CANTO XX

By Luigi Alamanni

Non avea ancor la sposa di Titone

imbiancato il sentiero al nuovo sole;

ma il fido Galealto a cui lo sprone

d'onor l'alma pungea, già surger vuole;

e con ardenti voci in opra pone

i ministri miglior, che in guerra cole;

che sveglia il buon vicin, chi grida intorno,

ch'all'orizzonte omai s'appressa il giorno.

Ma i propri suoi guerrier, né quei che vanno

sotto l'insegna pia del chiaro amico,

di stimolo all'andar mestier non hanno,

ché sempre ebbero il cor d'ozio nemico;

or di caldo desio compunti vanno

di mostrar fuor, che 'l gran valore antico

non sia spento anco in essi e ch'e' son tali,

che posson ristorar gli avuti mali.

Già in piede è Lancilotto e poste ha insieme

dello stuol suo le candide bandiere,

che dieci furo; e 'ntorno a l'ali estreme

locate ha de' cavai le squadre altere;

poco lontano a lor l'arena preme

l'ordin medesmo delle folte schiere,

che 'l buon re Galealto seco avia,

che l'insegna ventesima compia.

Va intorno Lancilotto e 'l nome chiama

de' suoi duci maggiori e dice a tutti:

“Chi di voi, dolci amici e fratei, brama

del nostro lungo amor rendere i frutti,

non faccia oggi fallir la chiara fama,

che 'l mondo empie di voi; gli amari lutti

vendicando degli altri e l'empia sorte

di sì gran cavalieri e di Boorte.

E sopra il tutto poi prendete cura

di ben seguire il nostro Galealto;

né da lui vi disgiunga orrida e dura

forza d'altrui, né di fortuna assalto;

rimembrando, che d'onta aver paura

dee, non di morte acerba, il guerrier'alto;

e che sete appellati a ritrar fuora

d'aspra miseria Arturo all'ultim'ora”.

Così detto e tornato al padiglione,

con le sue stesse man dal capo al piede

l'arme sua tutta integra a torno pone

al dolce amico e ne l'ha fatto erede:

il suol di ferro e l'argentato sprone,

lo schinier sopra e 'l coscial doppio assiede,

indi il saldo braccial, poi che locato

alla gola ha l'acciaro e ben serrato.

La corazza incantata, dura e grave

troppo alle forze sue gli chioda intorno;

pongli poscia il piastron, come chi pave,

che alcuno aspro colpir gli faccia scorno;

al destro lato poi con salda chiave

ripon la buffa, dove assiede adorno

lo spallaccio sì duro, che no 'l possa

piegar, non che squarciare, umana possa.

Cingeli poi la spada che Viviana

la donzella del Lago e sua nutrice,

cinse a lui già, di tempera sovrana,

con l'altre arme ch'avea nel dì felice,

ch'al Britanno terren non mostrò vana

la sua virtù d'ogn'altra vincitrice;

leve al suo braccio solo a gli altri appare

di soverchio pesante e senza pare.

La cotta marzial poi, dove splende

il rosato color col bianco accolto,

dall'omer manco per traverso stende,

sì che 'l braccio miglior si truove sciolto;

il cui solo apparir da lunge rende

ogni avversario suo di ghiaccio avvolto;

che del sangue nemico è aspersa tale,

che l'argento alla porpora era eguale.

Vien poi 'l nobil destrier, che candido era

qual pulito ermellin, che in don gli diede

d'Artur la realissima mogliera

d'onor, di grazia e di bellezza erede,

allor che de i nemici prigioniera

la trasse fuor delle famose prede;

per memoria di cui, sempre da poi

l'ebbe in pregio maggior di tutti i suoi.

E non senza cagion, ch'oltra la mano,

che potea molto men far caro assai;

più possente e leggier presso o lontano

quanto riscalda il sol non vide mai;

placido al suo signore, umile e piano,

fero al nemico; e dolorosi guai

a gli avversi corsieri e l'altra gente,

e col morso e col piè porgea sovente.

Questo a lui volse dar, per non lassarse

cosa, che molto amasse, senza lui;

e perché ancor potesse me' mostrarse,

ch'ei fosse Lancilotto a gli occhi altrui,

e perché ove le forze erano scarse,

ei potesse supplir per ambedui

col ferire i vicin, col grave intoppo,

con lo snello adoprar salto o galoppo.

Splendea tutto argentato il ricco arnese,

qual la notturna e frigida stagione

la luna suol, ch'a mezzo il corso stese

il suo leve girar con ratto sprone:

or poi che Galealto il seggio prese

fermo e ben dritto su 'l ferrato arcione,

il bianco scudo suo gli appende al collo

sì pesante per lui, che mosse il crollo;

Qual talor suol la piccioletta nave,

in cui rozzo nocchier di prezzo avaro

ripose al suo poter fascio sì grave,

che 'l fondo incurva e l'umor tristo amaro

penetra adentro; onde si attrista e pave

l'afflitto peregrin, ch'al nido caro

teme non giunger mai, facendo voti

a Castore e Polluce alti e devoti.

Il lucid'elmo poi, che fabbricato

nell'immortal fucina di Merlino,

contr'ogni ferro umano era incantato

col favor delle stelle alto e divino,

che di purpuree piume e bianche ornato

avea del bel cimier l'argento fino,

con tristo agurio suo gli loca in fronte,

che gli parve al sentirlo il Pelio monte.

