CANTO XVI

By Luigi Alamanni

Dell'oscura stagion la bianca aurora

con le rosate man squarciava il velo,

quando il gran re Britanno uscito fuora

fa di trombe al romor tremare il cielo:

ond'ogni cavaliero all'istess'ora,

ogni ardito guerrier con chiaro zelo

truova l'arme e 'l destriero, ogni buon duce

all'ordine primiero i suoi conduce;

e tal del suo furor l'alma ripiena

il sanguinoso Marte ha di ciascuno,

ch'ogni fosco pensier si rasserena,

né che tema il morir si vede alcuno.

Speran tutti in dolzor volger la pena

e 'n bel candido giorno il tempo bruno:

chi a vendetta, chi a gloria e chi a guadagno

sé medesmo conforta e 'l suo compagno.

Senz'ordine ciascun di vino e d'esca

empie le voglie sue restando in piede

perché 'l vigor rinforze e 'l desio cresca,

ch'al soverchio digiun sovente cede.

Or il troppo aspettar par che rincresca

a chi già il sol nell'oriente vede:

e ben mostrava il ciel com'egli adopra

quando un suo disegnar vuol porre in opra.

Già per l'arme vestir domanda Arturo

il suo sommo scudier, ch'era Agraveno,

che col fabbro eccellente Caliburo

quanto facea mestiero apporta a pieno.

Le solerette pria del più sicuro

acciar che porti il Norico terreno

gli arma di sotto i piedi, indi lo sprone

ricco di gemme e d'or sopra gli pone.

Il pesante schinier, che tutto abbraccia

quanto l'osso primiero in alto ascende,

di ben sicuri chiodi intorno allaccia,

congiunto al ferro che 'l ginocchio prende,

ritondo, curvo e tal che non impaccia

quando indietro l'accoglie o innanzi stende,

ch'anco piglia il coscial, che sopra stringe

e con serici nodi alto si cinge.

Poscia alla regia gola ha in guardia messo

il saldo acciar, che non le noccia offesa;

l'uno e l'altro braccial gli loca appresso

ove pria di lunette avea difesa,

conserto sì, ch'ei non si senta oppresso

se la lancia o la spada ha in guerra presa,

ma che quelle crollar possa e lo scudo

qual di tela coperto o tutto ignudo.

La possente corazza e fida al petto,

che pare unque non ebbe, asiede intorno:

in cui scolpio l'artefice perfetto

d'argentato colore e scuro adorno

tre lune tai quali al fraterno aspetto

nel quarto del cammin fesser ritorno,

intricate tra loro e cinte insieme

sì che mostrin di fuor le corna estreme.

Di questa arme onorata gli feo dono

l'indovina Morgana sua sorella,

a cui fu mostro dal celeste trono

come all'antica etade e la novella

sopra quante altre insegne furo e sono

tutto il favor devevan d'ogni stella

l'alme tre lune aver dal sommo Giove,

e nel gallo terren vie più ch'altrove.

Stavan queste nel mezzo, e 'n giro poi

nell'estremo di tutto facean fregio

gli archi stessi, gli strali e i dardi suoi,

ch'alla vaga Diana erano in pregio:

né le reti selvaggie né i lacciuoi

il oblio pose il dotto fabbro egregio,

ch'ivi tutte apparian con sì bell'arte

ch'a Natura togliean la miglior parte.

E nel giorno medesmo che gli diede

l'alta fata reale il ricco arnese,

gli dicea che con quello avesse fede

di largo soggiogare ogni paese;

del qual doppo lunghi anni essere erede

uno Enrico devea ch'ad ali stese

manderia 'l nome suo dall'Era al Gange

e per quanto ocean tra i poli frange.

Gli spallacci sovrani al loco pone,

che 'n tra quella e 'l braccial l'omero accoglie;

cingeli il brando poi che Pandragone

fé più volte carcar di opime spoglie

del popolo inimico Anglo, Sassone

che del suo bel terren varcò le soglie;

e gli dié sovra ogni altro cavaliero

del marziale onor lo scettro altero.

Questo, morendo al fine, in man ripose

il valoroso re del figlio Arturo

dicendo: “L'opre sue sempre famose

fecer che 'l regno a voi lascio sicuro.

Aggiate lui sovra l'umane cose

in riverenza somma, e al tempo duro

che vi apparecchie mai l'aspra fortuna

questa spada cingete sola ed una”.

I quai detti ubbidìo, ch'a i gran perigli

non si mise unque poi senza aver lei,

con la qual sempre mai rendeo vermigli

di sangue i campi tra i nemici rei;

né d'altro brando i micidiali artigli

di morte furo a gli infernali dei

larghi de' suoi trofei quanto di questo,

che feo più d'un figliuol del padre mesto.

Di preziose gemme chiare e dure

era il fodero intorno rilucente,

ch'avanzavan del sol le luci pure

quando più bel si mostra all'oriente:

conteste in oro tal, che stan sicure

al percuoter di colpo aspro e possente.

Simil le guardie ha in alto, e 'l pone in cima,

che di prezzo infinito il mondo stima.

Con questo, e del medesimo lavoro,

la cintura ricchissima pendea,

ch'alla parte minore apparia l'oro,

che di vaghi color l'altro splendea

d'adamanti e rubin posti fra loro

di rose in guisa care a Citerea,

e di vaghi zaffir, non già smeraldi

che dell'arme al ferir non restan saldi.

Poi per più sicurtà greve piastrone

il suo caro Agraven di sopra mette,

sì ch'aggia di temer nulla cagione

d'aste colpir, di spade o di saette,

qual già nella sua patria regione

al furor de i giganti in prova stette.

la buffa locò solo al destro lata,

perché sia dallo scudo il manco armato.

Sovra l'arme lucenti ultima cinge

la ricca imperatoria sopravesta,

che con gemmato nodo alta si stringe

all'omer manco, ove non sia molesta,

e sotto al destro braccio alato spinge

il lembo adorno, che scherzando resta:

ove in campo celeste seminate

son le corone sue reali aurate.

