Canto XXIX

By Giovanni Boccaccio

Riversata piangendo quivi appresso

si stava Dido in sul misero letto,

dov'era già dormitasi con esso,

maladicendo sé e 'l tristo petto

pien d'aspre cure aspramente battendo,

ripetendo ivi il perduto diletto.

In atto mi parea così dicendo:

«O doloroso luogo nel qual fui

già con Enea, tanta gioia sentendo,

omè, perché come ci avesti dui,

due non ci tieni? perché consentisti

che te giammai vedessi sanza lui?

A' miei sconsolati membri e tristi

porgi con falsa immagine letizia,

quando per te li spando, ove copristi

molte fiate già quel che 'n tristizia

ora mi fa sanza cagione stare

per lo suo inganno e coperta malizia».

Oh come trista lì ramaricare

la vi vedea con quella spada in mano

che fé poi la sua vita terminare!

Rompendosi le nere veste, invano

chiamando il nome d'Enea che l'atasse,

si pose quella al suo petto non sano:

e poi sopr'essa parve si lasciasse

cader piangendo e sospirando forte,

perché la spada di sopra passasse.

Forata quivi, dolorosa morte

l'occupò sopra 'l letto ove sedea

prima piangendo sua misera sorte.

Appresso questo, al mio parer, vedea

tanto contenti Florio e Biancifiore,

quantunque più ciascuno esser potea:

tututto il lor trapassato dolore

vera dipinto, degno di memoria,

pensando al lor perfettissimo amore.

E dopo questa piacevole storia,

vi vidi Lancilotto effigiato

con quella che sì lunga fu sua gloria.

Lì dopo lui, dal suo destro lato,

era Tristano e quella di cui elli

fu più che d'altra mai innamorato;

e più assai ancora dopo a quelli

n'avea ch'io non conobbi, o che la mente

non mi ridice bene i nomi d'elli.

Ond'io, che 'n maggior parte la presente

faccia compresa avea, ritornai 'l viso

a quella donna più ch'altra piacente.

Nol so, ma credol che di Paradiso

ella venisse, come io già dissi,

tant'ha biltà, valore e dolce riso.

– Oh felice colui –, con gli occhi fissi

a lei allora a dire incominciai,

– cui tu del tuo piacer degno coprissi!

Ringraziato possa esser sempre mai

il tuo Fattore, sì com'elli è degno,

veggendo le bellezze che tu hai.

Se un'altra volta il suo beato ingegno

ponesse a far sì bella creatura,

credo che lieto il doloroso regno

E' metterebbe in gioia fuor di misura,

che' santi scenderieno alla tua luce

e que' d'abisso verrieno in altura –.

– Con quanta gioia, credo, si conduce

ciascun di questi ch'è pien della grazia

di quel –, ricominciai, – che qui è duce.

Oh quanto è glorioso chi si spazia

ne' suoi disii mediante questo,

se con vile atto tosto non si sazia!

Non è occulto ciò, poscia che presto

chi più ha pena più oltre s'invia

a volerne sentir, ben che molesto,

dolendo sé, altrui dica che sia:

dunque se questo martire è soave,

la pace che ne segue chente fia?

Oh quanti e quali già il tenner grave

ch'avrieno il collo a via maggior gravezza

posto, sappiendo il dolce che 'n sé have!

Invidiosi alcuni dicon mattezza

esser seguir con ragion quello stile

che dà questo signor di gentilezza,

lo qual discaccia via ogni atto vile:

piacevole, cortese e valoroso

fa chi lui segue e più ch'altro gentile.

Superbia abatte, onde ciascun ritroso

o di vil condizione esser non puote

di sua schiera, e quinci invidioso

va ischernendo que' cui e' percuote –.