Indi gli arma le man, poi gli dà l'asta,

ma non quella però, che 'n guerra adopra

al più grand'uopo; ch'oltra lui non basta

altra forza mortale a porla in opra;

poi con pietà gli dice: “Chi contrasta

superbo in sé contra il voler di sopra,

non invitto guerrier tra i buon s'appella,

ma di mente spietata, iniqua e fella.

Questo vi dich'io sol, perché se 'l cielo

volto all'alto desio contrario mostra,

non vi faccia , signor, soverchio zelo

porre in rischio mortal la vita vostra;

ch'io per voi resto in tema, e non vel celo,

qualor pensando la memoria nostra

l'empio furore e la gran forza vede,

ch'è nel gran Segurano e 'n Palamede.

Non perch'io non estimi e tenga certa

l'alta vostra virtù di loro eguale;

ma l'amor vero tien l'anima incerta,

e sempre più ch'al ben l'inchina al male;

però vi prego umil per quel che merta

il voler buon che sopra a i regni sale,

che lassando quei due, volgiate il passo

contra gli altri guerrier del re Clodasso.

Né sarà manco lode e più sicuro

fia per l'oste Britanno e più giocondo

lo spegner quei che solo odiano Arturo,

e 'l vorrebber veder del centro al fondo;

ma il paro, ond'io parlai, con desio puro

do fare il nome lor perpetuo al mondo

contra lui portan l'arme, ché sovente

già spiegate han per noi sovr'altra gente”.

Tal dicea Lancilotto, ascose strade

cercando per oprar, che Galealto

di sì chiari guerrier fugga le spade,

né con lor vegna a singulare assalto;

ma il buon re gli rispose: “Quel che aggrade

a chi quanto veggiam ministra d'alto,

segua di me, signor, che speme tengo,

che almen del vostro amor non morrò indegno”.

Nè più volle altro dire e spinge innanti

il feroce corsier, dove attendea

l'alto drappel di cavalieri erranti,

ché di desio di guerra in core ardea:

or già l'aurora in placidi sembianti

nell'oriente candida splendea,

sì che più apertamente scuopre intorno

chi sia più d'arme e di destriero adorno.

Nè l'altro oste Arturo e 'l gran Tristano

restan più di costor nel sonno avvolti;

ma nel medesmo tempo arman la mano,

e nell'ordin primier si son raccolti;

già di trombe e di suon rimbomba il piano,

e con nuove speranze e lieti volti

ogni onorato principe, ogni duce

oltra il vallato fosso i suoi conduce.

E per render quel di più largo onore

a i buon nuovi guerrieri e Galealto,

voglion, ch'essi i primier si mostrin fuore,

le chiare insegne ventilando in alto,

e stien nel mezzo, ove il maggior furore

par che Marte amministri al fero assalto;

Tristan da man sinistra aggia la schiera,

Gaven dall'altra presso alla riviera.

Quando il gran Segurano e quei d'Avarco,

che si pensan la palma avere omai,

e 'l nemico veder di doglia carco,

e 'n tema avvolto di futuri guai,

odon che lassa già l'antico varco,

e più mostra d'ardir, ch'avesse mai;

restan tutti dubbiosi e 'n meraviglia,

e 'nverso ove scendea, volgon le ciglia.

E quando veggion poi le bianche insegne,

ch'han le tre verghe oscure attraversate,

par che ciascuno in cor timido vegne,

che l'ha più volte già viste e provate;

e l'ardente desio tosto si spegne

d'assalir, come ier, le squadre armate;

e l'un l'altro, tacendo, in volto guarda,

e quanto puote ancora il piè ritarda.

Sì come il cacciator ch'al vespro cinse

di tele intorno la spinosa valle,

ch'al mattin ritrovare il cor si finse

cervette o damme nel serrato calle,

e con securo andar leve s'accinse;

quando in vece di lor doppo le spalle

sente il fero leon ruggire o l'orso,

che gli fan ricangiar volere e corso.

Ma il chiaro Seguran contrario pare,

qual si vede talora aspro molosso,

che per volpe o lepretta seguitare

in gioco è dal pastor di laccio scosso,

che 'n ver lupo o cinghial, ch'a caso appare,

lassando l'altre girne, il piede ha mosso

con più lieto desio; ch'a sdegno avea

quando fere vilissime offendea.

Spingesi alquanto innanzi e 'l guardo affisa

sì, che 'l bianco destrier, ch'al mondo è noto,

che sia quel, che parea, per fermo avvisa,

e che del suo signor non venga vòto;

cangia il volto, e 'l color nell'improvisa

vista, come al soffiar d'aquoso Noto

suol cangiare il seren l'umido aprile,

che raro usa tener l'istesso stile.

Tremagli in seno il cor, trema la mano,

né discerne fra sé, che faccia o dica,

non perch'ei tema il figlio del re Bano,

e non gli sia con lui la guerra amica,

ma in sì gran novitade adopra invano,

ché l'invitto valor se stesso intrica,

in quel primo arrivar, ma a poco a poco

il giel, che dentro avea, divenne foco.

E rivoltato a' suoi dicea: “Signori,

or poss'io ringraziar del tutto Marte,

ch'ai miei promessi e da me chiesti onori

non vuole oggi furarne alcuna parte,

poi ch'oltra 'l mio spsrar conduce fuori

quell'unico guerrier, di cui son sparte

già tante glorie e di cui il mondo estima,

che 'l supremo valor tenga la cima.

Ch'io conosco nel ver, ché ben che in basso

fosse tutto il poter del gran Britanno,

fora il trionfo ancor di gloria casso,

né compito di lui l'estremo danno,

fin che non era ancor battuto e lasso

Lancilotto, con quei, che con lui stanno;

or sendo esso già fuor, l'istesso punto

fa il nostro faticar nel sommo aggiunto.