Il feroce corsiero indi gli adduce

ch'ei suol sempre menar nell'alte imprese,

sopra cui, qual l'aurora, rendea luce

il tutto di fin or fregiato arnese.

Il frontale argentato in alto luce,

in cima al qual leggiadramente stese

sottilissime piume bianche e nere

all'aure ventilar si pon vedere.

Il crin come la fronte era coperto

del più sicuro ferro e del men greve,

né in tra l'arme nemiche giva aperto

quel che i colpi maggior primo riceve:

che ove al falcato collo viene inserto

cinto il bel petto avea spazioso e leve

di doppie pelli, che indurate al foco

piaga d'asta o di stral curavan poco;

ma per averlo al gir più snello molto

e perch'ivi il ferir non vien mortale,

vuol ch'all'ampie sue groppe sia disciolto,

contra il comune usar, di peso tale.

Ora al primo arrivar, dall'arme avvolto

senza la staffa oprar sopra vi sale:

il manco lato allor, restato nudo,

il famoso Agraven gli armò di scudo,

lo qual cinge sicuro, e l'ha commesso

con ben ferrati nodi al collo intorno.

Ha del cielo il colore, e in mezzo d'esso

sta il capo di Gorgon di serpi adorno,

ch'ha nel guardo crudel lo sdegno impresso

e d'uccider desio, che innalza il corno,

e da ciascun de i lati spira intento

il Timore, il Sospetto e lo Spavento.

Sono intorno di lor di saldo acciaro

dieci cerchi fortissimi ravvolti

che del porfiro duro stanno al paro,

e di chiodi profondi al legno accolti.

Di ferro dentro e fuor d'argento chiaro

color vanno ombreggiando i tristi volti:

venti sono in ciascuno, e posti tale,

che di svellergli quindi arte non vale.

Di color negro a i primi si comprende

altr'ordine a fortezza ed ornamento.

Il sostegno onde al collo si sospende

di falde fabbricato era d'argento,

ove un fosco dragon s'avvolge e stende

né d'una fronte sola appar contento,

ma con tre fere teste e d'ira pieno

par minaccie a ciascun foco e veleno.

Del più gran re che d'Argo e di Micene

e d'altre alme città lo scettro tenne

fu questo scudo, allor che d'armi piene

con mille altere navi a Troia venne

per darle al suo furar dovute pene;

e di dieci anni al termine pervenne

col lungo assedio, e poi di chiara frode

trionfante partìo, se 'l ver se n'ode.

Ivi mentre era inteso al grande acquisto,

che più volte cangiò fortuna e volto,

ovunque il ciel gli fosse o lieto o tristo

sempre si ritrovò di questo avvolto.

Ma nel rio letto dal crudele Egisto

e dalla sposa sua di vita sciolto,

fu tra molti tesor da i servi suoi

al fratel Menelao condotto poi;

ch'allor divoto nell'antica Sparte,

come il merto chiedea, con vero amore

di Minerva al gran tempio in degna parte

fece appender in alto: al cui valore

che fu poi steso in sì divine carte,

non volle il pio german far altro onore.

Scrisse sol d'Agamennone, il qual nome

seco avea d'ogni lode eterne some.

Quando poi fu squarciato il fosco velo

al veder nostro misero mortale

e l'alta grazia ne portò dal cielo

il gran figliuol del Padre universale,

e dell'uom si converse il vero zelo

a quell'alto Fattor dal sen mortale

che negli antichi templi intorno tutte

fur le fallaci immagini distrutte,

nel famoso Bisanzo a Costantino

fu lo scudo possente allor mandato,

ove il tenne in onor quasi divino

col chiaro ricordar del tempo andato.

Poscia di prole in prole al gran Iustino,

allora imperador, fu riservato,

il qual, come di lui più d'altrui degno,

ad Arturo il donò d'amore in segno.

Questo adunque era quel ch'al collo intorno

del suo gran re sovran pende Agraveno,

né in altra guisa il volle fare adorno

che della riverenza ond'egli è pieno.

Solo in azzurro aurate d'ogni intorno

di tredici corone ha colmo il seno,

ch'ei non si possa dir ch'ascosa tegna

l'antica e famosissima sua insegna.

Il grand'elmo alla fin, che doppia tiene

del real viso in guardia la baviera,

ove l'alto cimier montando viene

che 'nseno ave del ciel l'ultima spera

che sol le luci stabili contiene

e sempre dal mattin gira alla sera

senza mai traviare e l'altre cinge,

che dietro al corso suo di gir costringe;

così questo Agraven d'intorno allaccia

ove più la corazza monte in alto

verso la gola, e sì che non l'impaccia

al rivolger il volto ad ogni assalto,

né col soverchio peso assiso giaccia

sopra la fronte l'incantato smalto:

e dir si potea tal, che di tempra era

non men che l'adamante invitta e vera.

Poi di piastra d'acciar fino e sovrano,

sol che ben rivoltare e stringer vaglia,

difesa aggiunge all'una e l'altra mano

non men dolce a piegar che lenta maglia,

e larga ove il braccial vien prossimano,

ch'al nodo estremo suo sovr'esso saglia;

e poi che dritto è in sella e fermo ha il piede

la lancia impugna, ch'Agraven gli diede.

Indi con bel drappel di cavalieri

che già intorno gli son s'addrizza al vallo,

ove schiere infinite di guerrieri

truova attender pedestri ed a cavallo,

e i maggior duci lor, servando interi

gli ordini, ch'al dever non faccian fallo;

poi, che stan comandando su le porte,

vede il franco Tristano e 'l pio Boorte,

e de i levi destrier prime le torme

da i lor capi condotte han tratte fuori;

doppo questi gli arcieri stampan l'orme,

con gli altri più spediti e frombatori:

vengon poi quei che di più altere forme

veston l'arme pesanti e le migliori.

