Canto XXXVI

By Giovanni Boccaccio

– Intento ora ti volgi a riguardare

la vendetta di Dio, che non oblia

mai fallo alcun che si debbia purgare.

Se 'n parer posto forse ad alcun sia

ch'ella si muova con un lento passo,

non è così, ma que' troppo disia;

o se va forse adagio al tristo lasso

ch'aspetta quella per la fatta offesa,

non giova già, ché più grave fracasso

segue per quello indugio: sì compesa

al fatto fallo, sì che igualmente

da ogni parte la bilancia pesa.

Pon mente là: colui che sì vilmente

veste e si tien la mano alla mascella,

mostrando sé nel sembiante dolente –,

incominciò colei, – oh quanto fella

fu l'aspra signoria che 'n Siragusa

tenne, mentre per lui si guardò quella!

Nel tempo avanti che li fosse chiusa,

tiranneggiando fieramente in essa

sanza ricevere o priego o iscusa,

tenea la gente sì vilmente oppressa,

ch'ognun piangeva e dicer non osava

la doglia sua, per tema d'altra ressa.

Oh come fiero li tiranneggiava!

e Dionisio fero fu chiamato

per la fierezza la quale elli usava.

Così avenne che ne fu cacciato

con tanta noia e con tanto furore,

ch'a lui parve aver vinto esser campato.

Onde fuggendo ad Atena, il dolore

mitigato, pensò, per non morire

di fame, farsi in lettera dottore.

Nol vedi tu ched e' fa là aprire

i libri a' garzonetti e mostra loro

com'una lettera altra dee seguire?

Poi guarda avanti nel dolente coro,

e vederai Tesaglia sanguinosa

del roman sangue mischiato e di ploro.

Or guarda quivi, e vedi sconcia cosa

tanti grandi uomin, tanti valorosi

esser sommessi a rovina angosciosa.

Simile guarda quanto ponderosi

son gli alberi del sangue che portati

v'hanno li piè delli uccellon golosi,

i qua' prima si son ben satollati

de' corpi morti, che sanza alcun foco

o sepoltura stan quivi gelati.

Fra folti boschi o tane o altro loco

leon né lupo né can par rimaso

che non si pasca quivi o molto o poco.

Ondeggiar vedi del dolente caso

i tristi fiumi, ed ispumanti, rossi

del tristo sangue non isparto in vaso.

Riguarda là Pompeo con volti dossi

che fuggendo abandona il campo tristo,

ed ancor ve' come a Lesbòs posossi.

Se là rimiri, con sembiante misto

di lagrime Cornelia accoglier lui

vedrai, poi che sconfitto l'ebbe visto;

e vedi ancor come quindi con lui

si parte e vanne per mare in Egitto,

in sé immaginando che colui

dovesse lui ricevere, respitto

avendo al regno che avuto avea

da lui: ma 'l suo pensier non venne dritto –.

Avanti mi mostrò, dov'io vedea

come scendea del suo legno Pompeo,

perché carico troppo li parea,

di quello entrando in un che Tolomeo

per Achillàs insieme con Futino,

sotto spezie d'onor, menar li feo.

In quel già assettato lui meschino,

i traditori, alquanto indi lontani,

pigliaron lui, quasi al suo mal divino,

sì com parea: il capo l'aspre mani

a lui tagliaro, il tronco in mar gittaro,

e quello al sir portaron di lor cani.

Ivi pareasi ancora il duolo amaro

che Codro fece quando vide il busto

del capo, ch'a' Roman fu tanto caro.

Onde dolente, povero e vetusto

prendea di notte quello, al mio parere,

e poi che 'n picciol fuoco lui combusto

sotterrato ebbe secondo il potere

in piccioletta fossa, ricoprendo

lui del sabbione, con lagrime vere

il suo infortunio ripetea piangendo.