Moviam pure animosi alla battaglia,

cangiando ordine tosto, arme e disegni;

e con più grave acciaro e salda maglia

di possenti corsier prendiam sostegni;

che fia miglior per noi, ch'alta muraglia

assalir di terren, di rami e legni,

ove un sol val per mille, ove la sorte

i buon per man de' rei conduce a morte”.

Così detto, ogni duce e cavaliero

spoglia l'arme più levi e l'altre piglia;

et ei fece il medesmo e 'n su 'l destriero

monta, ch'era alto e grosso a meraviglia,

e senza alcun candor del tutto nero,

che gli diè Radagazo, che 'n Siviglia

tenea l'impero, il Vandalo onorato,

che 'n giovinetta età l'aveva amato.

E 'l tenea Seguran cotanto caro,

che solo a guerre altere e perigliose,

e 'ncontro a cavalier più d'altro chiaro,

qual tenea Lancilotto, in opra pose;

sovra il qual già condusse a fine amaro

Ginglante il forte e fé mirabil cose

in quel tempo primier, che in Gallia venne,

e d'Avarco il cadere in piè sostenne.

Già col nobil caval per ogni parte

va intorno visitando i suoi guerrieri,

e gli riscalda al gran furor di Marte,

dicendo: “Or valorosi, arditi e feri

esser convienne e por tutto in disparte

il neghittoso andar, che facest'ieri,

e seguirme ov'io vada; ché la luce

sarò del vostro onor, compagno e duce”.

Poi gli rimette in quadro aggiunti insieme,

qual nel fermo edificio l'architetto

in tra lor l'un con l'altro i sassi preme,

per sostener più saldo il regio tetto;

indi con gli altri suoi, mostrando speme

più che fesse ancor mai nell'alto aspetto,

sprona il destriero innanzi, a Palamede

ogni schiera lassando, ch'era a piede.

Fan l'istesso Tristano e Galealto,

che l'esercito a piè resta a Gaveno;

et ei co' lor cavai muovon l'assalto

sì che la polve oscura empieva il seno

non della valle pur, ma l'aria in alto

d'ogni luce ch'avea veniva meno;

che 'l sol, che i raggi aurati spunta fuore,

non la può penetrar col suo splendore.

Sembrava a riguardar, qual'esser suole

il ciel poi che 'l villan le biade accoglie,

ch'a i solchi affaticati e i campi vuole

scarcar pietoso le rimase spoglie;

che 'l foco sveglia intorno, onde si duole

fuggendo il serpe nell'ascose soglie,

e 'l fumo adombra tal, ch'ivi ha condotte

quante tenebre ha in sen l'oscura notte.

Scontransi insieme e 'l gran romor ne suona

non men che quando Astrea cangia l'estate,

che Giove irato allor fulmina e tuona,

spaventando le menti scellerate;

e sì grave è 'l colpir, ch'al mezzo dona

l'una in ver l'altra delle squadre armate,

che ben fu cavalier d'alto potere,

chi vivo o 'n su 'l destrier si può tenere.

Trovò il re Galealto Licaone,

che german fu del fero Bustarino,

nel Norico terren nato d'Alcone,

che l'impero reggea di quel confino;

la lancia in mezzo il cor dritta gli pone,

e 'l fa, lasso, cader sovra il cammino,

fra la gente sì stretta, che calcato

fu nel medesmo punto d'ogni lato.

Né sol batte costui; che 'l colpo istesso

in fin sopra del quinto si distende;

Altao, Biante, Tarco e Trasio appresso,

tutti nati ove l'Istro il corso prende;

morti quei primi tre, l'ultimo oppresso

nel petto sì che sovra l'erbe scende;

e gran ventura fu, ch'ei trovò loco,

ove 'l popol. che vien, gli nocque poco.

Il famoso Tristan trova Acasmeno,

ch'all'aspra selva Ircinia era molesto,

della qual con Drumen reggeva il freno,

e 'l boemico stuol fea nudo e mesto;

gettalo in basso e seco in su 'l terreno

cade, chi vien compagno infino al sesto;

Mestor, Troilo, Amfio, Ciniro, Ormede,

ch'ove l'Albi esce fuori avean la sede.

Nè il chiaro Seguran con men furore

della schiera Britanna ha posti a morte

molti buon cavalier, che largo onore

avean della virtude e della sorte;

Alio, Pritano, Entichio ed Ipenore,

Pandaro e Lacoonte il fero e forte

Armorico guerrier, che di Tristano

era per real sangue prossimano:

gli altri di Blomberisse e di Blanoro

nati nel lito Neustrio eran parenti;

e l'un sopra dell'altro ivi fra loro

miseramente van di vita spenti:

né il crudo Terrigano e Palamoro

nell'opra marzial son pigri e lenti;

ché quegli il franco Androgeo e Politide,

questi Tissandro e 'l suo Timano uccide.

Così al primo incontrar delle battaglie

restan tanti impiagati e tanti morti,

a cui poco giovar piastre né maglie,

né l'esser valorosi, arditi e forti,

che pareano all'agosto aride paglie,

tal sono insieme stranamente attorti,

ché 'l villan negligente sparse a terra,

poi che 'l frutto ch'avean, nell'arca serra.

Ponsi la mano al brando d'ogni lato

per quei che servò in piè sorte o valore:

il buon re Galealto è ratto entrato,

ove il più stretto stuol vede e maggiore,

che fu quel di Clodin, ch'era restato

più inverso il fiumicello, ove il furore

dell'assalto mortal non fu sì grave,

sì che 'l danno minor per ancor'ave.

