi veggio, e sì onorate scorte,

che delle nostre colpe avrebber doglia,

al voler di ciascun piego la voglia.

E perché 'l mondo intende ch'io non amo

di più gradire il mio, che 'l vostro bene,

contento son che dell'uliva il ramo

come a chi sia maggior, quasi, conviene

si chieggia in nome mio, con dir ch'io bramo

che di quanto seguìo sien mie le pene,

e di lui sia larghissimo il guadagno

in volermi tornar pari e compagno:

perché in premio di ciò sarò contento

di lassare a lui sol di qua dal mare

di tutto quel paese il reggimento

che si potrà con l'arme guadagnare:

oltra il regno d'Avarco, ch'io consento

che sotto al suo voler debba restare;

tal che 'nvidia ad alcun non possa avere

di tesor, di terreno e di potere.

Poscia oltra il mar nel lito mio britanno

di sette alme città gli darò impero,

d'Udon, di Bervelai, d'Ulla, che stanno

ove l'Umbra a Nettunno apre il sentiero,

e d'Alertone, ove irrigando il vanno

con le fredde onde sue la Tesa e 'l Vero,

e di Varvico, che suoi lidi stende

alle piagge miglior ch'Avone scende;

poi nella Cantabrigia Eli e Valpole,

ch'al Germanico sen drizzan la fronte,

delle quai più gentil non vede il sole

ovunque al suo cammin si corchi o monte.

Né queste avrà, per quant'io speri, sole,

che di molte altre ancor più chiare e conte

gli porrò scettro in mano, e dir potrasse

che d'ogni occidental l'altezza passe.

Darogli in pace poi gradite squadre

di cavalieri arditi in compagnia,

che 'l seguiran qual pio signore e padre,

come fia il suo piacer, per ogni via:

co i quai potrà nell'opere leggiadre

spender gli anni miglior, come desia,

di lauri ornando la famosa chioma,

e di gloria avanzar la Grecia e Roma;

e sì ben d'arme ornati e di destriero,

che pochi incontrerranno eguali a loro.

E perché il ferro cade di leggiero

senza sostegno aver talor dell'oro,

da poter ben nutrirgli un anno intero

provvederò l'andar suo d'ampio tesoro:

doppo il qual, se non prima, dalla spada

di trovarne maggior fia fatta strada.

E se sfogar gli alteri suoi disegni

di Nettuno vorrà premendo il dorso,

cento ampissime navi e cento legni

di fortissimi remi accinti al corso

avrà, che in tutti i liti e 'n tutti i regni

il mar dentro e di fuor fia prima scorso

ch'alcun saldo lavoro in lor si stanche,

o de' suoi conduttori il cibo manche.

Poi, perch'altra non ho congiunta e cara

più che fia Lodaganta, la sorella

di Ginevra mia sposa, unica e rara

d'ogni virtude e sovra ogni altra bella,

e che per l'alto cor di sé fu avara

a mille re famosi e fu rubella

sempre e fin qui del giogo maritale,

perché nullo a' suoi merti estima eguale:

quella in dolce pregare a lui prometto

di far cara compagna e pia mogliera,

e con sì larghi don che sarà detto

di fortuna ricchissima ed altera;

in cui possa trovar pace e diletto

poi che il suo bel mattin vada alla sera,

come in tra' nuovi germi uliva suole,

di dolcissima cinto e chiara prole.

Né a tal rendergli onor viltà m'induce,

né quella, ov'io son or, necessitade;

ma l'amor ch'io gli porto in ciò m'è duce,

già incominciato in tenerella etade

dal primo dì che la superna luce

di venirmi a trovar gli aprì le strade:

che 'ntra gli altri infiniti elessi solo

lui per pegno gratissimo e figliuolo.

E quantunque l'altr'ier sì amaro sdegno

mi percotesse il cor a i detti suoi

e che d'odio in quel dì mostrassi segno,

tosto il primiero amor risurse poi:

né mi fora più a grado ogni gran regno

che 'l vederlo tornare amico a noi

quanto esser mai solea, chiaro del tutto,

quanto fosse anco ciò senz'altro frutto.