Così tutti passati, ogni uomo attende

quel che di comandargli Arturo intende;

il qual tra i maggior duci e i primi eroi

consigliando il futuro, avea varcato

dopp'essi il fosso, e va scorrendo poi

col buon re Lago e con Gaveno a lato,

che nessun altro vuol di tutti i suoi

per non mostrar di re l'altero stato:

e l'armate sue schiere guarda intorno,

che più che forse mai fur belle il giorno;

e chiamando di molti il proprio nome,

che di parte maggior non gli era ascoso,

dicea: “Cari figliuoi, dimostriam come

non è il nostro valor da tema roso,

e che per poco incarco non son dome

le forze invitte al popol glorioso

che della gran Brettagna ha sparso il grido

sotto ambe i poli, e dell'aurora al nido”.

Indi, ove i Franchi son, rivolge il passo,

e dice: “Alti signor di chiaro onore,

non si spoglie oggi in voi contr'a Clodasso

del famoso operar l'invitto amore

che non giacque ancor mai vinto né lasso

da sorte avversa o marziale orrore;

e vi sovvegna che gli aurati gigli

in guardia avete, e i quattro regii figli”.

Vien poscia ove attendea Florio il Toscano,

che i più fidi Tirreni avea d'intorno,

e dice: “Amici miei, la vostra mano

largo oggi appaghi l'ostrogoto scorno,

e gli mostrate ben che del romano

sangue scendeste d'ogni gloria adorno,

e che di Florio in core ampia si chiude

della sua prisca Etruria la virtude;

e che di libertà dolce desio

con gli ardenti suoi rai vi scalda il seno:

perché spegnendo or noi quel seme rio,

con voi ne vengo di speranza pieno

ch'al fiorito terren vostro natio

col favor di lassù sciogliamo il freno,

e facciam che dal Tebro il nobl Arno

non fia dolce fretel chiamato indarno”.

Segue oltra, ove Tristano ordine dona

all'armoriche sue famose squadre,

e dice: “A tai guerrier non sia persona

che giunga spron nell'opere leggiadre,

né rammente il romor ch'al mondo suona

de' fatti illustri dell'altero padre:

perch'ei medesmo a sé ricorda ognora

che sol l'alma gentil la gloria onora”.

Indi scorge Boorte e Maligante,

il chiaro Lionello e Pelinoro,

questi ch'erano appresso e quelli avante,

addrizzando ciascun le genti loro,

e parla: “Or oggi alle vittorie tante

largo s'aggiugnerà novello alloro:

tal promette di voi la lieta vista,

che 'ntrepida speranza a i vostri acquista.

Or col voler di Dio movete innanzi,

e noi vi seguirem con fermo passo,

sì che d'ardir non mostri che n'avanzi

l'effeminato popol di Clodasso;

e vedrà il mondo, s'io non m'inganno, anzi

che scenda il sol dell'oceàno in basso,

che s'ebbe sopra noi vittoria alcuna

fu per torto favor della Fortuna”.

Né d'altra parte il nobil Segurano,

che già il tutto sentia, dimora in pace,

ma con parlare alteramente umano

sveglia il valore ove indormito giace,

e dice: “Ora il Britanno e 'l Gallicano,

allo spuntar del dì l'aurata face,

oppresso è di timor, però ch'e' suole

sempre perder con noi lucendo il sole;

perché in guisa d'augei notturni e vili

tralle tenebre sol si fanno arditi,

e quai timidi lupi, che gli ovili

dall'ombre ricoperti hanno assaliti,

ch'al giorno poscia in valli le più umìli

ascosi stan tra gli spinosi liti;

o s'ei si mostran pur, qual Lucifuga

ad ogni altrui gridar prendon la fuga.

E de' nostri desir fortuna amica

oltr'ogni mio sperar, ve li conduce

fuor del lor nido, che 'l fossato intrica

e gli fa non temer del dì la luce,

a fin che men periglio e men fatica

aggia del vostro campo ogni buon duce,

e che 'l loro sperar non venga in fallo,

contendendone al gir l'argine e 'l vallo.

Moviam dunque, signor, con lieto core

il passo, io non vo' dirvi alla battaglia,

ma per mieter sicuro e largo onore

da chi di cera frale ha piastra e maglia,

e di cui corse invan l'alto romore

contr'all'abbietto stuol di Cornovaglia

fra gl'incantati scudi e spade e lance

di favolose prove e d'altre ciance;

che i fanciulleschi cor temon talora,

non quei simili a voi di sommo ardire,

che per prova intendeste, e innanzi ch'ora,

quanto sia dall'oprar lontano il dire,

e che dall'apparir già dell'aurora,

fin che Febo si scorse a notte gire

féste de i corpi lor sì fatto strazio

ier, che 'l nemico Avarco ne fu sazio”.

Mentre parla così, già sopraggiunto

era co' suoi l'ardito Palamede,

ch'ha 'l core invitto di desir compunto

d'aspra vendetta delle gote prede;

e Brunoro e Clodin vien seco aggiunto,

né Dinadano a lor lontan si vede

né Rossano il selvaggio o Brunadasso

né alcun duce onorato di Clodasso.

E poi ch'han ragionato e fermo insieme,

muovon co i lor primi ordini le schiere

verso ove Maligante a destra preme

e Boorte a sinistra il fianco fere:

con quel romor che 'l mar quando più freme,

mandando in fino al ciel le spume altere

che dal nebuloso Austro spinte a terra

fanno a' liti pietrosi orrida guerra.

Ma il fero Segurano a questo intoppo,

lassando indietro i suoi, muove il destriero,

ch'oltra stendendo il marzial galoppo

molti Britanni già versa al sentiero.

Quel caval resta morto e questo zoppo,

ch'agramente oppressato ha il cavaliero,

l'altro si scerne andar nel campo errando,

ché del miser rettor si trova in bando.

Or aperto apparisce il grande Iberno,

or tra i molti guerrier si vede ascoso,

qual la luna talor nel freddo verno

quando il ciel levemente è nubiloso:

ch'or si mostra, or si copre a danno e scherno

del lasso viator, ch'ebbe il riposo

più tardo al disegnare e più lontano,

e la pigrizia sua condanna in vano.