Ma s'allor la fortuna gli fu amica,

or d'un altro color gli mostra il volto;

ché di sangue, di duol, di morte intrica

il possente guerriero ovunque è volto;

non sa il miser Clodin, che faccia o dica,

tal di nuovo timor si trova avvolto;

ché quella esser credea l'invitta mano

del figliuol valoroso del re Bano.

E se fornito è ben di sommo ardire,

e di somma virtude ha cinta l'alma,

gli fa il vederlo allor risovvenire

dell'avuta ne' suoi più d'una palma;

e che male a tal uom può contra gire,

ch'è per gli omeri suoi soverchia salma;

il medesmo fra sé ciascun dicea,

ché 'l provato valor riconoscea.

E con questo pensiero, ovunque giva

il sovran re dell'Isole lontane,

la stretta schiera al suo spronar s'apriva,

e nessun contro a lui saldo rimane;

et egli or questo or quel seguendo arriva,

come leprette vili ardito cane;

e quanti vuole atterra; onde sovente

gran vergogna e pietade in cor ne sente.

Uccise il nobil Glauco e 'l fer Dimone

d'un fratel di Clodasso nati insieme,

diviso il primo infin dove l'arcione

dell'arnese ch'avea la falda preme,

dell'altro il capo in su l'arene pone,

che dal busto troncato spira e geme;

abbatte doppo questi Agrio e Molanto

nel militare onor d'egregio vanto;

quel de i monti Cemeni avea l'impero

già del sangue illustrissimo d'Albino;

questo, di men ricchezze, ma più fero,

ch'al terren comandava Limosino;

doppo loro Acamante e 'l saggio Osero,

che del fato ch'avvenne era indivino,

e fuggendol lontan sotto altrui soglie,

fu ingannato da Alfea la cruda moglie:

che quale Amfiarao fece Erifile,

al giovin re Clodino il discovrio;

né in ciò la spinse aurato e bel monile,

ma d'illecito amor caldo desio;

e così il giunse al suo più vago aprile,

come il miser temeva, il verno rio;

e quando al cor ferito a morte venne,

della sposa infedel gli risovvenne,

va seguendo il gran re, né il corso arresta,

che quanti aggiugner può di spirto priva,

qual lupa ch'ha i figliuoi nella foresta,

contr'a gregge d'agnei, ch'errando giva

senza cane o pastore in quella e 'n questa

verde campagna erbosa o fresca riva;

ch'a numero sì grande il viver toglie,

che de' figli e di sé sazia le voglie.

Scorge appresso Nabon, nomato il Fello,

che 'n tra 'l fiume Sigmeno e la Garona

reggeva il fren del popolo rubello

alla sua antica Gallica corona,

va incontra a lui, come rapace augello,

cui sofferto digiuno al vespro sprona

sopra colomba candida, che vede,

che da i campi solcati al nido riede.

Non fuggì l'altro; che 'l poter gli è tolto,

tanto a lui già vicin venire il sente,

ma quanto può il più tosto s'è rivolto,

e s'acconcia a battaglia arditamente;

Galealto gli dona in mezzo il volto

d'una punta mortal così possente,

che gli passa oltra, dove al naso scende

l'umor soverchio, che la testa offende.

Così morio Nabon senza vendetta,

che non poté il meschino il brando oprare;

al cui duro cader, la gente stretta

tosto comincia il varco a rallargare;

et ei per entro, qual leon, si getta,

ove aperta talor la mandra appare

per follia del pastor, cui giovinetto

cura ardente d'amore ingombre il petto.

E 'n fra lor poi facea sì larga strada,

ch'a molti, che 'l seguian, donava loco;

in guisa del villan, che intento bada

a riportar dal bosco il cibo al foco,

spinge il conio al troncon, che 'nnanzi vada

con la punta sottil, che a poco a poco

vien rallargando il resto e in ugual parte

il disegnato legno apre e diparte.

Cotale avvenne allor di quelle schiere;

che penetrò il primier per esse solo,

in fin che 'l suo drappel si può vedere

doppo lui misto tra 'l nemico stuolo;

il quale spaventato dal cadere

di tanti e tai guerrier già fugge a volo;

né il puon saldo tener conforti o preghi,

ch'al cominciato andare omai non pieghi.

Fassi avanti Galindo il Tolosano,

e per frenar' i suoi si mette in opra,

poi contr'a Galealto arma la mano,

e quanto ha più valore in esso adopra,

che infinito era pur, ma viene in vano,

ché concesso non fu da chi sta sopra

sì largo onore a lui di tanta palma;

ma spogliar ben di sé la misera alma.

Perch'al candido scudo il colpo muove,

dicendo: “Or senta il fero Lancilotto

di Galindo il potere e l'alte pruove,

e come del ferir nell'arte è dotto;

ché se l'erba e l'incanto non gli giove

della fata del lago, oggi condotto

sarà dal suo destino a quella morte,

ch'ha riservata in me l'amica sorte”.

E 'n tai parole il fere e la percossa,

qual martel dall'incude indietro riede;

né il magnanimo re la spalla ha mossa

più che saldo troncon, cui Borea fiede;

ma riversata in lui tutta sua possa,

sopra l'alto cimier tal colpo diede,

che la fronte s'aperse in quella guisa,

che pianta alpestre dalla scure incisa.

Cadde il fero guerrier, col volto pieno

d'atro sangue mischiato e di cervella,

e con grave romor batte il terreno,

abbandonando al fin l'aurata sella;

e di sé dispogliato il crudo seno

sen gìo ratta a colui l'alma rubella,

a cui del nostro oprar ragion si rende,

e dovuta mercé da lui si prende.

