CANTO XXXIIII.
O Famelice inique e fiere Harpie
Ch'all'acceca / ta Italia e d'er/ ror piena
Per punir forse antique colpe rie
In ogni mensa al to giudicio me na,
Innocenti fanciulli e madri pie
Cascan di fame, e veggon ch'una cena
Di questi mostri rei tutto divora
Cio che del viver lor sostegno fora,
Troppo fallo chi le spelonche aperse
Che gia molt'anni erano state chiuse,
Onde il fetore e l'ingordigia emerse
Ch'ad ammorbare Italia si diffuse,
Il bel vivere allhora si summerse
E la quiete in tal modo s'escluse
Ch'in guerre in poverta sempre: e in affanni
E dopo stata, & e per star molt'anni.
Fin ch'ella un giorno a i neghitosi figli
Scuota la chioma, e cacci fuor di Lethe,
Gridando lor, non fia chi rassimigli
Alla virtu di Calai e di Zete?
Che le mense dal puzzo e da gli artigli
Liberi, e torni a lor monditia liete?
Come essi gia quelle di Phineo, e dopo
Fe il Paladin quelle del Re Etiopo.
Il Paladin col suono horribil venne
Le brutte Harpie cacciando in fuga e in rotta
Tanto ch'a pie d'un monte si ritenne
Ove esse erano entrate in una grotta,
L'orecchie attente allo spiraglio tenne
E l'aria ne senti percossa e rotta
Da pianti e d'urli e da lamento eterno
Segno evidente quivi esser lo'nferno.
Astolfo si penso d'entrarvi dentro
E veder quei c'hanno perduto il giorno,
E penetrar la terra fin'al centro
E le bolgie infernal cercare intorno,
Di che debbo temer (dicea) s'io v'entro?
Che mi posso aiutar sempre col corno.
Faro fuggir Plutone e Sathanasso
E'l Can trifauce levero dal passo.
De l'alato destrier presto discese
E lo lascio legato a un'arbuscello,
Poi si calo ne l'antro, e prima prese
Il corno, havendo ogni sua speme in quello,
Non ando molto inanzi, che gli offese
Il naso e gliocchi un fumo oscuro e fello
Piu che di pece grave e che di zolfo
Non sta d'andar per questo inanzi Astolfo.
Ma quanto va piu inanzi, piu s'ingrossa
Il fumo, e la caligine, e gli pare
Ch'andare inanzi piu troppo non possa
Che sara forza a dietro ritornare,
Ecco non sa che sia, vede far mossa
Da la volta di sopra, come fare
Il Cadavero appeso al vento suole,
Che molti di, sia stato all'acqua e al Sole.
Si poco e quasi nulla era di luce
In quella affumicata, e nera strada
Che non comprende, e non discerne il Duce
Chi questo sia che si per l'aria vada,
E per notitia haverne, si conduce
A dargli uno o duo colpi de la spada
Stima poi ch'uno spirto esser quel debbia
Che gli par di ferir sopra la nebbia.
Allhor senti parlar con voce mesta,
Deh senza fare altrui danno giu cala,
Pur troppo il negro fumo mi molesta
Che dal fuoco infernal qui tutto eshala:
Il Duca stupefatto allhor s'arresta
E dice all'ombra: se Dio tronchi ogni ala
Al fumo, si ch'a te piu non ascenda
Non ti dispiaccia che'l tuo stato intenda.
E se vuoi che di te porti novella
Nel mondo su, per satisfarti sono,
L'ombra rispose, alla luce alma e bella
Tornar per fama anchor si mi par buono,
Che le parole e forza che mi svella
Il gran desir c'ho d'haver poi tal dono:
E che'l mio nome e l'esser mio ti dica
Ben che'l parlar mi sia noia e fatica.
E comincio, Signor Lydia sono io
Del Re di Lydia in grande altezza nata,
Qui dal giudicio altissimo di Dio
Al fumo eternamente condannata,
Per esser stata al fido amante mio
Mentre io vissi, spiacevole & ingrata,
D'altre infinite e questa grotta piena
Poste per simil fallo in simil pena.