Tal egli or tra gli estremi, or tra i primieri

doppo alquanto guardar surto riesce

quai rapaci delfin vaghi e leggieri

caccian sott'acqua e sopra il minor pesce.

Ma il saggio Maligante a i suoi guerrieri

le minaccie e i conforti andando mesce:

“Ricordatevi pur che 'l fuggir nostro

ier di noi insanguinò dell'Euro il chiostro;

ma se vorrete ancor, come altre volte,

oggi, fermando il piede, oprar la mano,

vedrete di timor le menti avvolte

al rio popol d'Avarco e Segurano;

e le lor glorie vane in danno volte

e ricercar le mura a mano a mano:

e se in noi fien d'onor le voglie accese

poco spazio del dì saran difese.

Or seguitemi dunque, e non v'inganni

lo sperar di fuggir, ch'oggi è fallace,

ma ben di ricovrar gli avuti danni

e riportar da i buon lode verace:

non siam cervi però di giovin anni,

e non è Seguran tigra rapace.

Noi siamo uomini pure, ed egli è uomo,

dall'arme e dal sudor tal volta domo”.

Con tai detti il buon duce innanzi sprona

in drappel de' miglior ristretto in uno,

e vien dove il gridar più in alto suona

dell'urtare e ferir del crudo Bruno;

all'apparir del quale ogni persona

ben che vil si fa audace, onde ciascuno

seguendo Maligante addrizza il corso

inverso Seguran quai cani all'orso:

che de i buon cacciator mossi a i conforti,

posto in bando il timor, gli vanno intorno,

e cercando cammini ascosi e storti

cingon latrando il chiuso suo soggiorno;

ma poi che molti n'ha impiagati e morti

rifuggon gli altri con dannoso scorno,

e tal di lui gli assal nuova temenza

ch'all'altrui più invitar non dan credenza.

Simil fanno i guerrier di quel di Gorre

che rivolser la fronte a Segurano,

che da poi che più d'un per terra porre

videro, e 'l lor poter contr'esso vano,

alcun non è che più si voglia opporre

con sì gran rischio alla feroce mano:

e come l'arme lor fosser di vetro

spaventati di lui fuggono indietro.

Et egli in voce allora alta e superba

diceva: “Or dove son quei cavalieri

ch'al tenebroso ciel di così acerba

voglia si dimostraro e così feri

in riversar vilmente sopra l'erba

il sangue addormentato de i guerrieri?

Or contro a gli svegliati e al chiaro sole

temon, non che l'oprar, l'altrui parole”.

E con questo parlare uccide Alfeo,

che volea per fuggir volger le spalle;

ma troppo tardi per suo scampo il feo,

che soverchio ha con lui ristretto il calle:

tal ch'ove è la memoria il colpo reo

disceso, il pose all'arenosa valle,

e l'esser nato in Vetta non gli valse,

né il sì largo imperar quell'onde salse.

Indi uccise Girfolco a lui vicino

e nel loco medesmo con lui nato,

ma di sangue minor, che 'l padre Antino

fu in Vetta rapacissimo pirato:

e i furati tesor d'altrui confino

non poter del figliuol cangiare il fato.

Ché tra 'l primo del collo e 'l second'osso

fu dal brando crudel di capo scosso.

Truova oltra andando Astaraco ed Echio

che del re Maligante eran parenti,

figliuoi d'Ivante, e l'uno e l'altro gìo

di quei compagno che la morte ha spenti:

perch'al primier la testa dipartìo

infin nel cerchio che contiene i denti;

passa all'altro la milza d'una punta,

ove al dorso allegata è più congiunta.

Il buon duce di Gorre, che ciò vede,

e che 'l suo confortar niente vale,

a vergogna si tien volgere il piede

e lo innanzi seguir sente mortale;

manda a Boorte, e con prestezza chiede

saldo rimedio al disperato male.

Corre Abondano, e 'l truova al destro lato

tra i nemici guerrier forte intricato;

che co' levi cavai di Palamoro,

che temea di Boorte, era venuto

con più gravi corsieri il re Brunoro,

il qual fu per allor soverchio aiuto:

però che in sì grand'urto entra fra loro

che 'l numero miglior resta abbattuto,

e chi dimorò in piè l'istesso pave,

fuor solamente il buon guerrier di Gave;

il qual l'altrui spavento risostiene,

e che non fugga alcun minaccia e prega.

Indi contr'a Brunoro ardito viene

ove i compagni suoi più batte e piega.

Il leon truova ch'al suo scudo tiene,

che in argentata sede ardito spiega

la divorante bocca e 'l crudo artiglio,

vestito di color fosco e vermiglio;

e di lui fa cader la maggior parte,

e gli fa grave duol nel destro braccio,

ché 'l ferro che 'l copria tutto diparte

come se fosse stato vetro o ghiaccio:

tal che di breve sangue stille ha sparte,

che al peso sostener dan tanto impaccio,

oltra la gente ch'ivi arriva stretta,

che gli chiude il cammin della vendetta.

Pur non resta però, che con la spada,

che già in alto tenea no 'l fera in fronte;

ma con poco vigor convien che vada,

ché male accompagnò le voglie pronte:

e 'l destrier paventando cangia strada

né vuol più col nemico esser a fronte,

e di fuggir fra' suoi dietro lo sforza,

ch'a chi governa il fren manca la forza.

Così fu trasportato il gran Germano

fuor, con suo grave duol della battaglia;

e 'l gran Boorte con l'invitta mano

vie più d'una lorica rompe e smaglia.

In questa a gran furor giunge Abondano

e 'l prega umilemente che gli caglia

d'aiutar Maligante al manco corno,

a cui fa Seguran dannaggio e scorno,

et ei mosso a pietà, vedendo ancora

lassare a' suoi guerrier securo stato,

Nestor di Gave appella ch'a d'ognora

col suo cugin Baven si trova a lato

e dice ad ambedue: “Bene in brev'ora

da Maligante a voi sarò tornato.