Fugge nel suo cader la gente intorno,

ch'avea sperando in lui fermato il passo;

come quando il falcon fere uno storno,

che poi tutto il drappel si getta in basso,

e si nasconde, ove sia il bosco adorno

di folte spine, al più serrato passo,

poi senza oprare il volo addrizza il piede

alla più oscura, occulta e chiusa sede.

Così quella, al perir del sommo duce,

si scernea dileguar per corta strada;

e tutta inverso Avarco si conduce,

né la può fosso o rio tenere a bada:

ma il possente Clodin la fama induce,

ove questi fuggiano, in cui la spada

opra poi che non val prego o minaccia,

a rivolger le spalle ov'han la faccia.

Né molto sta fra lor che sopra giunge

il chiaro Galealto in quella parte,

che 'nverso la vittoria il destrier punge,

in seno ardendo del furor di Marte;

come il vide Clodin poco a lui lunge,

desio d'onore e 'l dever proprio in parte

di girlo a rincontrar ratto lo spinge,

pur d'antico timor la fronte pinge.

E dice al ciel guardando: “O sommo Giove,

se mai di larghi don ti fu cortese,

se il sacro nome tuo quinci ed altrove

il mio cor d'onorar mai sempre intese,

dammi quella virtù che da te piove

in chi ferma di te fidanza prese,

che in un colpo, in un'ora mi permetta

di tali e tanti miei chiara vendetta”.

Così detto, il destrier bramoso sprona,

e la lancia, ch'avea, si reca a resta;

ma nel candido scudo in basso dona

il colpo, che drizzava alto alla testa;

il colle intorno e la campagna suona,

e veniva al nemico anco molesta,

se il legno era più duro; ma fu tale,

che 'n mille brevi tronchi in aria sale.

Così non gli giovò l'aver vantaggio,

che contra il brando sol mosse la lancia;

né al chiaro Galealto oscurò raggio

dell'ardito valor, ma il prende in ciancia,

dicendo: “A voi medesmo fate oltraggio,

e ne devreste aver rossa la guancia,

non a me, cui mill'aste insieme accolte

di mille pari a voi non sarien molte”.

E 'n tai detti ritruova, che ritorna

già indietro col destriero a nuova guerra;

ivi l'ira e 'l furore alza le corna,

e 'l desio dell'onor gli stringe e serra;

fu il primo Galealto, che l'adorna

chioma del pino aurato abbatte in terra,

che sovra il bel cimier Clodino avea,

perch'al regno paterno succedea.

né rimase ivi il colpo; che discende,

e con più grave suon l'elmo percuote,

no 'l rompe già, ma sì il nemico offende,

che gli sembra veder fulgenti ruote;

non s'arresta perciò, ma il brando stende

inverso Galealto e quanto puote

gli spinge alla visiera una tal punta,

che con morte di lui veniva aggiunta;

se non fora incantato il fino acciaro,

e che doppio venia dove ella colse;

pur' il sentirne in sé dolore amaro

per la fera percossa non gli tolse;

ma qual torbo Aquilon, che di gennaro

tutto il superbo fiato in sen raccolse,

per affondar quel legno, che varcare

vuol, mal grado di lui, d'Icaro il mare;

stringe ogni forza insieme Galealto,

e 'nverso il cavalier ratto s'avventa;

e senza mai posar, mortale assalto

gli dà col brando e quinci e quindi il tenta,

tanto ch'al quarto colpo, che vien d'alto,

pur su la fronte, ov'ha la voglia intenta,

in tal modo il percuote, che conviene,

ch'e' caggia al fin sovra le trite arene;

non già morto o ferito; ch'assai duro

fu l'elmo a sostener la cruda forza;

ma la vista ha ravvolta un velo oscuro,

che gli spirti vitali alquanto ammorza;

rovina appar d'un mal fondato muro

lungo il fiume talor, che l'onda sforza

sormontando all'autunno e della valle

rimbomba al suo cader l'erboso calle:

giunse tardo al soccorso il pio Margondo,

che menò quei del lito Provenzale,

ove al Rodan più largo e più profondo

mischia Nettunno in sen lamaro sale;

e pensando in fra sé, che ad altro mondo

sia passato Clodin, pietà l'assale,

e come fido amico a Galealto

muove intorno co' suoi novello assalto.

ma 'l magnanimo re tra lor si stringe,

come il fero leon tra i vili armenti;

e con nuovo rossor la valle pinge

del largo sangue delle uccise genti;

poscia al fero Margondo, che s'accinge

in guerra contro a lui, non altrimenti

gli cacciò per le tempie il brando fero;

ch'al cervo che giacea, saetta arciero.

cadde egli ancor e quel della Vallea,

che Gracedono il forte nominaro,

che nel medesmo loco impero avea,

ove in ver l'oriente irriga il Varo

cercando vendicar la sorte rea

de' compagni e signori, il fine amaro

di se stesso trovò; ch'al primo intoppo

frale al disegno si conobbe e zoppo.

