Canto XXX
Volendo porre fine al recitare,
ch'a tutto dir troppo lungo saria,
tanto più ch'io non dico ancor vi pare,
a quella donna graziosa e pia
che dentro alla gran porta principale
col suo dolce parlar mi mise pria,
lei mirando, volta'mi: – Oh quanto vale –
dicendo, – aver vedute queste cose
che diciavate ch'eran tanto male!
Or come si porria più valorose,
che queste sien, giammai per nullo avere
o pensare o udir più maravigliose? –.
Rispose allor colei: – Parte vedere
quel ben che tu cercavi qui dipinto,
ché son cose fallaci e fuor di vere?
E' mi par pur che tal vista sospinto
t'abbia in falsa oppinion la mente,
ed ogni altro dovuto ne sia stinto.
Adunque torna in te debitamente:
ricorditi che morte col dubioso
colpo già vinse tutta questa gente.
Ver è ch'alcun più ch'altro valoroso
meritò fama, ma se 'l mondo dura
e' perirà il suo nome glorioso.
E questa simigliante alla verdura
che vi porge Ariete, che vegnendo
poi Libra appresso seccando l'oscura.
Nullo altro ben si dee andar caendo
che quello ove ci mena la via stretta,
dove entrar non volesti qua correndo.
Deh, quanto quello a' più savi diletta,
grazioso ed etterno! ed io il ti dissi
quando d'entrar pur qui avesti fretta.
Or dunque fa che più non stieno fissi
gli occhi a cotal piacer: ché se tu bene
quel ch'egli è con dritto occhio scoprissi,
aperto ti saria che 'n gravi pene
vive e dimora chiunque ha speranza
non saviamente, e a cotai cose tene.
Tu t'abagli te stesso in falsa erranza
con falso immaginar, per le presenti
cose che son di famosa mostranza.
Ed io, acciò che' vani avedimenti
cacci da te, vo' che mi segui alquanto;
e mosterrotti contro a quel ch'or senti,
mostrandoti la gioia e 'l lieto canto
de' tristi, che 'n ta' cose ebber già fede,
mutarsi in brieve in doloroso pianto.
Potrai veder colei, in cui si crede
essere ogni poter ne' ben mondani,
quanto arrogante a suo mestier provede,
or dando a questo, or ritornando vani
ciò che diede a quell'altro, molestando
in cotal guisa l'intelletti umani.
Per quel potrai veder vero, pensando
quanto sia van quel ben che' vostri petti
va sanza ragion nulla stimolando;
onde, seguendo que' beni imperfetti
con cieca mente, morendo perdete
il potere acquistare poi i perfetti.
In tal disio mai non si sazia sete:
dunque a quel ben, che sempre altrui tien sazio
e per cui acquistar nati ci sete,
dovrebbe ognuno, mentre ch'egli ha spazio,
affannarsi ad avere. Omai andiamo,
ché già il luminoso e gran topazio
in sulla seconda ora esser veggiamo
già sopra l'orizonte, ed il cammino
è lungo al poco spazio che abbiamo.
Ma io spero che 'l voler divino
ne farà grazia, ed io così li cheggio,
ched e' non ci fallisca punto infino
entrati sarem là, ove quel seggio
del perfetto riposo è stabilito
per que' che non disian d'aver peggio –.
Poi ch'io ebbi sì parlare udito
a quella donna, io le rispuosi: – Andate,
nullo mio passo fia da voi partito.
In questo sol vi priego che m'atiate,
che là dove 'l disio mi trasportasse
contra vostro piacer, mi correggiate –.
Ella mostrò negli atti ch'accettasse
la mia domanda, e mossesi e rivolta
mi disse allora ch'io la seguitasse.
Tutti e tre insieme, avvegna che con molta
fatica, la seguimmo, e la cagione
fu perché quistionammo alcuna volta
a non voler seguir sua mostrazione.