Prendete in questo mezzo cura tale

che non venga tra voi piaga mortale”.

Poi, quanto può spronando, in fuga truova

senza fren ritener quasi ogni gente,

che 'l dir di Maligante a nessun giova,

che 'l fero Seguran presso si sente:

al qual corre Boorte, e mette in pruova,

com'altra volta, il braccio suo possente;

ma vien la spada alla sinistra spalla,

ch'alla fronte addrizzato il colpo falla.

Pur fu cotal che se men duro alquanto

il suo fosco dragon lo scudo avea,

fora di Seguran quel giorno il vanto

forse in pregio minor che non solea.

salvollo adunque, ma squarciosse quanto

ne prese il brando, onde sua sorte rea

biasmando disse: “O re famoso Iberno,

troppo avete in favore il Regno eterno;

e lui più solo e 'l troppo duro scudo

devete ringraziar, non l'opra vostra,

che son cagion ch'io m'affatico e sudo

indarno, e nulla val la forza nostra”.

Ma l'aspro Segurano irato e crudo

risponde: “Se fia ver che la man mostra,

e non la lingua, il gran valore altrui,

tosto il farò veder, Boorte, a vui”.

E 'n tai parole con più forza il fere

che facesse pastor già mai mastino

che 'l vaso pien di latte feo cadere

quando mungea le gregge nel mattino:

ma nello scudo sol venne a cadere,

che della testa allor cuopre il confino,

e non men di dolerse ebber cagione

i candidi ermellini che 'l dragone.

Era aspra la quistion, se in quell'or anco,

come fra lor più volte era avvenuto,

non la sturbava d'uno e d'altro fianco

il popol già vicin sopravenuto.

Spartonsi dunque, e dove rotto o stanco

più vede il corno suo, lì porge aiuto

ciascun de i cavalier, nel core acceso,

che gli par dal nemico esser offeso.

Truova Boorte il caro Maligante

in micidial battaglia con Rossano,

l'uno e l'altro di lor guerriero errante,

d'ardir, di forza e di valor sovrano.

L'uno e l'altro di lor d'aspro e pesante

colpo ha impiagata la sinistra mano,

ch'ambo han rotti gli scudi e stesi a terra,

ma con le destre sol fanno aspra guerra.

Ebbe di ciò veder soverchia doglia,

né sa ben che si fare in tale stato.

Di vendicar l'amico avria gran voglia,

poi gli par di guerrier grave peccato

se d'un ferito e sol cercasse spoglia

di due spade concordi accompagnato;

onde grida lontan sì che quel solo

fuggendo ritrovò l'amico stuolo.

Guarda Boorte allora, e lasso vede

punto d'alto dolore il re di Gorre,

e che 'l sangue stillando infino al piede

dall'impiagata man sì largo corre

che 'l mancante vogor fugace cede:

tal che convenne al fin dietro a lui porre

Megete il suo scudier, che 'l sostenesse

in fin che 'l padiglion trovato avesse;

e fu ben perigliosa, che venìa

la piaga ove la man la palma stende

tra 'l terzo osso e 'l secondo che s'invia

ove il dito più grosso il valor prende,

e che spesso al perire apre la via,

contraendosi i nervi ch'ivi offende;

ma il subito rimedio e la pia sorte

e l'arte di Serbino il tolse a morte.

Or Rossano il Selvaggio, che riposto

tra' suoi nel loco istesso era ferito,

grida altamente ch'a Boorte opposto

sia qualche buon guerrier non meno ardito:

se non che Palamor si vedrà tosto

con gli Aquitani suoi sgombrare il lito.

Come ciò sente il forte Palamede

saglie a caval, ché si trovava a piede,

e lassa il valoroso Bustarino

ch'ivi in vece di lui meni le schiere

e segua Seguran, ch'era vicino

tra' suoi tornato, e già sospinge e fere

contra il prode Tristan ch'al suo cammino

quanto può dritto andar si può vedere.

Or giunto il re dell'Ebridi, Boorte

truova che spinge gli Aquitani a morte;

ma perché ha in man la lancia, e 'l pungev'onta

sopra tal cavaliero usar vantaggio,

del popolo infelice abbatte e smonta

quanti altri incontra col nodoso faggio.

sopra il nono è fiaccato, e si raffronta

allor col brando al nobile paraggio,

e chiamamdo altamente il re di Gave

il vede a lui venir, ché nulla pave;

e chi sia gliel discuopre il nero e bianco

scudo ch'ei porta, e le gemelle spade

che sol d'ogni guerrier si cinge al fianco

mostrando ch'a più d'un guerra gli aggrade

e vergogna gli fora il venir manco

a qual coppia miglior che 'ncontra vade.

Fassi lieto Boorte, e 'n cor si gode

di provar cavalier di tanta lode.

Quanto può questo e quel contra sì sprona

quasi un veloce stral che l'altro assaglia:

né 'l caldo Mongibel sì forte tuona

come il percuoter loro alla battaglia.

Sotto, sopra, da i lati e 'ntorno suona

ogni scudo in un tempo et ogni maglia,

e chi i colpi ch'ei fan contar volesse

potrebbe anco contar le stelle istesse.

Perch'assai meno spessa dal ciel cade

neve al gelato dì, grandin l'estate,

che si scernon di lor le gravi spade

or in basso cadute, or rilevate:

e nessuna ivi appar che 'ndarno vade,

tante arme intorno già sono squarciate.

E perché l'uno e l'altro cavaliero

fu più d'altro ancor mai snello e leggiero,

pare ogni brando lor la lingua acuta

di serpe annosa che sen forba al sole,

che 'n tal prestezza la rivolge e muta

che sembrar triforcata al guardo suole.

Tal s'ingannò di molti la veduta

all'assalto mortal, che creder vuole,

scernendole alte e basse all'istess'ora,

che tre spade ciascuno oprasse allora.