Perché mentre al ferirlo s'apparecchia,

il magnanimo re già in capo il fere,

e 'l colpo rio fra l'una e l'altra orecchia

fino a i denti partito il fa cadere;

l'altro stuol più che mai l'usanza vecchia

riprende del fuggir; né sostenere

il può fren di guerriero o d'altro duce,

infin che sotto Avarco si conduce:

E l'un l'altro impedisce e serra il passo,

come quando all'agosto il ciel riversa

sì larghe piogge, che correndo in basso

l'un torrente con l'altro s'attraversa;

ch'ogni campagna, ogni arbore, ogni sasso,

ogni opera mortal giace sommersa;

e di sì gravi arene hanno il mar carco,

che non pon ritrovar l'usato varco:

e 'l forte Galealto ancora il segue,

e già tocca con lor le regie mura,

alle quai non vuol dar paci, né tregue,

ma d'espugnarle il dì prenderia cura;

ch'a lui non par, ch'al suo valor s'adegue

cosa mortal, né si ritruove dura

impresa contr'a lui; né 'l crede invano,

se 'l nemico fatal gli era lontano.

Ma il crudo Seguran tosto che intende

di tanti e tai guerrier la morte acerba,

e che quasi Clodin l'anima rende

riversato e negletto sovra l'erba;

il corso, ove ciò avvien, veloce stende,

e 'n vista minacciosa, aspra e superba

a quanti incontra dice: “Ogni uom mi mostri

ov'è 'l bianco guerrier ch'uccise i nostri”.

Risponde Marabon della Riviera,

che 'l cercava per tutto: “Egli è vicino

della porta d'Avarco e quella spera

col fuoco aprir, se ciò vorrà il destino;

ma temo senza voi l'estrema sera

veder del vecchio padre di Clodino,

che con la figlia, lasso, e con la sposa

di temenza e di duol non trova posa.

E pur dice piangendo: “Ove or si trova

il nostro Seguran? la nostra speme?

Com'esser può, ch'al qui venir no 'l muova

di noi lassi pietade e del suo seme?

Ma forse il buon voler poco ne giova,

ch'oscura morte o dura piaga il preme”;

e 'n tal timore e 'n tale angoscia oppresso,

ch'io vi debba cercar m'avea commesso”.

Fecesi in vista e 'n cor l'altero Iberno

all'udir le pungenti e pie parole,

quale il fero mastin, ch'al fosco verno

udìo la gregge che si lagna e duole;

ch'ave il lupo vicin, che prende a scherno

la guardia antica, che salvar la suole;

che 'n rabbioso gridar ratto s'avventa,

ove chi spera in lui piange e paventa.

E più veloce assai ch'a Pelio in fronte

il folgore dal ciel l'autunno cade,

il traportan le vogli acerbe e pronte,

ove per lui trovar mostran le strade;

ma poi ch'omai vicin l'egregie e conte

fattezze scerne, in cui l'altere e rade

virtù di Lancilotto esser si crede,

raffrena alquanto in sé l'animo e 'l piede.

Qual scarco viator, che 'n fretta corre

leve il colle varcando e la campagna,

ch'al fin pervegna, ove al traverso scorre

profondo e largo rio che 'nriga e bagna;

che si vede in un punto il passo accorre,

e dal ratto pensier l'alma scompagna;

poi dell'oltra passar l'arte e la guisa

con più tardo consiglio in seno avvisa.

Tale al gran Segurano allora avvenne,

quando il famoso re già presso scorge;

che mentre al suo volar l'ali ritenne,

con più aguto mirare il guardo porge;

e vedendol ferir, per certo tenne,

o che 'l primo valor più lento insorge,

ch'ei non soleva o ch'alcun altro indotto

sotto la forma sia di Lancilotto.

E riveste speranza e 'n sen riprende

l'intermesso furor, l'ira e l'ardire,

e grida in alto suon, ch'ogni uom l'intende:

“Lassate il vile stuol securo gire;

apprendasi a' miglior, cui l'alma incende

della fama immortal caldo desire;

volga pure il suo brando a Segurano

il magnanimo erede del re Bano”.

Quando ciò ascolta il chiaro Galealto,

ben che pien di valor, si cangia alquanto,

ché sculto serba in cor di saldo smalto

quel, di che Lancilotto il pregò tanto;

pur s'apparecchia al suo fatale assalto,

e d'ogni altro desio spogliando il manto,

quanto più leve può torna il destriero

contra il superbo Iberno cavaliero.

E quali aspri leon, che 'ntorno stanno

alla comune lor già vinta preda,

che 'ncontra irati l'uno a l'altro vanno,

perché 'l compagno a lui la parte ceda;

che per l'unghia, o di morso estremo danno,

alcun non è de' duoi, che 'ndietro rieda,

in fin che ucciso l'uno, il vincitore

del combattuto premio è possessore.

Col medesmo furor gli alti guerrieri,

e col medesmo fin dell'altrui morte,

spronan tutti animosi i lor destrieri,

ove gli sospingea valore e sorte;

e furo ambi al colpir sì grave e feri,

che non apparve ben, chi sia più forte;

ché l'uno e l'altro d'essi indietro scorse,

e di a terra cader si mise in forse.

Ma il candido Nifonte in un momento,

quasi ontoso fra sé, vigor riprende,

né quel del negro Eton rimase spento,

che più che fosse mai ratto s'accende;

e quale al minor di rabbioso vento,

il passo questo a quel di nuovo stende;

e 'l buon re di Canaria fu il primiero,

che ferì Seguran d'un colpo fero;

fero assai sopra l'elmo, ma non quale

si credea di sentir l'invitto Iberno;

che già da Lancilotto n'ebbe tale,

che scender si pensò più giù ch'Averno;

ora a quel comparaggio il trova frale

sì, ch'ogni suo ferir quasi ave a scherno;

e nel medesmo loco il batte in guisa,

che la fronte gli avria rotta o divisa;

se non fora il fin'elmo e 'l sacro incanto,

a cui forza mortal non nocque mai;

non poté far che non piegasse alquanto,

e non sentisse allor dogliosi guai;

pur l'onore e 'l valor l'aiutò tanto,

che vie più che da prima ardito assai

alla sinistra spalla il ripercosse

sì, che del loco suo lo scudo mosse:

e non picciola piaga in essa stampa,

non tal però che l'impedisca molto,

ma il crudo cavalier, che d'ira avvampa,

gli risospinge il brando a mezzo il volto;

ma la doppia visiera anco lo scampa;

pur così dritto a pien gli venne colto,

che se ben non l'impiaga, l'aspro peso

gli ha la fronte e 'l veder soverchio offeso.