Sta la cruda Anaxarete piu al basso
Ove e maggiore il fumo: e piu martire:
Resto converso al mondo il corpo in sasso
E l'anima qua giu venne a patire,
Poi che veder per lei l'afflitto e lasso
Suo amante appeso pote sofferire:
Qui presso e Daphne c'hor s'avvede quanto
Errasse a fare Apollo correr tanto.
Lungo saria se glinfelici spirti
De le femine ingrate che qui stanno
Volesse ad uno ad uno riferirti,
Che tanti son ch'in infinito vanno,
Piu lungo anchor saria gli huomini dirti
A quai l'essere ingrato ha fatto danno:
E che puniti sono in peggior loco
Ove il fumo gli accieca: ecuoce il fuoco
Perche le donne piu facili e prone
A creder son, di piu supplicio e degno
Chi lor fa inganno, il sa Theseo e Iasone
E chi turbo a Latin l'antiquo regno,
Sallo ch'incontra se il frate Absalone
Per Tamar trasse a sanguinoso sdegno,
Et altri,& altre, che sono infiniti
Che lasciato han chi moglie e chi mariti.
Ma per narrar di me piu che d'altrui
E palesar l'error che qui mi trasse:
Bella,ma altiera piu, si in vita fui
Che non so s'altra mai mi s'aguagliasse:
Ne ti saprei ben dir,di questi dui
S'in me l'orgoglio,o la belta avanzasse:
Quantunque il fasto e l'alterezza nacque
Da la belta, ch'a tutti gliocchi piacque.
Era in quel tempo in Thracia un cavalliero
Estimato il miglior del mondo in arme:
Ilqual da piu d'un testimonio vero
Di singular belta, senti lodarme,
Tal che spontaneamente fe pensiero
Di volere il suo amor tutto donarme,
Stimando meritar per suo valore
Che caro haver di lui dovessi il core.
In Lydia venne, e d'un laccio piu forte
Vinto resto, poi che veduta m'hebbe,
Con glialtri cavallier si messe in corte
Del padre mio, dove in gran fama crebbe,
L'alto valore, e le piu d'una forte
Prodezze che mostro, lungo sarebbe
A raccontarti, e il suo merto infinito
Quando egli havesse a piu grato huom servito
Pamphylia e Caria, e il regno de Cylici
Per opra di costui mio padre vinse:
Che l'esercito mai contra i nimici
Se non quanto volea costui:non spinse,
Costui poi che gli parve i benefici
Suoi meritarlo, un di col Re si strinse,
A domandar gli in premio de le spoglie
Tante arrecate, ch'io fossi sua moglie.
Fu repulso dal Re, ch'in grande stato
Maritar disegnava la figliuola,
Non a costui, che cavallier privato
Altro non tien che la virtude sola,
E'l padre mio troppo al guadagno dato
E all'avaritia d'ogni vitio schuola,
Tanto apprezza costumi, o virtu ammira
Quanto l'asino fa il suon de la lira.
Alceste il cavallier di ch'io ti parlo
(Che cosi nome havea) poi che si vede
Repulso, da chi piu gratificarlo
Era piu debitor, commiato chiede,
E lo minaccia nel partir: di farlo
Pentir, che la figliuola non gli diede,
Se n'ando al Re d'Armenia emulo antico
Del Re di Lydia, e capital nimico.
E tanto stimulo che lo dispose
A pigliar l'arme e far guerra a mio padre
Esso per l'opre sue chiare e famose
Fu fatto capitan di quelle squadre,
Del Re d'Armenia tutte l'altre cose
Disse, ch'acquisteria, sol le·leggiadre
E belle membra mie, volea per frutto
De l'opra sua, vin·o c'havesse il tutto.
Io non ti potre'esprimere il gran danno
Ch'Alceste al padre mio fa in quella guerra
Quattro eserciti rompe, e in men d'un anno
Lo mena a tal, che non gli lascia terra,
Fuor ch'un castel, ch'alte pendici fanno
Fortissimo, e la dentro il Re si serra
Con la famiglia che piu gli era accetta,
E col thesor che trar vi puote in fretta.
