Canto XXIII

By Giovanni Boccaccio

Ristrinsemi pietà l'anima alquanto

ad aver compassion di quel dolente,

cui io vedeva far così gran pianto.

Poi rimirando ad altro ivi presente,

vidi colui che il dolente regno

sonando visitò sì dolcemente:

Orfeo dico, che col suo ingegno

fece le misere ombre riposare

con la dolcezza del cavato legno.

Sonando ancora quivi il vidi stare

con Erudice sua, e mi parea

che il vedessi sonando cantare,

sollazandosi, versi, e sì dicea:

«Amore, a questa gioia mi conduce

la fiamma tua che nel cor mi si crea.

Amor, de' savi graziosa luce,

tu se' colui che 'ngentilisci i cori,

tu se' colui che 'n noi valore induce.

Per te si fugano angosce e dolori,

per te ogni allegrezza ed ogni festa

surge e riposa dove tu dimori.

O spegnitor d'ogni cosa molesta,

o dolce luce mia, questa Erudice

lunga stagion con gioia la mi presta!

Sempre mi chiamerò per te felice,

per te giocondo, per te amadore

starò come fa pianta per radice».

A veder quel mi s'allegrava il core,

e 'mmaginando quelle parolette

a me, non che a lui, crescea valore.

E poi, appresso a queste cose dette,

Diomede ed Ulisse si vedeano

divenuti merciai vender gioiette

tra suore quivi, che queste voleano

in vista comperar, ma dall'un lato

spade ed archi forti posti aveano,

saette ancor: de' quali avea pigliato

uno una suora ch'ivi stava presso,

e infino al ferro l'arco avea tirato.

Onde parea dicesser: «Questi è desso,

questi è Acchille, cui andian cercando»,

e gir se ne volean quindi con esso.

La qual cosa vedendo, sospirando

una sorella quivi contastava

a que' che lui andavan lusingando.

Acchille gir con essi disiava,

e spogliandosi l'abito iveritta

come buon cavalier presto s'armava.

Vedendo ciò Deidamia, trafitta

da grieve doglia, tutta scolorita

parea dicesse a lui allato ritta:

«Omè, anima mia, o dolce vita

del cor dolente che tu abandoni,

di cui fia tosto, credo, la finita,

in qua' parti vai tu? qua' regioni

cerchi tu più graziose che la mia?

deh, credi tu a questi due ladroni?

deh, non t'incresce di Deidamia?

I' son colei che più che altra t'amo

e che più ch'altra cosa ti disia.

In quant'io posso più mercé ti chiamo:

non mi ti tôrre, deh, non te ne gire,

non privar me di quel che io più bramo!

sola mia gioia, solo mio disire,

sola speranza mia, se tu ten vai,

subitamente mi credo morire.

In continova doglia e tristi guai

istarò sempre: deh, aggi pietate

di me, se grazia merita' giammai!

Ahi lassa, or son così guiderdonate

tutte le giovinette ch'aman voi,

che di subito sieno abandonate?

Ricordar certo credo che ti puoi

quanto onor abbi da me ricevuto,

e ancora puoi ricever, se tu vuoi.

L'abito che t'ha fatto sconosciuto

sì lungo tempo per me 'l ricevesti,

per me segreto se' stato tenuto.

E quando prima vergine m'avesti,

di mai partirti né d'altra pigliarne

sopra la fede tua mi promettesti.

Perché altrove vuogli adunque andarne?

Di me t'incresca e del comun figliuolo

ch'abbian, se non ti duol la propia carne.

Io so che tu vuogli ire al tristo stuolo

ch'è 'ntorno a Troia, ov'io dubito forte

che morto non vi sia e per gran duolo

a me medesma non ne segua morte».