Onde alla destra parte alquanto inchina;

poi la grossa armadura e l'elmo grave

più ch'a lui non convien, d'aspra ruina

gli fur cagion, che doppiamente aggrave,

e così lentamente s'avvicina

sopra il duro sabbion; qual tronco o trave,

cui mancando il sostegno a poco a poco

va sforzata dal pondo in basso loco.

ma non prima il buon re segnò la terra

con la fronte e con l'omer, che risorse,

e 'mbracciato lo scudo a nuova guerra

contra il nemico suo veloce corse;

il qual del suo caval tosto s'atterra,

e d'Osco il suo scudiro in mano il porse,

dicendo: “Io non ricerco altro vantaggio,

che quel che di valore e d'ardir aggio”.

E quale aspro leon, ch'aggia impiagato

possente tauro di mortal percossa,

che ritirando il piè sia riversato

nel più profondo sen d'ascosa fossa;

che d'un salto leggier l'ha seguitato,

e di condurlo a fin mette ogni possa,

pria che la sua sventura intorno udita,

di pastori o di can gli giunga aita.

Tal l'Iberno crudel leve l'assale,

e l'animoso re non ferma il piede;

ma il percuoter l'un l'altro a nulla vale,

ché 'l ferro onde son cinti in van si fiede;

ma il fero Seguran, ch'omai mortale

la battaglia in tal modo esser non vede,

senza il brando e lo scudo oltra si caccia,

e 'l famoso avvarsario intorno abbraccia.

Fa il medesmo il gran re, ch'anco lui stringe,

e di por sotto altrui ciascuno adopra;

or l'un l'altro solleva, or si sospinge,

or la forza, ch'egli ave, or l'arte è in opra;

ma con fierezza tal l'Iberno il cinge,

che 'l distende per terra e riman sopra;

poi con tutto il poter sotto il mantiene,

e 'l pugnal nella destra stretto tiene.

Col quale in ogni parte il va tentando,

s'ei ritrovasse in esso aperta via,

onde il potesse por di vita in bando,

e vendicar de' suoi la sorte ria;

né Galealto ancor s'arresta, quando,

e la vita e l'onor servar desia;

quanci e quindi movendo con la spada

cerca anch'egli al ferir novella strada.

Ma perch'era assai lunga e che si truova

ben gravato da lui, può nuocer poco;

l'altro che vede pur che nulla giova,

e ch'all'arme squarciar la forza è gioco,

d'impiagarlo alla fin si mette in prova,

ove senza difesa appare il loco,

delle coscie il di dentro a cui l'arcione

stando sopra il destrier la guardia pone.

Lì del forte pugnal che non s'arresta,

con la sua destra man di sotto il punge,

con la sinistra poi l'armata testa,

che non possa levarse al terren giunge;

alla terza ferita agra e funesta

dall'infelice vel l'alma disgiunge;

tagliando i nervi con mortale affanno,

che i moti al nostro andar diversi danno.

Così traendo i piè, torcendo il volto,

il ferreo sonno e sempiterno oppresse

il miser Galealto, lunge molto

dal lito in cui nascendo l'orma impresse;

l'altero vincitor, poi che disciolto

dal mondo il vide, con le man sue stesse

trionfatrici omai dell'altrui doglia,

per ornarne il trofeo, l'arme gli spoglia.

Con desio di veder chi costui fosse,

il lucid'elmo pria gli toe di fronte;

ma il crudo core a gran pietà si mosse,

come il conobbe alle fattezze conte;

ché in molte parti seco ritrovosse

con le voglie al suo bene amiche e pronte,

allor che dal felice suo paese

con mille navi o più Brettagna offese.

Duolsi della sua sorte e ben vorria

il suo fido compagno in vece avere;

pur gli dispoglia il resto e tutto invia,

ove il possa Clodasso e i suoi vedere;

il corpo nudo poi mandar desia

non men che l'altro appresso per potere

dargli sepolcro ornato a gran memoria

d'altrui lorda vergogna e di sua gloria.

Ma in questa ecco venire il pio Tristano,

che avea veduto il candido corsiero,

che senza il cavalier, traverso al piano

dell'albergo cercando iva il sentiero;

e poi ch'a ritenerlo adoprò invano,

il lassa andare al suo signor primiero,

et esso, onde venia, rivolge il corso,

per dargli, se potea, ratto soccorso.

E trova il miserel che tutto nudo

già in man de' suoi guerrier l'Iberno il pone,

che 'l portino, ove l'arme e 'l bianco scudo

han condotto in Avarco altre persone;

et ei cinto di sangue, altero e crudo

era già rimontato su l'arcione,

pensando, come avvenne, ch'altra gente

devesse ivi arrivare immantenente.

Tosto che 'l caso acerbo e dispietato

di Tristano alla vista s'appresenta,

di doglia e di furor tutto infiammato

inverso chi 'l tenea ratto s'avventa;

quel morto, quel ferito ha riversato

dell'aspra turba all'empia cura intenta;

et a cui con la spada non fa guerra

col voltar del caval distende a terra.

