Canto XXXII
Incominciò allor costei a dire:
– Voi, terreni animal, disiderate
i voler vostri tututti seguire
mediante costei, cui voi chiamate
Fortuna buona e rea, secondo ch'essa
vi dà e to' mondana facultate.
In prima alcuni domandon ad essa
molta ricchezza, credendosi stare
sanza bisogno alcun possedendo essa.
Vaghi sono altri sol di poter fare
sì che avuti sieno in reverenza
da tutti, e 'n ciò s'ingegnan d'avanzare.
In alcuni altri aver somma potenza
par sommo bene, e questo van cercando
tanto gli abaglia la falsa credenza.
Risplendere altri si vanno ingegnando
di nobil sangue ed il nome famoso
o per guerra o per pace van cercando.
Tai son che credon ch'esser copioso
di volontà carnal, ch'è van diletto,
faccia chi ciò possiede glorioso.
Vogliono alcuni, acciò che il difetto
del non poter si rivolga in potere,
ricchezza, e per poter porre in effetto
ogni libidinoso lor piacere;
così figliuoli alcuni, altri altre cose,
e questo interamente hanno in calere.
Se forse una di queste hanno ritrose
al lor volere, qualunque s'è quello
ch'alcuna aver nell'animo propose,
incontanente con animo fello
contra questa si turba ed essa dice
nimica, e forse fu difetto d'ello.
Intendi adunque e vedi che felice
costei non puote giammai fare alcuno,
posto che del mondan sia donatrice.
Non vedi tu che e' non è nessuno,
che abondi in ricchezze, che non sia
d'ogni riposo e diletto digiuno?
Continovo nell'animo li fia
pensiero e cura di poter guardarle,
temendo di nascosa tirannia.
Vedi dunque che bene ha d'ammassarle,
poiché insidie tutto tempo teme
ed in più quantità voler recarle.
Il povero uom di tal cosa non geme,
né perde sonno, né lascia sentiero,
sol di sua vita trar pensiero il preme:
alla quale, a voler narrare il vero,
poco li basta, ma il ricco avaro
di molto aver non ha suo disio intero.
Me' puote ancora il ricco dar riparo
alle fami ed a' freddi, ben che puro
le sente alcuna volta, o spesso o raro.
Or quinci segue al pover che sicuro
vive di non cader, né spera mai
che caso fortunal li paia duro.
Ricchezza adunque, quand'ella è assai,
più fa indigente il suo posseditore,
con più pensier, con più cura e più guai.
Colui che vuol per dignitate onore,
veggian, se la Fortuna gliel concede,
s'egli avrà quel che e' disia nel core.
Or non agli occhi di qualunque vede
è manifesto che tornan viziosi
tantosto che neuna ne possiede?
Ma se per quelle forse virtuosi
ne ritornassero, io consentirei
che tutti voi ne fosti disiosi.
E d'altra parte dignità i rei
fa manifesti, ed ogni lor mancanza
è conosciuta più ch'io non potrei
né parlar, né mostrar: dunque v'avanza
questa se vi si mostra allor turbata,
quando chiedendo state in tale erranza.
Beati alcun si diceria se data
fosse lor forse potenza reale,
non conoscendo il mal di ch'è vallata.
E questa podestà niente vale,
ch'ella non può fuggire il duro morso
della sollecitudine, che male
a lei non faccia, né può dar soccorso
a quel noioso e rigido tormento
che di paura dà l'amaro sorso.
Togliendo questa cotal reggimento,
pace vi dona dove guerra avreste,
e voi nol conoscete; onde, scontento
ogni uom, pur quel, che dar non vuol, vorreste –.