Canto XLII

By Giovanni Boccaccio

E mentre ch'io m'andava sì parlando

con questi due, ed ecco d'altra parte

molte donne gentili assai danzando.

Certo non credo che natura od arte

bellezze tante formasse giammai,

quanto ne' visi a quelle vidi sparte.

Tra me medesmo men maravigliai,

ma volto il viso a lor, come venieno

così nella memoria le fermai.

Onde mi par che quella, cui seguieno

danzando a nota d'una canzonetta

che due di quelle cantando dicieno,

raffigurando, era una giovinetta

dell'alto nome di Calavra ornata,

di Carlo figlia gaia e leggiadretta:

reggendo quella alla nota cantata

con volte degne e passi, a cotal danza,

come mi parve, appresso seguitata

ivi dall'alta ed unica intendanza

del Melanese, che col Can lucchese

abatté di Cardona l'arroganza.

Nelle man della qual poi la cortese

donna di quel cui seguita Ungheria,

bellissima si fece a me palese:

graziosa venendo, onesta e pia,

con lieta fronte, in atto signorile,

fece maravigliar l'anima mia.

Riguardando oltre, con sembianza umile

venia colei che nacque di coloro,

che tal fiata con materia vile

aguzzando lo 'ngegno a lor lavoro,

fer nobile colore ad uopo altrui,

multiplicando con famiglia in oro.

Tra l'altre nominat' è da colui

che con Cefàs abandonò le reti

per seguitare il Maestro, per cui

i tristi duoli e gli angosciosi fleti

fur tolti a' padri antichi, e parimente

da Lui menati nelli regni leti.

Appresso questa assai vezzosamente

se ne veniva la novella Dido,

di nome, non di fatto veramente,

tenendo acceso nel viso Cupido,

di tale sposa ch'assai mal contenta

credo la faccia nel marital nido.

Ed il nome di lui di due s'imprenta,

d'un albero e d'un tino, e 'l poco fatto

dal suo diminutivo s'argomenta.

Costei seguiva con piacevol atto

donna che del sussidio d'Orione

il nome tien, quando sonò per patto.

Oh quanto ella vorria, ed a ragione,

vedova rimaner partenopea

di tal c'ha nome da quel che menzione

l'agosto dà ad Ascesi! E poi vedea

dopo essa molte, le qua' raccontare

per più brieve parlar meglio è mi stea.

E com'io dissi, ad un dolce cantare,

in voce fatto angelica e sovrana,

era guidata, qual di sotto pare.

– In chiunque dimora alma sì vana

ch'esser non voglia suggetta ad Amore,

da nostra festa facciasi lontana.

Lo suo inestimabile valore

che adduce virtute e gentilezza,

a ciascuna di noi disposto ha il core

a sempre seguitar la sua grandezza,

e lui servendo staremo in disire,

tanto che sentiren quella dolcezza

ched e' concede altrui dopo 'l martire:

null'altra gioia al suo dono è iguale,

poiché per quel sembra dolce il morire.

Vita che sanza lui dura non vale

né più né meno che se ella fosse

cosa insensata o d'un bruto animale.

In quel disio adunque in che ci mosse

quando a noi fé sua signoria sentirsi,

a sostenere inforzi nostre posse:

benivol poi essendoci a largirsi,

sì che, deh, non ci paian le ferute

di lui noiose né grave il soffrirsi,

in cui consiste la nostra salute;

quando parralli, la dobbiamo avere,

dandola tosto con la sua virtute –.

L'altre poi tutte appresso, al mio parere,

rispondendo diceano: – O signor nostro,

in te si ferma ogni nostro volere,

tutte disposte siamo al piacer vostro –.