Canto XXXI

By Giovanni Boccaccio

Tosto finì il suo cammin costei,

che di quel loco per una portella

in altra sala ci menò con lei.

Ell'era grande, spaziosa e bella,

ornata tutta di belle pinture,

sì come l'altra ch'è davanti ad ella.

Oh quanto quivi in atto le figure

si mostravan tututte variate

dall'altre prime e non così sicure!

Color con festa e con gioconditate

parevan tutte con be' vestimenti,

costor con doglia e con avversitate.

Hai, quanto quivi parevan dolenti

e spaventati, qualunque vi s'era,

con vili e poverissimi ornamenti!

Ivi vid'io dipinta, in forma vera,

colei che muta ogni mondano stato,

tal volta lieta e tal con trista cera,

col viso tutto d'un panno fasciato,

e leggermente con le man volvea

una gran rota verso il manco lato.

Horribile negli atti mi parea,

e quasi sorda a niun priego fatto

da nullo lo 'ntelletto vi porgea;

e legge non avea né fermo patto

negli atti suoi volubili e incostanti,

ma come posto talor l'avea fratto:

volvendo sempre ora 'n dietro ora avanti

la rota sua sanza alcun riposo,

con essa dando gioia e talor pianti.

«Ogni uom che vuol montarci su sia oso

di farlo, ma quand'io 'l gitto a basso

inverso me non torni allor cruccioso.

Io non negai mai ad alcuno il passo

né per alcun mia maniera mutai,

né muterò, né 'l mio girar fia lasso,

venga chi vuol». Così immaginai

ch'ella dicesse, perché riguardando

dintorno ad essa vi vid'io assai,

i qua' su per la rota aderpicando

s'andavan con le man con tutto ingegno,

fino alla sommità d'essa montando.

Saliti su parea dicesser: «Regno»;

altri cadendo en l'infima cornice

parea dicessero: «Io son sanza regno».

In cotal guisa un tristo, altro felice

facea costei, secondo che la mente,

la qual non erra, ancora mi ridice.

Allor rivolto alla donna piacente

dissi: – Costei, ch'io veggio qui voltare,

conosco io per nimica veramente.

Tra l'altre creature a cui mi pare

dover portar più odio, questa è dessa,

però ch'ogni sua forza ed operare

ell'ha contra di me opposta e messa:

né prieghi, né saper, né forza alcuna

pacificar mi può giammai con essa.

Ognora nella faccia persa e bruna

mi si mostra crucciata e sempre a fondo

della sua rota mi trae dalla cuna,

gravandomi di sì noioso pondo

che levar non mi posso a risalire,

onde giammai non posso esser giocondo –.

Ridendo allor mi cominciò a dire

la donna: – Allora e' tu se' di coloro

ch'alle mondane cose hanno 'l disire?

ai quali se ella desse tutto l'oro

che è sotto la luna, pure aversa

riputerebber lei a' voler loro.

Torrotti adunque di cotal traversa

oppinione, e mostrerotti come

più son beati que' che l'han perversa.

Il dir Fortuna è un semplice nome,

il posseder quel ch'ella dà è vano,

o sanza frutto affanno se ne prome.

Odirai come: e se 'l mio dire estrano

è dalla verità, conceder puossi

che seguir vizio sia al salvar sano.

Solamente da te vo' che rimossi

sieno i pensier fallaci, se procede

il mio parlar con ver, sì che tu possi

inter vedere come si concede

che quel che più al vostro intendimento

agrada, più con gravezza vi lede –.

Allora rispos'io: – Io son contento,

donna, d'udire, acciò che 'l mio errore

io riconosca, però che io sento

non aver nulla esser grave dolore –.