Qual tigre irata che ritrove il figlio,

che 'n mezzo a i cacciator legato giace,

che di questo e di quel molle e vermiglio

il campo intorno furiando face;

né con l'aguto morso e con l'artiglio

lassa i crudi avversari in tregua o 'n pace,

fin che quanti vi son veggia cadere,

e 'l desiato pegno aggia in potere.

Tal l'armorico re sembrava allora,

e sopra Seguran già il corso stende,

e 'l trova su 'l caval mal fermo ancora,

e da traverso e d'improviso il prende,

sì che 'l possente Eton non ben dimora

saldo al grand'urto e 'n terra si distende;

e pria che torne in piè, Tristan richiama

i guerrier, ch'ivi avea di maggior fama.

Che fu il re Galganese di Norgallo,

e 'l gran re Sinadosso d'Estrangorre,

e 'l re Rion, che nel paese Gallo

fu di sommo valor fondata torre;

e ciascun già lassato il suo cavallo

al più fido scudier, veloce corre,

e 'l miser Galealto accoglie in seno

d'atro sangue e di polve intorno pieno.

E d'ogni guerra intanto gli assicura

l'alto guerriero, e 'n voce gli conforta:

“Non aggia in sì bell'opera paura,

chi questo acuto brando ha per iscorta;

che pria mi spegnerà la morte oscura,

che del mio padiglion trovi la porta

senza il buon Galealto; se non vivo,

poi ch'ha voluto il ciel, di spirto privo.

Che dir non possa il figlio del re Bano,

ch'abbandonato sia pegno sì chiaro;

ove sia stato il fido suo Tristano

vie più di larghi onor, che d'anni avaro”.

Così dicendo, al fero Segurano

dà sopra l'elmo ancor colpo sì amaro,

ch'ove surger credea di nuovo in piede,

col sinistro ginocchio in terra fiede.

Ma in questo tempo già son molto avanti

col doloroso peso i tre gran regi,

ch'han già più duci e cavalieri erranti

ritrovati in cammin di nomi egregi;

e gli fan compagnia con larghi pianti,

e ricoperto l'han d'oscuri fregi;

e 'l conducono al fin con sommo onore,

ove al campo svegliaro alto dolore.

E 'l famoso Tristan, poi che s'accorge,

come in secura parte è Galealto,

e vede, ch'animoso omai risorge

il fero Segurano a nuovo assalto,

e con lui nuove schiere accolte scorge,

sì che 'n periglio vien gravoso et alto

di rimaner ravvolto stanco e solo

da numeroso, fresco e forte stuolo;

va cedendo alla forza a poco a poco,

senza volger però già mai le spalle;

e ritirando il piè di loco in loco

viene, ove l'Euro più stringea la valle;

ivi securo omai si prende in gioco

il difender da lor l'angusto calle,

ché tra le liquid'onde e tra le schiere,

che conducea Gaven, si può vedere.

Va dietro Seguran con torto sguardo,

qual lupo che 'l montone avea predato,

che mentre schiva il can, dal leve pardo

l'ha sentito furar d'ascoso lato

che 'l vorria racquistar, ma il passo ha tardo

al suo veloce gir; che 'l core irato

sfoga seguendo pur con lento corso,

sopra i roghi e gli spini oprando il morso.

Tal era egli in quel punto, e poi che vede,

come ogni disegnar gli torna vano,

il suo chiaro Brunoro e Palamede

ritrova su 'l sentier poco lontano;

i quai tanto il pregar, ch'ei ferma il piede

sciolto di speme omai d'aver Tristano,

dicendo: “Assai faceste in questo assalto,

poi ch'uccideste il nobil Galealto”.

Poi seguitò Brunoro: “A me parrebbe,

quantunque il sole ancor sia in alta parte,

che 'l miglior richiamare omai sarebbe

le genti intorno al guerreggiare sparte;

ché più là con ragion non si devrebbe

oggi per noi tentar l'ira di Marte,

sendo i nostri già stanchi ed a i nemici

quei, che sdegnati fur, tornati amici.

Voi potete veder ne i nostri danni

del figliol del re Ban l'insegne chiare,

senza le quali ancor non brevi affanni

aveste il vostro campo a conservare;

or sendo morto quel cui già tanti anni

più che 'l cor proprio suo si vide amare,

non debbiam noi pensar, ch'alla vendetta

con genereoso cor tosto si metta?

E quantunque il valor ch'io veggio in voi,

non men punto di quello essere stimi,

ei verrà intero e fresco ed avrà noi

lassi e 'mpiagati negli assalti primi;

i cavalieri erranti e i sommi eroi

di sangue alteri e di virtù sublimi

uscir vedreste allor che sol di lui

riconoscon l'impero e non d'altrui.

E voi sapete ben che questo giorno

per combattere il vallo uscimmo fuore,

né pensammo in campagna avere intorno

delle schiere novelle aspro furore;

e s'e' n'ha dato il ciel, che danno e scorno

venne a' nemici ed a noi largo onore,

sappiamlo mantenere a miglior'uso,

ove il nostro ordinar sia men confuso”.

Tal diceva Brunoro e benché fosse

al fero Segurano aspro consiglio,

il pregar pure e la ragione il mosse

a non tentar de' suoi certo periglio;

così arrestaro il corso e le sue fosse,

poi che l'oste nemico assai vermiglio

ha fatto e che da lui ne va lontano,

passò il Britanno esercito e Tristano.