Quivi assedionne Alceste, & in non molto
Termine, a tal disperation ne trasse,
Che per buon patto havria mio padre tolto
Che moglie e serva anchor, me gli lasciasse,
Con la meta del regno, s'indi assolto
Restar d'ogni altro danno si sperasse,
Vedersi in breve de l'avanzo privo
Era ben certo, e poi morir captivo.
Tentar prima ch'accada , si dispone
Ogni rimedio che possibil sia,
E me che d'ogni male era cagione
Fuor de la rocca ov'era Alceste invia,
Io vo ad Alceste con intentione
Di dargli in preda la persona mia,
E pregar che la parte che vuol tolga
Del regno nostro, e l'ira in pace volga:
Come ode Alceste ch'io vo a ritrovarlo
Mi viene incontra pallido e tremante,
Di vinto e di prigione a riguardarlo
Piu che di vincitore have sembiante,
Io che conosco ch'arde, non gli parlo
Si come havea gia disegnato inante,
Vista l'occasion fo pensier nuovo
Conveniente al grado in ch'io lo trovo.
A maledir comincio l'amor d'esso
E di sua crudelta troppo a dolermi,
Ch'iniquamente habbia mio padre oppresso
E che per forza habbia cercato havermi,
Che con piu gratia gli saria successo
Indi a non molti di: se tener fermi
Saputo havesse i modi cominciati,
Ch'al Re & a tutti noi si furon grati.
E se ben da principio il padre mio
Gli havea negata la domanda honesta:
(Perho che di natura e un poco rio
Ne mai si piega alla prima richiesta)
Farsi per cio di ben servir restio
Non doveva egli, e haver l'ira si presta
Anzi,ognhor meglio oprando, tenercerto
Venire in breve al desiato merto.
E quando ancho mio padre a lui ritroso
Stato fosse, io l'havrei tanto pregato
C'havria l'amante mio fatto mio sposo:
Pur se veduto io l'havessi ostinato
Havrei fatto tal'opra di nascoso
Che di me Alceste si saria lodato:
Ma poi ch'a lui tentar parve altro modo
Io di mai non l'amar fisso havea il chiodo
E se ben'era a lui venuta, mossa
Da la pieta ch'al mio padre portava,
Sia certo che non molto fruir possa
Il piacer ch'al dispetto mio gli dava,
Ch'era per far di me la terra rossa
Tosto ch'io havessi allasua voglia prava
Con questa mia persona satisfatto
Di quel che tutto a forza saria fatto.
Queste parole e simili altre usai
Poi che potere in lui mi vidi tanto,
E'l piu pentito lo rendei che mai
Si trovasse ne l'eremo alcun Santo,
Mi cadde a piedi e supplicommi assai
Che col coltel che si levo da canto
(E volea in ogni modo ch'iol pigliassi)
Di tanto fallo suo mi vendicassi.
Poi ch'io lo trovo tale io fo disegno
La gran vittoria insin'al fin seguire,
Gli do speranza di farlo ancho degno
Che la persona mia potra fruire,
S'emendando il suo error: l'antiquo regno
Al padre mio fara restituire,
E nel tempo a venir vorra acquistarme
Servendo amando e non mai piu per arme.
Cosi far mi promesse, e ne la rocca
Intatta mi mando come a lui venni,
Ne di baciarmi pur s'ardi la bocca:
Vedi s'al collo il giogo ben gli tenni,
Vedi se bene Amor per me lo tocca
Se convien che per lui piu strali impenni,
Al Re d'Armenia ando, di cui dovea
Esser per patto cio che si prendea.
E con quel miglior modo ch'usar puote
Lo priega ch'al mio padre il regno lassi,
Delqual le terre ha depredate e vote
Et a goder l'antiqua Armenia passi,
Quel Re d'ira infiammando ambe le gote
Disse ad Alceste che non vi pensassi:
Che non si volea tor da quella guerra
Fin che mio padre havea palmo di terra.
E s'Alceste e mutato alle parole
D'una vil feminella: habbiasi il danno:
Gia a prieghi esso di lui, perder non vuole
Quel ch'a fatica ha preso in tutto un'anno,
Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole
Che seco effetto i prieghi suoi non fanno,
All'ultimo s'adira e lo minaccia
Che vuol per forza o per amor lo faccia.
