Canto XLI
Oltre passando tra' fiori e l'erbette,
in loco pien di rose e d'albuscelli
venimmo, ove ciascun di noi ristette;
fra li qua' canti piacenti d'uccelli
s'udivan tai, che io mi saria stato
quasi contento pure ad udir quelli.
Or mirando più là nel verde prato,
donne vi vidi una carola fare
ad uno strano suon, ch'una dallato
ritta a me mi parve udir sonare.
Io non conobbi lei, posto ch'assai
bella paresse a me nel riguardare:
sì ch'io avanti all'altre riguardai,
ornata quale a sua somma grandezza
si conveniva, in atti lieti e gai,
esser la mira e piacevol bellezza
di Perigota, nata genitrice
dell'onor di Durazzo e dell'altezza.
Ahi quanto allor mi reputai felice,
non risparmiando gli occhi a mirar quella
che per bellezza si può dir fenice!
La qual non donna, ma diana stella,
con passo rado la menava attenta,
non altrimenti che si voglia ad ella,
con gli occhi bassi, del mirar contenta
che io faceva in lei, che già sentia
come d'altrui per biltà si diventa.
Vaga e leggiadra molto la seguia
la ninfa fiorentina, al cui piacere
oppongon tai, che non san che si sia,
nel viso lei parere un cavaliere,
onesta andando sì umilemente
ch'oltra dovere me ne fu in calere.
Dopo essa, attenta al suon similemente,
veniva quella Lia che trasse Ameto
dal volgar uso dell'umana gente,
in abito soave e mansueto,
inghirlandata di novella fronda,
con lento passo e con aspetto lieto.
Lì dopo lei, bianca e rubiconda
quanto conviensi a donna nel bel viso,
tutta gentile, graziosa e gioconda,
era colei di cui nel fiordaliso
il padre fu dall'astuzia volpina,
col zio e col fratel di lei, conquiso
con molta della gente fiorentina:
li quai libraron lor poscia, per merto,
troppo più che 'l dover pace vicina.
Tra tanto ben, quanto a' mie' occhi offerto
era 'n quel loco, vid'io poi seguire,
come 'l ramemorar me ne fa certo,
ognor più belle e più conte nel gire
donne altre assai, i nomi delle quali
io non saprei di tutte ben ridire.
Però, le taccio, ma con disiguali
passi e maniere si movea catuna,
sì come il suon ne porgeva segnali,
oltre, al parer mio; e ciascheduna
a tal bisogna conta, lieta e presta
mi pareva che fosse, perch'ognuna,
ridendo in sé, prendeva gioia e festa,
sanza mostrar negli atti ch'altra cura
le fosse forse dentro al cor molesta.
Givansi adunque su per la verdura
e sopra i fior che novi produceva
allato al rivo la bella pianura;
e talor quella che le conduceva
fino alla bella fonte se ne giva
e 'ntorno ad essa in giro si torceva,
sopra tornando per la cara riva
del fiumicello e poi nel pian tornando
che di diversi odor tututto oliva.
Sempre con l'occhio quelle seguitando
m'andava io, e dentro lo 'ntelletto
la lor bellezza giva immaginando;
e di quella prendea tanto diletto
in sé, ch'alcuna volta fu che io,
a tal piacer, credetti far subbietto
alla mia voglia quiveritta il mio
libero albitrio: ma pur si ritenne
con vigorosa forza il mio disio.
Voltatomi a que' due, allor mi venne,
ch'eran con meco, verso lor dicendo:
– Oh quanto a queste natura sovenne,
ogni bellezza in esse componendo!
Beati que' che della grazia d'esse
son fatti degni, quella mantenendo,
la qual volesse Iddio che io l'avesse! –.