Canto XX

By Giovanni Boccaccio

Ove io vidi in ordine dipinto

sì come Bacco, per forza d'amore,

in forma d'uva ad amar fu sospinto

la figlia di Ligurgo; il cui ardore

quivi con lei in braccio si vedea

temperar, non in forma né in colore

che si sdicesse, e 'l simil mi parea

d'Erigonèn; e del suo gran disio

così sé quivi si sodisfacea.

Ivi seguiva poi, al parer mio,

Pan che Siringa gia perseguitando,

ch'avanti li fuggia in atto pio;

e lei fuggente l'andava pregando,

ma 'l pregar non valeva, anzi tornata

in canna poi la vidi in forma stando.

Poi di quella i bucciuoli spessa fiata

sonati fur, però che primamente

da esso fu la sampogna trovata.

Appresso lui vi vid'io il dolente

Saturno in forma di cavallo stare,

a Fillara accostarsi dolcemente.

Così appresso vidi, ciò mi pare,

Pluto li tristi regni abbandonati

avere e quivi intendere ad amare.

Ed a lui presso con atti sfrenati

prender vedea Proserpina e con essa

fuggirsi a' regni di luce privati,

pur con istudio e con noiosa pressa,

come se stato fosse seguitato

da Giove per volerlo privar d'essa.

Oltre nel loco vidi figurato

Mercurio con Ersèn: molto stretto,

amando lei, dimorava abracciato,

insieme avendo piacevol diletto.

Dopo 'l quale io vedeva tutto bianco

Borea quivi, con un freddo aspetto.

Questi, li regni abbandonati, stanco

in Etiopia giugneva a vedere

Ortigia, ch'a sé dal lato manco,

vedeva, quivi la facea sedere;

ed abracciata lei tenendo stretta

a pena seco gliel pareva avere.

A lui seguiva poi la giovinetta

Tisbe, che fuor di Bambillonia uscia

e verso un bosco sen giva soletta.

Né lì guari lontano, la sua via

fornita, un velo lasciava fuggendo

per una leona che a ber venia

della fontana, dov'ella attendendo

Piramo si posava nell'oscura

notte; così se n'entrava correndo

ove già fu la vecchia sepultura

di Nino. E poi si vedeva venire

Piramo là con sollecita cura,

a sé intorno mirando se udire

o veder vi potesse se venuta

vi fosse Tisbe, secondo il suo dire.

Lui ciò mirando, in terra ebbe veduta,

perché la luna risplendeva molto,

la vesta che a Tisbe era caduta,

tutto stracciato e per terra rivolto

con un mantello il bel vel sanguinoso,

per che tututto si cambiò nel volto.

Ricogliendo essi parea che doglioso

dicesse: «Oimè, Tisbe, chi ti uccise?

chi mi ti tolse, dolce mio riposo?».

Ontoso tutto lagrimando mise

la mano ad uno stocco ch'avea seco,

col qual dal corpo l'anima divise.

Parea dicesse piangendo: «Con teco,

Tisbe, morrò, acciò ch'all'ombre spesse

di Dite, lassa, ti ritruovi meco»;

e sbigottito parea che cadesse

quivi sopra 'l mantello, a piè d'un moro,

e del suo sangue i suoi frutti tignesse.

Non dilettava a Tisbe il gran dimoro;

colà dond'era uscì, e disse: «Forse

quella bestia è pasciuta, e già non loro

suol uso a noi far male»: ed oltre corse

alla fontana, e non credea che fosse

essa quando le more rosse scorse.

In ciò mirando, tutta si percosse

quando Piramo vide ancor tremante,

e dal suo petto il ferro aguto mosse

e 'n su quel si gittò, dicendo: «Amante,

io son la Tisbe tua! mirami un poco

anzi ch'io muoia», e più non disse avante:

rimirandola, cadde morta loco.