L'ira multiplico si, che li spinse
Da le male parole a i peggior fatti,
Alceste contra il Re la spada strinse
Fra mille ch'in suo aiuto s'eran tratti,
E mal grado lor tutti ivi l'estinse
E quel di anchor gliArmeni hebbe disfatti
Con l'aiuto de Cilici e de Thraci
Che pagava egli: e d'altri suoi seguaci.
Seguito la vittoria, & a sue spese
Senza dispendio alcun del padre mio,
Ne rende tutto il regno in men d'un mese,
Poi per ricompensarne il danno rio,
Oltr'alle spoglie che ne diede, prese
In parte, e gravo in parte di gran Fio
Armenia e Capadocia che confina
E scorse Hyrcania fin su la marina.
In luogo di triompho al suo ritorno
Facemmo noi pensier dargli la morte,
Restammo poi per non ricever scorno
Che lo veggian troppo d'amici forte,
Fingo d'amarlo, e piu di giorno in giorno
Gli do speranza d'essergli consorte,
Ma prima contra altri nimici nostri
Dico voler che sua virtu dimostri.
E quando sol, quando con poca gente
Lo mando a starne imprese, e perigliose,
Da farne morir mille agevolmente,
Ma lui successer ben tutte le cose,
Che torno con vittoria, e fu sovente
Con horribil persone e monstruose
Con Giganti a battaglia e Lestrigoni
Ch'erano infesti a nostre regioni.
Non fu da Euristheo mai, non fu mai tanto
Da la Matrigna esercitato Alcide
In Lerna, in Nemea, in Thracia, in Erimanto
Alle valli d'Etholia, alle Numide
Su'l Tevre, su l'Hibero, e altrove, quanto
Con prieghi finti, e con voglie homicide
Esercitato fu da me il mio amante:
Cercando io pur di torlomi d'avante.
Ne potendo venire al primo intento
Vengone ad un di non minore effetto,
Gli fo quei tutti ingiuriar ch'io sento
Che per lui sono, e a tutti in odio il metto,
Egli che non sentia maggior contento
Che d'ubbidirmi, senza alcun rispetto
Le mani a i cenni miei sempre havea pronte,
Senza guardare un piu d'unaltro in fronte.
Poi che mi fu, per questo mezo, aviso
Spento haver del mio padre ogni nimico:
E per lui stesso Alceste haver conquiso:
Che non si havea per noi lasciato amico,
Quel ch'io gli havea con simulato viso
Celato fin'allhor, chiaro gli esplico:
Che grave e capitale odio gli porto:
E pur tuttavia cerco che sia morto.
Considerando poi, s'io lo facessi
Ch'in publica ignominia ne verrei
(Sapeasi troppo quanto io gli dovessi
E crudel detta sempre ne sarei)
Mi parve fare assai ch'io gli togliessi
Di mai venir piu inanzi a gliocchi miei:
Ne veder ne parlar mai piu gli volsi
Ne messo udi ne lettera ne tolsi.
Questa mia ingratitudine gli diede
Tanto martir, ch'al fin dal dolor vinto
E dopo un lungo domandar mercede
Infermo cadde, e ne rimase estinto,
Per pena ch'al fallir mio si richiede
Hor gliocchi ho lachrymosi, e ilviso tinto
Del negro fumo, e cosi havro in eterno
Che nulla redentione e nel'inferno.
Poi che non parla piu Lydia infelice
Va il Duca per saper s'altri vi stanzi:
Ma la caligine alta ch'era ultrice
De l'opre ingrate, si gl'ingrossa inanzi,
Ch'andare un palmo sol piu non gli lice
Anzi a forza tornar gli conviene, anzi
Perche la vita non gli sia intercetta
Dal fumo, i passi accelerar con fretta.
Il mutar spesso de le piante ha vista
Di corso, e non di chi passeggia o trotta:
Tanto salendo in verso l'erta acquista
Che vede dove aperta era la grotta,
E l'aria gia caliginosa e trista
Dal lume cominciava ad esser rotta:
Al fin con molto affanno e grave ambascia
Esce de l'antro, e dietro il fumo lascia.