Ma come a Segurano, a Palamede

pur il medesmo, e per la calca, avvenne,

ch'alla lite ciascun forzato cede

al gran seguace stuol che sovra venne.

E così questo e quel rivolge il piede

sopra il misero vulgo, e cammin tenne

sì diverso in tra sé, che non poteo

il desir disfogar che 'n core aveo.

Intanto Maligante, a cui la mano,

raffreddata la piaga, il duolo accresce,

fu dal pio Arturo scorto di lontano,

e per lui ritrovar della schiera esce.

E 'nteso il caso, al dotto Pellicano

et a Serbin promesse e preghi mesce,

raccomandando molto alla lor arte

perché in esso è di lui la miglior parte.

Poi pensando in suo cor che 'l destro corno

de' suoi levi cavai sia senza duce

perché Boorte far devea ritorno

ove il periglio manco il riconduce,

gire al soccorso lor con quelli intorno

ch'a regi e cavalier l'animo induce,

e col romor che fa l'arme di Giove

in ver la dritta parte il corso muove,

e col furor medesimo percuote

nel loco ove lontano è Palamede.

A ciascun di timor l'alma si scuote

quando in un punto istesso e sente e vede

l'invitta schiera, e s'empie il ciel di note

d'aspro dolor di quei cui primi fiede

di mille gravi lance il duro intoppo,

ch'al più profondo scoglio saria troppo.

Il Britannico re, che innanzi arriva,

Ascalaso Aquitano incontra il primo

e dall'alto caval di quella riva

trapassato nel core il pose all'imo.

Col colpo istesso della vita priva,

che dietro a lui venìa, l'ispano Edimo;

doppo lui 'l terzo e 'l quarto non ferito,

ma sotto i lor cavai prostese al lito,

che l'uno Edippo fu, l'altro Calisto,

ambedue nati già sopra la Sorga,

pria che 'l suo corso al Rodano commisto

il ventoso Avignon vicino scorga.

Indi col brando in man doglioso e tristo

fa qualunque guerrier suo destin porga

di spronar contr'a lui, che dove stampa

il dispietato ferro un sol non scampa.

Uccise ancora il misero Foreno,

che nacque all'Allobrogica Lisera,

e gli mandò la testa su 'l terreno

come grandine i fior di primavera.

Dopp'esso Cresio, del medesmo seno,

ma in basso alquanto, ove più torre altera,

che le tempie ambedue traverse passa;

e Palarcon con lui morto anco lassa.

Poscia il compagno suo segue, Balerto,

che 'n dietro quanto può ratto fuggìa,

il qual, per gli altrui danni del suo certo,

mal ritruova al suo scampo aperta via:

che 'l valoroso Arturo dove inserto

par che 'l collo co i nervi al capo stia

con un riverso in tal maniera il coglie,

che tosto quel da questi si discioglie.

Truova Promaco appresso, che signore

fu grande all'Aquitanica Roccella,

ch'avanzò di ricchezza e di splendore

quanti allor Visigoti erano in ella,

e 'ntorno avea di sangue e di valore

schiera di cavalier fiorita e bella

che viene a ricercar col cor sicuro

ove tanti uccidea l'invitto Arturo;

e perché innanzi a gli altri alquanto sprona,

lui rincontra il Britanno tutto solo,

cui sì gran colpo sopra l'elmo dona

che 'l fa cader senza sentirne duolo.

degli altri, ch'eran seco, l'abbandona

tutto in un punto il fuggitivo stuolo,

e l'orme ivi ciascun più ascose segna,

temendo che 'l medesmo a lui n'avvegna.

Qual la misera cerva che si vede

presso al fero leone il picciol figlio,

che si strugge di duol, ma non provvede,

che gliel vieta il timor del crudo artiglio,

e mentre in dubbio tien la mente e 'l piede

il crudo predator fatto vermiglio

scerne del sangue pio, perch'ella al fine

s'appiatta e fugge alle più ascose spine;

tale avvien di costor, ma d'essi parte

non pòn di lui schivar l'invitta spada.

Questo ucciso rovina, e quello sparte

vede le membra sue sopra la strada:

non val contro al gran re l'ingegno o l'arte

né il sentier ritrovar che cieco vada,

che 'l feroce corsier sì ratto vola

che la speranza e 'l tempo a tutti invola.

Ma non molto indugiò, che 'l gran romore

l'orecchie a Palamede ripercuote:

che poi che di Boorte ave il furore

quetato in parte, gìo per vie remote

come il portò il bisogno e l'aspro core

ove altro duce contrastar non puote;

e lì facea con nuova meraviglia

d'infiniti guerrier l'erba vermiglia.

Or cangiando sentier tosto s'invia

ove sente il romor del gran Britanno,

ed a quanti altri sien ch'ei truove in via

dona perpetua notte o lungo affanno;

tra' quai Finasso il Bianco, che venìa

facendo a' suoi nemici estremo danno:

e gli dà colpo tal sopra la testa

che senza senso aver qual morto resta,

ma, da' suoi ricevuto, si sostiene

sopra la sella pur tanto, che uscito

fuor della stretta calca in luogo viene

ove letto sicuro ha il basso lito.

Truova Agraven, che vendicar le pene

dell'amico fedel cerca ferito,

ma non può a sì gran forza contraddire

ch'al destinato fin gli tocca il gire.

Poi di Landone il destro e d'Uriano,

e del Brun senza gioia e di Malchino

l'intoppo incontra, che porgean la mano

per romper l'onorato suo cammino,

pensando in lor che poi sarebbe vano

l'aiutar il gran re da tal vicino,

e tanto più se in aspettato vegna

mentre altrove occupato il brando tegna.