Or si pensi fra voi qual più si deve

a lui tosto inviar che gli sia caro,

ch'assai più l'un che l'altro in dolce e leve

può il peso convertir greve ed amaro;

perché 'l ricordo altrui che si riceve

come da spirto pio, fedele e chiaro

penetra a maraviglia un core amico

come d'april la pioggia il campo aprico”.

Allor dice il re Lago: “O sommo onore

col britanno terren del mondo insieme,

ben ch'io con ragion, che 'l tuo splendore

quante mai luci furo offusca e preme,

poi ch'a quella pietà s'arrende il core

ch'aver si dee delle miserie estreme

di chi segua con lui l'istessa sorte,

e per dar vita a quel s'esponga a morte,

e per salute altrui da sé dispoglia

contr'a minor di sé l'ira tenace

e più tosto la sua che di lui doglia

vuole, e co' suoi minori indegna pace,

il disdegno abbattendo e l'aspra voglia

di seguire il cammin ch'al senso piace.

Or per bene adempire un tal desio

Maligante è 'l migliore, al parer mio:

ch'oltra che sovr'ogni altro ei l'ama e cole,

ha sì dolce movente e vago il dire

ch'ascoltar non si pon le sue parole

senza al lor dimostrar pieno obbedire:

ché, se non fosser sordi, al maggior sole

faria gli aspi acquetar le rabbie e l'ire;

e sia seco Lambego, il vecchio antico,

che 'l nodrì giovinetto al padre amico:

e potrà molto oprare in Lancilotto

quel primo ricordar che mai non cade,

già dalla verga sua formato e 'ndotto

a' buon costumi in tenerella etade,

e perché da i medesmi esser prodotto

e d'anni e di voler la paritade

han gran forza, e 'l seguir l'istessa sorte,

per terzo ambasciador vorrei Boorte”.

Così detto, ciascun che 'ntorno siede

l'impresa e gli orator lodando approva,

e i tre duci onorati il core e 'l piede

han pronti, e mossi alla novella prova:

e dritti vanno ove in solinga sede

Lancilotto, e lontana si ritrova,

sciolta quasi dall'altre, al sezzo varco

onde può più vicin vedere Avarco.

Trovanlo ch'era ancora a mensa assiso,

già pervenuta a fin la parca cena,

col fido Galealto, che diviso

non ha mai la stagion fosca o serena:

ch'erano ad ascoltar col pensier fiso

il chiar Euterpo, che con dotta vena

alto cantava ne' passati lustri

del cortese Girone i fatti illustri.

Come vede apparire amici tali

ch'a tutti altri in amor più innanzi vanno

doppo il suo Galealto, dice: “E quali

cagion nuove, signor, menati v'hanno

all'albergo di quel che tra i mortali

vivo è sepolto in infernale affanno?”

E così ragionando, e riverente,

surge all'incontra lor lieto e ridente;

poscia fa che Falario, un suo scudiero,

nuovi seggi a ciascun vicini apporte.

Così alla mensa pur ghirlanda fero

tutti i cinque soletti, e poi le porte

fur serrate d'intorno per l'impero

di Lancilotto; e poi che d'altre scorte

fu del tutto sgombrato il chiuso loco

Maligante i compagni guarda un poco,

e 'n cortese parlar dolce gli prega

ch'ei vogliano a' pensier la lingua sciorre;

ma l'uno e l'altro vergognando il nega,

che braman sopra lui l'incarco porre.

Et esso al fin, ch'al lor desio si piega,

tacendo alquanto con la mente scorre;

poi con voce soave e 'n pio sembiante

così diceva al cavaliero errante:

“Valoroso signor, quando il ciel vuole

scorger alcun mortale al sommo onore,

per vie lunghe, aspre e faticose suole

tra periglio inviarlo e tra sudore:

tal che sovente l'uom si lagna e duole,

che sol discerne quanto appar di fuore,

di quello onde finito il sentier rio

grazie ne rende poi divoto a Dio.

