Canto XXVIII

By Giovanni Boccaccio

Non so chi sì crudel si fosse stato

che, quel ch'io vidi appresso rimirando,

di pietà non avesse lagrimato.

Pareva quivi apertamente quando

Dido partissi in fuga dal fratello,

e similmente come, edificando

a più poter, Cartagine nel bello

e util sito faceva avanzare,

e come a 'ngegno l'abitava quello.

Ricever quivi Enea ed onorare

lui e' suoi ancor vi si vedea

liberamente; e sanza dimorare

oltre mirando, ancora mi parea

vederle in braccio molto stretto Amore,

ben che Ascanio aver vi si credea;

lo qual basciando spesso, del suo ardore

prendea gran quantità occultamente,

tuttor tenendol nel segreto core.

Eravi poi come insiememente

costei con Enea ed altri assai

a caval giva onorevolmente,

ripetend'ella in sé quel che giammai

più non pareva a lei aver sentito,

fuor per Sicceo, sì com'io avisai.

Il chiaro viso bello e colorito,

mirando Enea con benigno aspetto,

tornava bianco spesso e scolorito.

Ma pervenuti quivi ad un boschetto,

lasciando i cani a' cerbi paurosi

di dietro, incominciaro il lor diletto.

Altri cornavano ed altri animosi

correvan dietro, e gridando faceano

i can più per lo grido valorosi.

Tutto un gran monte già compreso aveano

i cacciatori, e 'n una valle oscura

Dido ed Enea rimasi pareano.

E sì faccendo, fuor d'ogni misura

un vento quivi pareva levato,

che di nuvoli avea già la pianura

chiuso ed il monte ancora: onde tornato

pareva il sole indietro e divenuto

oscura notte il dì in ogni lato.

Horribili e gran tuon ciascun sentuto

aveva, e lampi venivano ardenti

con piover tal che mai non fu veduto.

Enea e Dido là fuggian correnti

in una grotta, e la lor compagnia

perduta avean, di ciò forse contenti.

Ivi parea che Dido ad Enea pria

parlasse molte parole amorose,

dopo le quali suo disio scopria:

ove Enea ascoltar quelle cose

vedeasi, lei abracciata tenere,

e quel fornir che ella li propose.

Venuti poi al lor reale ostiere

ed in tal gioia lungo tempo stati,

l'uno adempiendo dell'altro il piacere,

in quel luogo medesimo cambiati

vi si vedea dell'uno i sembianti

e dell'altro i voleri esser mutati.

Molto affrettando li suoi navicanti

Enea vi si vedea per mar fuggire,

le vele date all'aure soffianti.

A cui Dido parea di dietro dire:

«Omè, Enea, or che t'aveva io fatto

che fuggendo disii il mio morire?

Non è questo servar tra noi quel patto

che tu mi promettesti: or m'è palese

lo 'nganno c'hai coperto con falso atto.

Deh, non fuggir! Se l'essermi cortese

forse non vuogli, vincati pietate

almen de' tuoi, ché vedi quante offese

ognora ti minaccian le salate

onde del mar, per lo verno noioso

ch'ora 'ncomincia; e già hanno lasciate

qualunque leggi nel tempo amoroso

sogliono avere i venti, e ciascheduno

esce a sua posta e torna furioso.

Vedi ch'ad ora ad or ritorna bruno

l'aere e nebuloso e molti tuoni

e lampi lui percuotono, e nessuno

impeto è che or non s'abandoni

e faccia danno; e tu col tuo figliuolo

ora cercate nuove regioni!

Posati adunque tu ed il tuo stuolo,

lasciami almeno apparare a biasmarmi

immaginando il mio etterno duolo:

e poi, se tu vorrai, potrai lasciarmi».