Canto XLV

By Giovanni Boccaccio

A tal partito nel beato loco

istandomi, io mi senti' nel core

raccender più ardente questo foco,

tal ch'io pensai che 'l novello ardore

oltre al dovuto modo mi tirasse,

tal nel principio suo mostrò furore.

E 'l cor, che ciò pareva che pigliasse

a sé, lo 'ncendio, quantunque potesse,

oltre a dovuta parte a sé ne trasse.

E così stando parve ch'io vedesse

questa donna gentile a me venire

ed aprirmi nel petto, e poi scrivesse

là entro nel mio cor posto a soffrire,

il suo bel nome di lettere d'oro

in modo che non ne potesse uscire.

La qual, non dopo molto gran dimoro,

nel mio dito minore uno anelletto

metteva tratto di suo gran tesoro;

al qual pareami, se 'l mio intelletto

bene stimò, che una catenella

fosse legata, che infino al petto

si distendeva della donna bella,

passando dentro, e con artigli presa,

come ancora scoglio, tenea quella.

Oh quanto da quell'ora in qua accesa

fu la mia mente del piacer di lei,

che mai non era più stata offesa!

Moveami questa ove pareva a lei

co' suoi belli occhi, e sol pensando andava

com'io potessi piacere a costei.

Infra quel circuito che ocupava

la luce sua, quasi come 'nretito,

a forza a rimirarla mi girava.

Gravoso mi parea l'esser fedito

e più fiate lagrime ne sparsi,

non potend'io durar l'esser partito

là onde quella soleva mostrarsi

agli occhi miei gentile e graziosa,

e più nel cor sentia 'l foco allumarsi.

Io non trovava nella mente posa,

sì mi stringea pur di lei vedere

la mente ardente di sì bella cosa.

Adunque seguitando il mio volere,

dovunque era costei, così tirato

parea ch'io fossi dal suo bel piacere;

ma certo in ciò Amor m'era assai grato,

sol che 'l disio non fosse oltra misura

nell'amoroso cor troppo avanzato.

Ognora che la sua bella figura

disiava vedere, Amor faceva

di ciò contenta la mia mente scura,

rendendo lei umil quand'io voleva.

E questo più m'accendeva, vedendo

che 'l mio disio adempier si poteva,

né per lei rimaneva ma, sentendo

forse maggior periglio, consentia

che io avanti mi stessi piangendo,

e graziosa mostrandosi e pia

verso di me, con sua benignitate

in conforto tenea la mente mia.

Lungamente seguendo sua pietate,

ora in avversi ed ora in graziosi

casi reggendo la mia volontate,

sollecito del tutto mi proposi

di pur sentire l'ultima possanza

che in loro hanno i termini amorosi.

Ver è che molto prolissa speranza

mi tenne in questa via, non però tanto

che 'l mio proposto gisse in oblianza.

Alla seconda con sospiri e pianto,

quando con festa, sempre seguitai

il mio proponimento, infino a tanto

sottilmente guardando, m'avisai

che la donna pensava terminare

con savio stile i disiosi guai.

Però alquanto lasciai 'l pensare,

dicendo: «Tosto credo proveduto

fia da costei il mio grave penare.

Ell'ha ben ora tanto conosciuto

del mal ch'io sento e del mio disio,

ch'io credo che di me le sia incresciuto».

Così fra me gia ragionando io,

pure aspettando che la sua grandezza

si dichinasse alquanto al dolor mio

torre potere con la sua bellezza:

la qual l'anima mia più ch'altra brama

e più che altra alcuna in sé l'apprezza,

onorandola sempre quanto l'ama.