Canto XIX

By Giovanni Boccaccio

Ivi più non seguia, perché finiva

quella facciata con gli antichi autori

che stanno innanzi a quella donna diva.

Laond'io torna'mi inver li predatori,

ricominciando a quel canto primiero

a rimirar gli antichissimi amori.

Ed umile tornato v'era il fiero

Marte, prencipe d'arme fatto amante,

per la qual cosa più non era altiero.

Con tal disio il piacevol sembiante

mirava della bella Citerea,

che non parea che più curasse avante.

Tra que' luoghi medesmi mi parea

con essa lui veder dentro ad un letto,

dintorno al quale, al mio parere, avea

ordinata di ferro tutto eletto

una rete sottil che gli avea presi,

come per coglier loro in quel diletto.

Sovra la sua vergogna i lacci tesi

avea Vulcano, il qual veder venia

ridendosi d'averli sì offesi.

Aveva quivi ciascun dio e dia,

che nel ciel fosse, tututti chiamati

Vulcan, per mostrar lor cotal follia.

Commosso a' prieghi di Nettunno grati

fatti a Vulcan per Marte umilemente,

di quella fuor da lui eran cacciati.

Hai! come poi ciascuno apertamente

faceva il suo piacer, però che avieno

vergogna ricevuta interamente!

E sì avviene a que' che non vorrieno

trovar le cose e vannole cercando,

che molto meglio cheti si starieno.

Molto consiglio ciaschedun, che quando

pur divenisse che cosa vedesse

che li spiacesse, con gli occhi bassando

e' se ne passi, perché molto spesse

son quelle volte che tai vendicare

tal vuol, che saria me' che se ne stesse.

Tutto focoso vidi seguitare

quivi Febo Pennea graziosa,

e lei con dolci voci lusingare.

Temendo fuggiva ella impetuosa

quivi da lui e di sopra le spalle

con li capelli sparti: più focosa

entrava in Febo, che 'l dolente calle

seguiva, infin che stanca fé dimoro,

più non potendo, in una bella valle.

Là ritornata in grazioso alloro

sopr'essa il sol la sua luce fermava,

faccendole col raggio chiaro coro.

Veder pareami, secondo mostrava,

che si dolesse di tal mutazione

e ne sembianti sen ramaricava.

Ivi era appresso poi come Sitone,

maschio da lui sanza fine amato,

mutava in feminil sua condizione.

Con esso lui si stava quivi allato,

e lei tenendo in braccio con amore

mostrava ch'altro non li fosse a grato.

Or, con costei finito il suo ardore,

rinchiuso vidi in una vecchia scura,

più là un poco, tutto il suo splendore.

Nell'aspetto pareva la figura

della madre di quella, per cui questo

a far ciò il sospignea con tanta cura.

Mirabilmente là si vedea presto

chiuso tornare in sé, onde colei

dicea maravigliando: «Or che è questo?».

E poi il vedeva starsi con costei;

ma morta quella, per la sua potenza

in albero d'incenso mutò lei.

Così appresso in forma; e l'accoglienza

che Issèn li fé quando con essa giacque,

tutto vi si vedea sanza fallenza.

Habituato, v'era com li piacque

a Climenès, del cui congiungimento

Feton che guidò il carro poi ne nacque.

Oltre tra questi poi, molto contento,

era Nettunno in forma d'Euristeo,

Esimena abbracciando al suo talento.

Innanzi riguardando discerneo

la vista mia costui in braccio tenere

Cerere, cui amò quanto poteo.

Non sanza molti basci, al mio parere,

la stimolava; ma io mi voltai,

non potend'io più quivi vedere,

dond'io a riguardar pria cominciai.