Simile avvien di voi, per quel ch'appare,

ch'a sempiterna gloria alzar procura:

ché per porvi in affanni e 'n doglie amare

ne i trapassati dì stese ogni cura;

tal ch'ove più speraste in alto andare,

di gravissima pietra alpestre e dura

in maniera cotal v'oppresse il volo,

ch'al centro gìo dove aspirava al polo.

Or con ambe le man quindi vi tira

e con sommo favor v'accoglie in seno,

se vorrete, qual spero, alla nuov'ira

che vi trasporta ancor por giusto freno:

perché del nostro re nel core spira

dritto voler d'ogni salute pieno

d'esservi amico omai dritto e verace,

e ricercar da voi gradita pace.

E per questa cagione a voi ne 'nvia

tai congiunti d'amor, come sapete,

perché più il consentir dolce vi sia

e la credenza in noi n'aggiunga sete:

che 'l ragionar di lingua amica e pia

delle dubbiose insidie altrui segrete

puote il velo squarciar con quella fede

che nel candido petto ha degna sede;

e perché il mondo intenda apertamente

che, quantunque sia re, s'inchina a voi,

se vorrete la man chiara e possente

in difesa spiegar per tutti noi

e la vostra animosa e fera gente

col fido Galealto e gli altri suoi

della chiara britannica sua insegna,

come facea l'altr'ieri, scorta vegna;

che quanto ha infino ad or tolto a Clodasso

e quanto nel futuro avere spera

che non sia di Tristan, là 've più in basso

per distorto cammin discende l'Era,

o del gran Clodoveo, che 'ngombra il passo

più in alto alla medesima riviera,

e quanto è tra 'l Pirene e la Garona

a voi, come a figliuol, cortese dona.

Poi di sette città nel suo bel nido,

onde il nome da poi vedrete in carte,

che sien fra l'altre di più altero grido,

in premio al faticar vi farà parte,

e col bel d'Imeneo legame fido

Lodagante leggiadra, in cui le sparte

virtù Vener, Giunone e Palla aggiunge,

di Ginevra sorella, a voi congiunge.

E poi ch'avrà per voi di questa guerra,

col favor delle stelle, amico fine,

di quel seme miglior che viva in terra

vi darà genti nostre e peregrine

per acquistar quanto circonda e serra

del gran padre Oceano ogni confine,

o, s'amerete il mar, gran legni e navi

d'arme, d'oro e di cibo ornate e gravi:

onde possiate solo all'alto nome

di quanti oggi si parla andar di sopra,

e di mille ghirlande ornar le chiome

il cui chiaro splendor tutt'altro cuopra;

sì che i regni abbattuti e genti dome

si mettano al narrar le piume in opra:

tal ch'a i gran vostri onori aggiano invidia

l'India, i Rifei, l'Iberia e la Numidia:

e benché tutto ciò render devria

ogni aspro e duro cor soave e piano,

non l'ho detto però credendo sia

quel che muova di voi l'alma e la mano:

ch'amor solo e pietade e cortesia

ponno il chiaro figliuol del gran re Bano

condurre al vendicar d'estrema sorte

anco i nemici suoi con propria morte.

Senza dunque parlar d'altra mercede,

che pur sempre stimar si deve assai,

muova l'altero cor chi aita chiede

per trar, chi ha speme in lui, d'estremi guai:

e che 'l gran re di Pandragone erede

ch'a fortuna o timor non piegò mai,

ripentito ora a voi tutto si piega

e di voi ricovrar domanda e prega.

Qual più ricco trofeo, qual spoglia opima

può bramare in fra noi duce onorato

che 'l vedersi ripor di lode in cima

dallo istesso parlar che l'ha sprezzato?

e doppiato l'onor che aveva in prima

dalla medesma man che l'ha furato?

e sentirsi chiamar per sua difesa

da chi fatta gli avea primiero offesa?