E perche del tornar la via sia tronca
A quelle bestie c'han si ingorde l'epe,
Raguna sassi, e molti arbori tronca
Che v'eran qual d'amomo: e qual di pepe
E come puo, dinanzi alla spelonca
Fabrica di sua man quasiuna siepe,
E gli succede cosi ben quell'opra
Che piu l'Harpie non torneran di sopra.
Il negro fumo de la scura pece
Mentre egli fu ne la caverna tetra
Non macchio sol quel ch'apparia & infece,
Ma sotto i panni anchora entra e penetra:
Si che per trovare acqua andar lo fece
Cercandoun pezzo, e al fin fuor d'una pietra
Vide una fonte uscir ne la foresta
Ne laqual si lavo dal pie alla testa.
Poi monta il volatore e in aria s'alza
Per giunger di quel monte in su la cima:
Che non lontan con la superna balza
Dal cerchio de la Luna esser si stima,
Tanto e il desir che di veder lo'ncalza
Ch'al cielo aspira, e la terra non stima:
De l'aria piu, e piu sempre guadagna
Tanto ch'al giogova de la montagna.
Zaphir, Rubini, Oro, Topati, e Perle:
E Diamanti, e Chrysoliti, e Hiacynthi:
Potriano i fiori assimigliar: che per le
Liete piaggie v'havea l'aura dipinti:
Si verdi l'herbe che possendo haverle
Qua giu, ne foran gli smeraldi vinti:
Ne men belle de gliarbori le frondi
E di frutti e di fior sempre fecondi.
Cantan fra i rami gli augelletti vaghi
Azurri, e bianchi, e verdi, e rossi, e gialli
Murmuranti ruscelli, e cheti laghi
Di limpidezza vincono i crystalli,
Una dolce aura che ti par che vaghi
A un modo sempre, e dal suo stil non falli
Facea si l'aria tremolar d'intorno
Che non potea noiar calor del giorno.
E quella a i fiori a i pomi, e alla verzura
Gli odor diversi depredando giva:
E di tutti faceva una mistura
Che di soavita l'alma notriva,
Surgea un palazzo in mezo alla pianura
Ch'acceso esser parea di fiamma viva,
Tanto splendore intorno: e tanto lume
Raggiava fuor d'ogni mortal costume.
Astolfo il suo destrier verso il palagio
Che piu di trenta miglia intorno aggira,
A passo lento fa muovere adagio
E quinci, e quindi il bel paese ammira:
E giudica appo quel, brutto e malvagio
E che sia al cielo & a natura in ira
Questo c'habitian noi fetido mondo,
Tanto e soave quel chiaro e giocondo.
Come egli e presso al luminoso tetto
Attonito riman di maraviglia,
Che tutto d'una gemmae'l muro schietto
Piu che carbonchio lucida e vermiglia,
O stupenda opra, o dedalo architetto
Qual fabrica tra noi le rassimiglia?
Taccia qualunque le mirabil sette
Moli del mondo in tanta gloria mette,
Nel lucente vestibulo di quella
Felice casa, un vecchio al Duca occorre
Che'l manto ha rosso e bianca la gonnella
Che l'un puo al latte e l'altroal minio opporre
I crini ha bianchi, e bianca la mascella
Di folta barba ch'al petto discorre:
Et e si venerabile nel viso
Ch'un de gli eletti par del paradiso.
Costui con lieta faccia al Paladino
Che riverente era d'arcion disceso
Disse, o Baron che per voler divino
Sei nel terrestre paradiso asceso,
Come che ne la causa del camino
Ne il fin del tuo desir da te sia inteso,
Pur credi, che non senza alto mysterio
Venuto sei da l'Artico hemisperio.
Per imparar come soccorrer dei
Carlo, e la santa fe tor di periglio,
Venuto meco a consigliar ti sei
Per cosi lunga via senza consiglio,
Ne a tuo saper, ne a tua virtu vorrei
Ch'esser qui giunto attribuissi o figlio,
Che ne il tuo corno, ne il cavallo alato
Ti valea, se da Dio non t'era dato.
Ragionerem piu adagio insieme poi:
E ti diro come a procedere hai:
Ma prima vienti a ricrear con noi
Che'l digiun lungo de noiarti hormai,
Continuando il Vecchio i detti suoi
Fece maravigliare il Duca assai,
Quando scoprendo il nome suo, gli disse
Esser colui che l'Evangelio scrisse.