Ma il fero re dell'Ebridi, qual suole

tigre che molti dì fame sostenne,

che doppo un lungo andare all'ombra e al sole

bramato armento ritrovar s'avvenne,

che morso o piaga non l'affligge o duole

di cane o di pastor ch'ivi convenne,

e mal grado di quei sbrama la voglia

sopra il toro primier ch'al pasco accoglia;

tal ei, senza curar dell'altrui brando,

con la fronte abbassata cerca Arturo:

il qual d'ogni timor viveva in bando,

che gli parea da' fianchi esser sicuro,

allor ch'ei sente pure alto chiamando:

“Eccovi, o sacro re quel giorno oscuro

che in man di Palamede vi ripone,

con gran lode di lui, morto o prigione”.

Rivolgesi il gran re, che questo ascolta

e gli è noto di lui l'alto valore,

lassando di seguir la schiera folta,

ma intrepida la mano e fermo il core;

e gli dice: “Speranza frale e stolta

avrà ciascun che risvegliar timore

in questa alma vorrà, che sola cede

a chi ritiene in ciel l'eterna sede”.

E per mostrargli ben che poco il cura

fu il primiero, e 'l ferì sopra la testa:

ma così ferma in essa è l'arme e dura

che in aria il colpo e senza danno resta:

ed ei, ch'era possente oltra misura

e se mai in altra guarra or brama in questa

spiegar quanta ha virtù, di pietà nudo

scarca il brando mortal sopra lo scudo;

e dalle aurate tredici corone

ond'egli è tutto intorno inghirlandato

quattro, che 'n cima son, rotte ne pone

lontan dall'altre all'arenoso prato.

Ma in mille parti adoppia la quistione,

che 'l desir va crescendo in ogni lato

di provveder per lui ratto soccorso,

ond'ogni buon guerriero ivi era accorso.

Tra' primi fa al venir Florio il Toscano;

seco avea Gargantino e Talamoro,

il cavalier Norgallo et Abondano

con Meliasso il bello e 'l buon Mandoro,

il famoso Bralleno et Amillano,

Alibel, quel di Logre et Arganoro:

ma il pio re Caradosso innanzi viene,

che la candida insegna in alto tiene,

e con forza cotal ciascuno spinge

il feroce corsier, che Palamede

non può più innanzi andar, ma si ristringe

co' suoi, che accinti al gran bisogno vede,

ch'ogni buon cavalier già si dipinge

la palma in cor di mille ornate prede,

da poi che scorgon sol l'alto Britanno

da' suoi duci miglior che lunge stanno.

Ivi è già il Fortunato e Bronadasso,

Safaro, Dinadano e Bustarino,

il possente Argillone e Matanasso,

che fu già di Durenza aspro vicino.

Or poi ch'ha con costor raggiunto il passo

il fero re dell'Ebridi, il cammino

riprende contra Arturo e 'l nuovo corno

che gli ha fatta muraglia e vallo intorno;

di toro in guisa che nel pasco erboso

d'amor sospinto col rivale è in guerra,

che 'ndietro torna a render più spazioso

campo allo scontro, e 'l corso poi disserra

sì ratto e fermo, che vittorioso

sé vede, e l'avversario essere a terra,

che giovinetto ancora o manco saggio

non prese al suo ferir pari il vantaggio.

Urta il forte drappel con tanta forza

che 'l poteo sostener quell'altro a pena.

Pur la chiara virtù, che 'l corpo sforza,

prestò in quel punto lor vigore e lena;

ma il caval di Brallen, la pioggia e l'orza

alternando più volte, in su l'arena

cadde su 'l ventre al fine, e 'l suo signore

tosto del fascio rio si mise fuore.

Fé il medesmo Abondan, che 'l suo destriero

all'apparir di quei si leva in alto

per oprar morso e piè, tal che leggiero

fu a Dinadan di porlo su lo smalto.

drizzosse anch'ei, ma più sicuro e fero

che libico leone in quell'assalto

fu il re, poi ch'al ferir di Palamede

con disvantaggio tal cinto si vede.

Ma potea mal durar, ché stretti insieme

son lassando tutti altri a lui d'intorno,

ripensando fra lor che 'l frutto e 'l seme

di tutto il guerreggiare avea quel giorno

chi d'un tal re, cui tutto il mondo teme,

andar potea della vittoria adorno;

e Safar, Bustarino e 'l Fortunato

l'han col lor Palamede circondato.

Florio e Bralleno e 'l cavalier Norgallo

stan, quai ferme colonne, alla difesa:

quello sprona al traverso il suo cavallo,

ove più pensa a quei far grave offesa,

quest'altro al dritto, e nessun fere in fallo,

che quanto venga d'alto e quanto pesa

la spada di ciascun posson sentire,

ma disposto hanno in cor tutto soffrire.

Non altrimenti fan ch'affamato orso

che 'l soave tesor dell'api trove,

ch'indi a farlo ritrar non val soccorso

di robusto villan che l'asta muove

né dell'ago di lor l'aguto morso,

né di crudo mastin ferite nuove:

ma schernendo ogni offesa, e d'ogni parte,

mentre che dura il mèle indi non parte.

Simil fan questi quattro, ch'all'estremo

quasi han condotto il misero Britanno,

ch'era di spirto omai sì frale e scemo,

che poco era lontan l'ultimo affanno.

Ma il famoso Boorte a vela e remo,

ch'avea sentito il gran pubblico danno,

all'ultimo bisogno apparito era,

quando il giorno miglior giungeva a sera.

Quale al miser nocchier, ch'a notte oscura,

poi che rotte ha dal mar sarte e governo

e l'antenna spezzata o mal sicura

sopr' arbor frale al tempestoso verno,

ch'ovunque ei guarda omai, di morte dura

vede l'imago e del tartareo inferno,

ch'ogni dolce in un punto gli riduce

il pio splendor di Castore e Polluce;

tal fu al misero Arturo, che si scorge

fra tanti e tai guerrier con poca spene,

com'ei sente il romor che in alto sorge

del pio Boorte ch'al soccorso viene.