Scacciate, alto guerrier, l'ira e lo sdegno,

e del re ricevete il prego umile:

che 'l soverchio esser duro passa il segno

del generoso spirito e gentile,

e d'orgoglioso nome si fa degno

vie più che di magnanimo e virile;

ché come il contrastare è bel talora

così 'l non ceder mai si biasma ognora.

Di mille alte vittorie ornato sète

più d'altro cavalier sotto la luna:

ma il numero maggior comune avete

con l'arme, co i guerrier, con la fortuna;

or, se voi sol voi stesso vincerete,

né di lor né d'altrui fia parte alcuna:

vostro il consiglio fia, l'opra e la palma

e del divino onor l'eterna salma.

Fate ch'ei corra il grido in ogni parte

che 'n voi sia più che gemino il valore,

e se l'armata man non cede a Marte

non s'arrende a minerva il saggio core;

e che la cortesia, le grazie sparte

in qual regno mai fu di vero amore

verso il patrio terreno e i signor suoi

più ch'altrove già mai splendano in voi;

e prendete or del re le rare offerte,

non perch'un tal guerrier l'apprezzi molto

né perché 'l vostro ardir vie più non merte,

ch'ha il duro giogo alla Britannia tolto;

ma per far de' mortai le menti certe

ch'avete un cotal re con pace accolto

come fa il peccator grazia divina

che co i devoti doni a lei s'inchina.

Né vogliate soffrir che tali amici,

qual vedete noi tre che quinci semo,

riportiamo aspri detti a gli infelici

e compagni e signor nel punto estremo:

ma che saran più che già mai felici

per l'oprar vostro, e 'l rio Clodasso scemo

d'ogni sua terra, e l'empio Segurano

avrà con meno ardir più lenta mano”.

Qui finio Maligante, e 'n tai parole

il duro Lancilotto gli rispose:

“Perché sprezzando il dir, dell'opre sole

alto desire in me natura pose,

voi, che sète fra noi lo speglio e 'l sole

del saggio dimostrar le altere cose,

scusate il mio parlar semplice e greve,

s'assai fia del dever più rozzo e breve.

Non pensate o famoso re di Gorre,

che mai più per Arturo io stringa spada,

né ch'io possa anco mai lo sdegno porre

sì ch'al cospetto suo chiamato vada:

onde altre forze al suo periglio sciorre,

altra aita procacce, e in altra strada

cerchi i suoi buon guerrier, cerchi Gaveno

che in largo minacciar tien gli altri a freno;

ché l'altezza del cor, la cortesia

ch'è compagna la valor, come diceste,

usar conviene ove raccolta sia

dall'alme chiare e non a i buon moleste

a cui invidia e viltà chiuggia la via

di discernere il ben, qual voi vedeste

avvenir d'esso a me, che l'altro giorno

ebbi del bene oprar vergogna e scorno,

ch'or con prezzo vilissimo l'ingrato

pensa di ristorar di terra e d'oro:

né si ricorda ben ch'io sono usato

di dare, e non di tòr, regni e tesoro;

e senza suoi guerrieri o legno armato

d'Euro al nido lontan, d'Austro e di Coro

non mi manca l'ardir di farmi strada

col mio buon Galealto e con la spada.

Né voglio io Logadante, la sorella

di Ginevra onorata, aver mogliera,

come troppo per me leggiadra e bella,

di virtude, d'onor, di sangue altera.

D'altrui sia sposa a cui benigna stella

il cielo allumi, e non turbata e fera

come a me face ognor, sì ch'aggia vita,

quant'io bassa e 'nfelice, alta e gradita.

E s'alcun mi dirà che la pietate

ch'aver debbo di voi m'aggiunga sprone,

risponderò che a torto fabbricate

del vostro mal voi stessi la cagione.

E perché folli omai non ritrovate

ciascun la sua nativa regione

più tosto che servire ingrato ed empio

che si fa sol onor del vostro scempio?