Quel tanto al Redentor caro Giovanni
Per cui il sermone tra i fratelli uscio,
Che non dovea per morte finir glianni
Si che fu causa che'l figliuol di Dio
A Pietro disse, perche pur t'affanni?
S'io vo che cosi aspetti il venir mio?
Ben che non disse egli non de morire
Si vede pur che cosi volse dire.
Quivi fu assunto, e trovo compagnia
Che prima Enoch il Patriarcha v'era,
Eravi insieme il gran Propheta Helya,
Che non han vista anchor l'ultima sera,
E fuor de l'aria pestilente e ria
Si goderan l'eterna primavera,
Fin che dian segno l'angeliche tube
Che torni Christo in su la bianca nube.
Con accoglienza grata il Cavalliero
Fu da i Santi alloggiato in una stanza,
Fu provisto in un'altra al suo destriero
Di buona biada che gli fu a bastanza,
De frutti a lui del Paradiso diero
Di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza
Scusa non sono i duo primi parenti
Se per quei fur si poco ubbidienti.
Poi ch'a natura il Duca aventuroso
Satisfece di quel che se le debbe,
Come col cibo cosi col riposo
Che tutti e tutti i commodi quivi hebbe:
Lasciando gia l'Aurora il vecchio Sposo
Ch'anchor per lunga eta mai non l'increbbe
Si vide incontra nel uscir del letto
Il discipul da Dio tanto diletto.
Che lo prese per mano, e seco scorse
Di molte cose di silentio degne,
E poi disse, figliuol tu non sai forse
Che in Francia accada, anchor che tu ne vegne
Sappi che'l vostro Orlando, perche torse
Dal camin dritto le commesse insegne,
E punito da Dio, che piu s'accende
Contra chi egli ama piu.quando s'offende.
Il vostro Orlando a cui nascendo diede
Somma possanza Dio con sommo ardire,
E fuor del'human'uso gli concede
Che ferro alcun non lo puo mai ferire,
Perche a difesa di sua santa Fede
Cosi voluto l'ha constituire
Come Sansone incontra a Philistei
Constitui a difesa de gli Hebrei.
Renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
Di tanti benefici iniquo merto,
Che quanto haver piu lo dovea in favore
Ne stato il fedel popul piu deserto,
Si accecato l'havea l'incesto amore
D'una Pagana, c'havea gia sofferto
Due volte e piu: venire empio e crudele
Per dar la morte al suo cugin fedele.
E Dio per questo fa ch'egli va folle
E mostra nudo il ventre il petto, e il fianco,
E l'intelletto si gli offusca e tolle
Che non puo altrui conoscere, e se manco,
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir ancho,
Che sette anni il mando di furor pieno
Si che qual bue, pasceva l'herba e il fieno
Ma perch'assai minor del Paladino
Che di Nabucco e stato pur l'eccesso
Sol di tre mesi dal voler divino
A purgar questo error termine emesso,
Ne ad altro effetto per tanto camino
Salir qua su t'ha il Redentor concesso,
Se non perche da noi modo tu apprenda
Come ad Orlando il suo senno si renda.
Glie ver che ti bisogna altro viaggio
Far meco, e tutta abbandonar la terra,
Nel cerchio de la Luna a menar t'haggio
Che de i pianeti a noi piu prossima erra,
Perche la medicina che puo saggio
Rendere Orlando, la dentro si serra,
Come la Luna questa notte sia
Sopra noi giunta, ci porremo in via.
Di questo e d'altre cose fu diffuso
Il parlar de l'Apostolo quel giorno,
Ma poi che'l Sol s'hebbe nel mar rinchiuso
E sopra lor levo la Luna il corno
Un carro apparecchiosi ch'era ad uso
D'andar scorrendo per quei Cieli intorno:
Quel gia ne le montagne di Giudea
Da mortali occhi Helya levato havea.
Quattro destrier via piu che fiamma rossi
Al giogo il santo Evangelista aggiunse,
E poi che con Astolfo rassetossi
E prese il freno: in verso il ciel li punse,
Ruotando il carro per l'aria levossi
E tosto in mezo il fuoco eterno giunse,
Che'l Vecchio se miracolosamente
Che mentre lo passar non era ardente.