Ogni perduta forza in lui risorge,

e s'apparecchia a dar dovute pene

a chi 'l tratta sì male, e 'n questa sente

già Boorte arrivar tra quella gente;

che, quai levi cervier ch'aggian trovato

da boschereccio arcier ferita dama,

che l'han raggiunta, e l'uno all'altro lato

il passato digiun sovr'essa sbrama,

ch'ivi il fero leon sovra arrivato

veggion vicin, come la voglia il chiama,

ch'a lui lassan la preda, e si rimbosca

ciascuno ov'è la via più ascosa e fosca;

così fer questi: e trova Bustarino

e 'n fronte il fere tal, che non più vale

a sostenerse in piè, che su 'l cammino

andò volando a troncon rotto eguale.

Safaro e 'l Fortunato a lui vicino

col medesmo furore appresso assale:

non abbatte già quei, ma concia in modo

ch'al famoso suo re squarciato ha il nodo.

E 'l truova che la spada gli è caduta,

ma sospesa la tien la sua catena:

nel destro braccio avea breve feruta

tra 'l gomito e la man presso alla vena

che dal capo s'appella, al quale aiuta,

e può nuocere ancor soverchio piena.

L'elmo avea bene intero, ma la testa

intonata de' colpi e debil resta.

Ponselo al tergo, e 'ncontra s'apparecchia

al fero Palamede che l'attende;

e gli dà un colpo alla sinistra orecchia

sì che lunga stagion l'udire offende:

e rinovar con lui la lite vecchia

il pensier giovinil dolcezza prende,

ma ben poco durò, che al proprio punto

nuovo d'altri guerrier drappello è giunto,

che di molosso in guisa, che sentito

di cani e cacciatori aggia al romore

che scoperto è il cinghiale in qualche lito

onde mal grado suo si trove fuore,

che per sentier più breve e manco trito,

non curando di spine aspro rigore

che gli offenda l'orecchie, gli occhi e 'l dorso,

ove 'l pensa trovare addrizza il corso,

subito appar l'altero Segurano,

che lassando ogni impresa ivi s'avventa

a fin che di Britannia il re sovrano

senza lui morte o carcere non senta:

invido fatto in sé che alcuna mano

se non la sua di farlo s'argomenta;

e giunse in tempo che lo avea Boorte

tratto già di periglio e d'aspra sorte,

che mentre in guerra sta con Palamede,

il cavalier Norgallo e Florio insieme

han posto Arturo in più secura sede

fuor della schiera avversa che gli preme,

e verso il padiglion volgono il piede:

che già il misero re sospira e geme

del dolor della piaga ch'ave al braccio

e ch'a difesa far gli dona impaccio.

Ma l'Iberno crudel come saetta

senza sospetto lor già sovra giunge.

Molti bassi guerrieri a terra getta,

e 'l cavalier Norgallo al fianco punge:

ma non fu il colpo suo senza vendetta;

perché Florio al soccorso si congiunge

del dolce amico, e 'l capo a lui percote

sì che tremar gli ha fatte ambe le gote.

Ma di questo né d'altro non gli cale,

ché tien solo al gran re l'animo inteso,

e col valor ch'avea quasi immortale

il possente suo brando ha in lui disteso:

e bene era al cader più che mortale,

ma dal chiaro Toscan sì ben difeso

fu col suo scudo del purpureo giglio

che scampare il poteo d'ogni periglio.

Venne intanto Alibello ed Arganoro,

Amillano e Taulasso al maggior' uopo,

e fan nuova muraglia al re di loro:

chi davanti, chi a i fianchi e chi gli è dopo;

e 'l fero Iberno entrato fra costoro

d'ira avea gli occhi in guisa di piropo,

e batte questo e quel, ma indarno adopra,

che pur troppo era solo a sì grand'opra.

Ma la fortuna avversa del Britanno

conduce a Seguran novella aita,

che 'nsieme congiurata al nuovo danno

gli vien de' suoi miglior gente gradita:

con Arvino il fellon congiunti vanno

Grifon, Brumen, Farano, il forte Archita,

il Ner Perduto, il perfido Agrogero,

Ferrandone, Esclaborre e Sinondero;

e qual grandine folta, ch'al pastore

che 'ncontro a levi piogge avea di fronde

fatto un debile albergo, che in poch'ore

tutto il sostegno van batte e confonde;

tale aggiunti costoro al gran furore

ch'estremo in Segurano il cielo infonde

quanto riparo avea nell'aspra guerra

Arturo intorno a sé, pongono a terra.

Il cavalier Norgallo e Florio in piede

di quanti altri vi son restano a pena:

gli altri han del suo destrier cangiata sede

e sotto il peso lor calcan l'arena.

Il buon re quasi alla sua sorte cede,

e di vivo restar si muor di pena:

che 'l fero Seguran già ardito piglia

del suo regio corsier l'aurata briglia.

Ma il famoso Tristan, che in altra parte

ha del suo re maggior la piaga intesa,

qual leve stral da cocca si diparte

o saetta dal ciel per l'aria accesa,

con più furor che 'l bellicoso Marte

non feo mai de' giganti all'alta impresa;

e giunge appunto in quel che Segurano

all'onorato fren ponea la mano.

Nè batté mai sì forte in Mongibello

Ciclopo incude, quando irato è Giove

che Tristan fé in quel punto sopra quello

che vuole il suo signor menare altrove.

Colselo nel cimiero, e cader fello

come piuma sottil, che l'aura muove;

e gl'intuona il cervel sì che la testa

quasi sopra l'arcion dormendo resta.

Vassene oltra spronando, e trova Archita

che vien del suo signore alla vendetta,

e senza fronte avere e senza vita

in due tronchi diviso a terra il getta.

Esclaborre e Grifon, che in nuova aita

tengono ad ambe man la spada stretta,

quel nella spalla destra e questo al fianco

percoteva aspramente il lato manco.

Non cadder già, ma d'ogni forza privi

e senza più impedirlo dimoraro.

Il cavalier Norgallo e Florio, ch'ivi

scorgono a i lor disegni alto riparo,

il grande Arturo, che sanguigni rivi

versa dal braccio con dolore amaro,

riconducon securo al padiglione,

ove angoscioso al letto si ripone.