E, se non fosse pur ch'io temerei

d'esser tenuto vil da Segurano,

son molti giorni omai ch'io calcherei

altro nuovo sentier di qui lontano:

sì che con mio dolor non udirei

chi di servo tornar mi prega in vano:

e col breve poter che sarìa meco

forse avria di me luce il mondo cieco.

Or potete tornar, diletti frati,

e di noi riportar la ferma voglia,

certi d'esser da me non meno amati

che le sue proprie luci e 'l cor si soglia”.

Restan dell'alme lor quasi privati

i tre buon cavalier, colmi di doglia,

udendo il fer voler di Lancilotto

ch'avea già il suo parlar tacendo rotto.

Ma il buon vecchio Lambego, il volto cinto

d'amarissime lagrime, dicea:

“Perch'a sì bianca etade ha, lasso, spinto

il lungo viver mio fortuna rea?

Perch'io veggia il terren molle e dipinto

d'intorno Avarco, a cui tant'odio avea,

del sangue de i Britanni, ivi condotto

dal securo sperare in Lancilotto?

Come a ragion devea, che da i primi anni

ch'abbandonaste il latte e la nutrice,

Viviana, che vi avea da gli aspri affanni

del lago posto all'umida pendice,

a me vi diede, ed io de' vostri danni

rimostrando la piaga agra e 'nfelice

nella memoria ancor tenera e fresca

di vendetta al desio nodriva l'esca;

e 'n quei primi trastulli ch'all'etate

ch'a gran pena snodar la lingua suole

più dolci sono, or sopra carte ornate

di pueril pitture, or con parole

in fanciullesco suon d'altrui cantate,

or sotto alle verdi ombre, or sotto il sole

rappresentava sol l'empio Clodasso

che 'l gran regno de' vostri ha posto in basso.

Io vi mostrava ognor Bano e Boorte

or con forza scacciati ed or con frode,

e ch'ei del loro essilio e della morte

non men che de i suoi beni invido gode,

e 'n voi dolce pietà dell'aspra sorte

con quel favoleggiar che dolce s'ode

accendea notte e dì, fingendo poi

morti di vostra man lui stesso e' suoi.

Poscia che di dì in dì crescendo giva

l'intelletto che 'l cielo e l'uso infonde,

con più gravi ricordi allora apriva

quel ch'a i cor giovinetti ancor s'asconde:

ch'al supremo d'onor quel solo arriva

cui d'onesto desir l'anima abbonde

di vendicare i suoi, rendendo sciolto

l'almo patrio teren tra i lacci avvolto;

e ricercando ognor cagion novella

ve n'empiea notte e dì la vaga mente,

sì ben che in breve andar vedeva in ella

il medesmo che in me volere ardente.

Tosto poi ch'al montar sopra la sella

et all'arme vestir foste possente,

di portare altamente mi giuraste

sempre in danno di lui la spada e l'aste.

Né infino a questi dì giuraste in vano,

tal gli apportaste ognor danno e disnore,

mentre che avea l'esercito lontano,

e poco il suo terreno avea timore.

Or che vicina è sì la vostra mano,

ch'offendere il porria nel proprio core

e punir mille offese in un sol giorno,

fa sdegnosa de i suoi pigro soggiorno?

Né tien del suo dever più cura alcuna

né degli amici ancor pietà la muove,

i quai sospinti all'ultima fortuna

in lei drizzan la speme e non altrove?

Guardate pur che se lassù s'imbruna

la chiarissima grazia che 'n voi piove,

com'or vi fa il maggior, tosto porria

porvi in sorte minor ch'al mondo sia;

che la Preghiera umil di Giove figlia

le ginocchia ha rattratte e 'l collo storto,

gli omeri curvi e bieche ambe le ciglia,

la fronte afflitta e di colore smorto;

ma dritta, snella e pronta a maraviglia,

con le membra robuste e 'l guardo accorto,

quale ancilla fedel per ogni calle

sempre ha la Punizion dietro alle spalle,

ma chi quella nel seno amica accoglie

e con pietoso cor dolce l'ascolta,

del gran Parente pio piega le voglie,

ch'alla seguace sua la forza è tolta.