Tutta la Sphera varcano del fuoco
Et indi vanno al regno de la Luna
Veggon per la piu parte esser quel loco
Come un'acciar che non ha macchia alcuna,
E lo trovano uguale o minor poco
Di cio ch'in questo globo si raguna,
In questo ultimo globo de la terra
Mettendo il mar che la circonda e serra.
Quivi hebbe Astolfo doppia maraviglia
Che quel paese appresso era si grande,
Ilquale a un picciol tondo rassimiglia
A noi che lo miriam da queste bande,
E ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia
S'indi la terra e'l mar ch'intorno spande
Discerner vuol, che non havendo luce
L'imagin lor poco alta si conduce.
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
Sono la su, che non son qui tra noi,
Altri piani, altre valli, altre montagne,
C'han le cittadi hanno i castelli suoi:
Con case dele quai mai le piu magne
Non vide il Paladin prima ne poi,
E vi sono ample e solitarie selve
Ove le nymphe ogn'hor cacciano belve.
Non stette il Duca a ricercare il tutto
Che la non era asceso a quello effetto,
Da l'Apostolo santo fu condutto
In un vallon fra due montagne istretto,
Ove mirabilmente era ridutto
Cio che si perde, o per nostro diffetto
O per colpa di tempo o di Fortuna,
Cio che si perde qui, la si raguna,
Non pur di regni o di ricchezze parlo
In che la ruota instabile lavora,
Ma di quel, ch'in poter di tor di darlo
Non ha Fortuna, intender voglio anchora,
Molta Fama e la su, che come Tarlo
Il Tempo al lungo andar qua giu divora.
La su infiniti prieghi e voti stanno
Che da noi peccatori a Dio si fanno.
Le lachryme e i sospiri de gli amanti
L'inutil tempo che si perde a giuoco,
E l'otio lungo d'huomini ignoranti
Vani disegni che non han mai loco,
I vani desideri sono tanti
Che la piu parte ingombran di quel loco ,
Cio che in somma qua giu perdesti mai
La su salendo ritrovar potrai.
Passando il Paladin per quelle biche
Hor di questo hor di quel chiede'alla guida,
Vide un monte di tumide vesiche
Che dentro parea haver tumulti e grida:
E seppe ch'eran le corone antiche
E de gli Assyri, e de la terra Lyda:
E de Persi: e de Greci, che gia furo
Inclyti: & hor n'e quasi il nome oscuro.
Hami d'oro e d'argento appresso vede
In una massa: ch'erano quei doni
Che si fan con speranza di mercede
A i Re, a gli avari Principi: a i Patroni
Vede in ghirlande ascosi lacci, e chiede
Et ode, che son tutte adulationi,
Di cicale scoppiate imagine hanno
Versi ch'in laude de i Signor si fanno .
Di nodi d'oro e di gemmati ceppi
Vede c'han forma i mal seguiti amori,
V'eran d'Aquile artigli, e che fur, seppi
L'authorita ch'a i suoi danno i Signori,
I mantici ch'intorno han pieni i greppi,
Sono i fumi de i principi e i favori
Che danno un tempo a i Ganymedi suoi:
Che se ne van col fior de glianni poi.
Ruine di cittadi e di castella
Stavan con gran thesor quivi sozopra,
Domanda, e sa che son trattati, e quella
Congiura, che si mal par chesi cuopra,
Vide serpi con faccia di donzella
Di monetieri e di ladroni l'opra
Poi vide boccie rotte di piu sorti
Ch'era il servir de le misere corti.
Di versate minestre una gran massa
Vede, e domanda al suo Dottor ch'importe
L'elemosyna (e dice) che si lassa
Alcun, che fatta sia dopo la morte,
Di varii fiori ad un gran monte passa
C'hebbe gia buono odore, hor putia forte
Questo era il dono (se perho dir lece)
Che Constantino al buon Silvestro fece
Vide gran copia di panie con visco
Ch'erano o Donne le bellezze vostre,
Lungo sara se tutto in verso ordisco
Le cose che gli fur quivi dimostre,
Che dopo mille e mille io non finisco:
E vi son tutte l'occurrentie nostre,
Sol la pazzia non v'e poca ne assai
Che sta qua giu, ne se ne parte mai.