Or se 'l nostro pregar da voi non spoglie

la troppa ostinazione in seno accolta,

guardate pur, famoso mio figliuolo,

che 'l nostro sopra voi non caggia duolo;

e che venga poi tempo in cui vorreste

al mortal nostro mal donar rimedio,

che impossibil vi fia, poi che le meste

genti oppresse saran nel tristo assedio:

e con rampogne allora agre e funeste

v'assaliran pietà, dolore e tedio

e la disperazion, che segue ognora

quel ch'a scernere il vben troppo dimora.

Or vogliate appagar queste mie voci,

ond'ho per vostro ben già tante spese.

Spogliate al cor gli spiriti feroci

che prepongon le basse all'alte offese,

e ne i vostri nemici aspri ed atroci

spiegate drittamente le difese

per quelli a cui più sète caro assai,

che fratelli o figliuoi ch'avesser mai;

et vi sovvenga omai che 'l cielo istesso

nell'altrui ripentire al fin si piega

e del tutto il fallir largo ha rimesso

a chi, com'or facciam, divoto il prega.

Prendete il largo onor che v'è concesso,

ch'a via maggior di voi talor si nega,

e i ricchi doni in segno di virtute

e della data a noi per voi salute”.

Qui l'amare sue lagrime asciugando

tacque il tenero vecchio, al qual rispose

il duro Lancilotto: “Or come e quando

sì contrario il volere in voi si pose,

che già ogni altro pensier lassato in bando,

chiaro mio nutritor, sol quelle cose

che m'eran care vi sentia gradire,

d'uno stesso col mio fermo desire?

E più non vi sovvien quante fiate

il britannico re biasmaste meco

di superbo parlar, di voglie ingrate

e 'nverso i merti miei d'animo bieco,

ch'or tutta contra me l'ira voltate

che in più dritta ragione avreste seco,

e dove esso accusar più si conviene,

al mio soverchio mal giungete pene?

E con più aperto cor rispondo a voi

che de i promessi don nulla mi cale,

ch'assai regni ed onori ho senza i suoi

dalla bontà infinita ed immortale,

mentr'ella lasserà lo spirto in noi

senza torgli il veder né troncar l'ale,

che per grazia di lei tant'alto aspira

che sì basso tesor quaggiù non mira.

Né mi accresca il dolor, caro Lambego,

il veder voi di me dolerse a torto;

e s'oltra l'uso mio questo vi nego,

condannate d'altrui l'oltraggio scorto,

secur, che 'l ciel, come devoto il prego,

mi scorgerà il cammino a miglior porto,

e con onta di quello il nostro stuolo

di periglio trarrà tosto e di duolo.

E per questo sperar, con lieto core

di restar nel mio albergo disponete,

ch'omai troppo per voi son tarde l'ore,

e 'n nido peregrino altrove sète.

Maligante e Boorte al lor signore

porteran le risposte o triste o liete

quali ordinò colui, che 'l tutto vede

e dov'è il suo voler n'addrizza il piede”.

Acconsente il buon vecchio, che disdetto

al suo più che figliuol mai non farebbe.

Ma l'illustre Boorte, poi che in petto

tutto il crudo parlare accolto s'ebbe,

volto al compagno suo con fosco aspetto

gli dicea: “Maligante, se non debbe

altra risposta farne Lancilotto,

ritroviamo il cammin che n'ha condotto,

dicendo a tutto l'oste del re Arturo

che per l'ira d'un sol, che 'n sen riserba,

nega ostinatamente fermo e duro

di scampar molti suoi da morte acerba,

e d'espugnar di quella sede il muro

ch'è di tanti suoi danni alta e superba,

e vedere il suo onor di luce casso

pria che la mano armar contr'a Clodasso.

Ma pensate in fra voi che potrà dire,

o chiarissimo erede del re Bano,

chi vedrà in voi poter le privat'ire

più che 'l pubblico amor, che prega in vano;

e che 'ndarno soffriste i detti udire

di tai due vostri amici e d'un germano

che v'han sempre onorato con quel zelo

che più sacro e maggior s'aspetta al cielo.

Né vi sembri di cor lodata altezza

l'esser inesorabile all'offese,

ch'a i più saggi parrà cruda fierezza,

poi ch'al chieder mercede altri discese.

Qual fia padre già mai di tale asprezza

in cui l'unico figlio a morte stese

che al fin per umiltà, per preghi e doni

con generoso cor non gli perdoni?

E voi, per breve suon di poche note

ch'a sì famoso re dettò lo sdegno,

delle voci pentite e 'n voi devote

non tenete il pregar di pace degno:

e tale ogni ragion dal cuor vi scuote

che ponendo in oblio la patria e 'l regno,

i suoi cari signori e gli altri in tutto,

non vi cal di vedergli in morte o in lutto.

E so ben che di me l'antiche prove

vi ponno assicurar che tema alcuna

al ragionarvi tal nulla mi muove,

né il turbato voltar della fortuna:

ch'altra aita non vo' che 'n ciel da Giove

e da questa mia man sotto la luna;

ma l'impero del re, l'altrui pietade

mi fece al venir qui trovar le strade”.

Con parlar dolce Lancilotto allora

risponde: “O mio chiarissimo germano

nel cui buon cor tanta virtù dimora

che d'ogni cavaliero il fa sovrano,

ben conosch'io che forse alquanto fuora

vo dal dritto cammin del corso umano,

trasportato dall'ira, ch'oggi è tale

che a ritenerle il fren nulla mi vale:

ma miracol non sia, che troppo pesa

all'anima gentil che gloria brama

il sentirse da quello a torto offesa

che qual sacro immortale onora ed ama:

prendendo contro a lei per uom difesa

che d'alto orgoglio sia, di bassa fama,

e scacciarse spregiando, come cosa

inutile, vilissima e noiosa;

poi mandarla a chiamar, quando lo stringe

il bisogno maggior, che vinto giace,

con mille alte promesse che si finge

per lei ingannar lo spirito fallace:

come accorta nutrice che rispinge

col mostrar dolci pomi a nuova pace

fanciullo irato cui plorar fa lunge

della verga il dolor ch'ancora il punge.

Or, s'a grado vi fia, con Maligante

al Britannico re direte ch'io

non intendo di qui muover le piante,

s'altro non disporrà nel cielo Dio,

se pria non veggia in orrido sembiante

assalir Segurano il popol mio;

ma ch'allor farò sì che a questo albergo

vedrò quanti saran voltare il tergo”.

Qui pon fine al suo dire; e 'l pio Boorte

pien di dolore il sen tacito resta:

altresì Maligante, a cui la sorte

del suo misero stuol troppo è molesta,

poi che non trova più che 'l riconforte

la speme ch'apparia vicina e presta

d'aver Clodasso in mano e la sua terra,

se 'l fero Lancilotto usciva in guerra.

Pur, chiaro quanto può fingendo il viso,

doppo alquanto pensar dicea: “Signore,

quel supremo Motor ch'oggi diviso

tien da i nostri desiri il vostro core

con sì gran duol, con altrettanto riso

ne porria ricongiungere in poc'ore,

e se pur non farà, per altra via,

quel ch'esser dee di noi farà che sia.

Al qual, per quello amor ch'io già portai

al vostro alto valor, devoto chieggio

che voi tenga lontan da simil guai

in cui, vostra mercè, noi cinti veggio;

vostra mercè dirò, se i tristi lai

di quei ch'oggi il morir temono, e peggio,

tanto pon muover voi col suo cordoglio

quanto puote Aquilone orrido scoglio”.

Così detto, soletti fan ritorno

i due, ch'ivi rimase il vecchio antico:

a cui già molti servi erano intorno

a sgravarlo dell'arme in atto amico.

Poi 'l dolce letticciuol gli fanno adorno,

secondo il picciol loco, in sito aprico

ov'ei vegna a posar le membra stanche

fin che 'l notturno vel l'aurora imbianche.