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui
Ch'egli gia havea perduti si converse,
Che se non era interprete con lui
Non discernea le forme lor diverse,
Poi giunse a quel, che par si haverlo a nui
Che mai per esso a Dio voti non ferse,
Io dico il senno, e n'era quivi un monte
Solo assai piu che l'altre cose conte.
Era come un liquor suttile e molle
Atto a eshalar se non si tien ben chiuso:
E si vedea raccolto in varie ampolle
Qual piu,qual men capace, atte a quell'uso,
Quella e maggior di tutte, in che del folle
Signor d'Anglante era il gran senno infuso:
E fu da l'altre conosciuta, quando
Havea scritto di fuor Senno d'Orlando.
E cosi tutte l'altre havean scritto ancho
Il nome di color di chi fu il senno,
Del suo gran parte vide il Duca franco,
Ma molto piu maravigliar lo fenno,
Molti, ch'egli credea che dramma manco
Non dovessero haverne, e quivi denno
Chiara notitia, che ne tenean poco
Che molta quantita n'era in quel loco.
Altri in amar lo perde, altri in honori:
Altri in cercar scorrendo il mar richezze,
Altri ne le speranze de Signori:
Altri dietro alle magiche sciocchezze,
Altri in gemme, altri in opre di pittori:
Et altri in altro che piu d'altroaprezze:
Di Sophisti e d'Astrologhi, raccolto
E di Poeti anchor, ve n'era molto.
Astolfo tolse il suo, che gliel concesse
Lo scrittor de l'oscura Apocalysse,
L'ampolla in ch'era al naso sol si messe:
E par che quello al luogo suo ne gisse,
E che Turpin da indi in qua confesse,
Ch'Astolfo lungo tempo saggio visse,
Ma ch'uno error che fece poi, fu quello
Ch'unaltra volta gli levo il cervello.
La piu capace e piena ampolla ov'era,
Il senno che solea far savio il Conte,
Astolfo tolle, e non e si leggiera
Come stimo, con l'altre essendo a monte,
Prima che'l Paladin da quella sphera
Piena di luce alle piu basse smonte,
Menato fu da l'Apostolo santo
In un palagio ov'era un fiume a canto.
Ch'ogni sua stanza havea pienaa di velli
Di lin, di seta, di coton, di lana,
Tinti in varii colori e brutti e belli,
Nel primo chiostro una femina cana
Fila a un'aspo trahea da tutti quelli,
Come veggian l'estate la villana
Traher da i Baschi le bagnate spoglie,
Quando la nuova seta si raccoglie.
V'e chi finito un vello, rimettendo
Ne vien un altro, e chi ne porta altronde
Un'altra de le filze va scegliendo
Il bel dal brutto che quella confonde,
Che lavor si fa qui ch'io non l'intendo?
(Dice a Giovanni Astolfo) e quel risponde
Le vecchie son le parche, che con tali
Stami, filano vite a voi mortali.
Quanto dura un de velli, tanto dura
L'humana vita, e non di piuun momento,
Qui tien l'occhio e la Morte e la Natura
Per saper l'hora ch'un debba esser spento,
Sceglier le belle fila ha l'altra cura
Perche si tesson poi per ornamento
Del paradiso, e de i piu brutti stami
Si fan per li dannati aspri legami.
Di tutti i velli ch'erano gia messi
In aspo, e scelti a farne altro lavoro,
Erano in brevi piastre i nomi impressi
Altri di ferro, altri d'argento, o d'oro
E poi fatti n'havean cumuli spessi
De quali senza mai farvi ristoro
Portarne via non si vedea mai stanco
Un vecchio, e ritornar sempre per ancho.
Era quel vecchio si espedito e snello
Che per correr parea che fosse nato:
E da quel monte il lembo del mantello
Portava pien del nome altrui segnato,
Ove n'andava, e perche facea quello
Ne l'altro cantot vi sara narrato:
Se d'haverne piacer segno farete
Con quella grata udienza che solete.