I tristi cavalier dall'altra parte

con la risposta lor ratti inviati,

dalle genti in cammin, ch'erano sparte

son con sommo desire accompagnati.

Hanno speranza tutti, e temon parte,

come il più spesso fan gli sconsolati:

ma nessun di spiar baldanza prende

se il lor gran re primiero non l'intende.

Giungon poscia all'albergo dove Arturo

tra molti cavalier bramando siede,

il qual del suo pensar poco securo

comincia a domandar, come gli vede:

“Resta ancor Lancilotto acerbo e duro,

o pur dal vostro dir piegato cede,

dispogliando al suo cor l'ira e lo sdegno,

dell'antica ragion tornare al segno?”

Cotal domanda, e 'l saggio Maligante

risponde: “Re famoso, Lancilotto

col pio nostro pregar non più che innante

nel soccorso de i nostri avemo indotto:

né i chiari don né le promesse tante

del suo sdegno il cammino hanno interrotto,

ma più l'han fatto assai largo ed aperto,

e di sempre esser tale afferma certo.

E 'l medesmo ch'io dico anco Boorte,

che 'l riprese e 'l biasmò, narrar porria;

Lambego no, ché chiuse gli ha le porte

e di qui ritornar tronca la via,

irato contr'a lui che l'altrui sorte

seguiva, e non la sua, come solìa,

mentre il buon vecchio uman piangea di doglia

no 'l potendo ritrar dall'empia voglia”.

Qui finio Maligante, e 'l re famoso,

e quanti altri ha con lui muti restaro:

chi del comune onor resta pensoso,

chi temea di se stesso il fine amaro.

Ma il nobile Tristan non tenne ascoso

l'armorico valore invitto e chiaro,

e dicea: “Sacro re, poi che da voi

non manca d'acquetar gli sdegni suoi,

né vi puote accusare il vostro stuolo

che troppo a danno suo foste ostinato,

non prendete di ciò soverchio duolo,

ché forse miglior via troverrà il fato,

e 'l soverchio pregar talora il volo

cresce al furor d'un cavaliero irato:

ma serrato in se stesso, a poco a poco

torna in cenere al fine ogni aspro foco.

E non temete in van che di lui privi

noi deviam de i nemici essere in mano,

né per ciò di vittoria al colmo arrivi

il superbo Clodino e Segurano,

mentre tanti altri duci integri e vivi

sono ancor vosco; e mentre che Tristano

può la spada vibrar, regger lo scudo,

non vogliate di speme essere ignudo.

Nè il ricevuto danno dia credenza

che non sia il vostro esercito quel ch'era

né che i nostri avversari altra eccellenza

aggian, né più che pria nell'arme fera.

Tengasi pure in bando la temenza

e l'arme al guerreggiar si serve intera,

con richiesto riguardo e dentro e fuore,

ch'ei non n'avvegna mai per nostro errore.

Ristori pur ciascun le membra omai

e di cibo e di vin, ch'al sonno appresso

possiamo in guardia dar gli avuti guai

e 'l vigor rinforzar frale e dimesso:

a fin che pria che 'l sol raccenda i rai

sia nell'ordine suo ciascun rimesso

per difender noi stessi o premer quelli,

se pur l'occasion mostre i capelli”.

Così detto, all'albergo ha mosso il piede;

e gli altri duci ancor l'istesso fanno,

e di Meliadusse il grande erede

sovra ogni altro guerrier lodando vanno.

L'altro popol minor, che sente e vede

il suo volto e 'l parlar, l'avuto danno

pensa già ricovrar, sì chiara luce,

di speranza ne i cor Tristano adduce.

E con sommo desio ciascun ritruova

sotto il suo basso ostel l'inculta cena,

nella qual ragionando si rinnuova

l'aspra guerra mortal di sangue piena;

e 'n dolce sicurtà diletta e giova

il rimembrar fra lor l'andata pena.

e poi ch'hanno al digiun sazie le voglie

giocondissimo sonno in sen gli accoglie.