CANTO XXXVIII.
C Ortesi donne che benigna udi/ enza
Date a miei ver si: io vi veggo al sembiante
Che quest'altra si subita parten za
Che fa Ruggier da la sua fida amante
Vi da gran noia, e havete displicenza
Poco minor c'havesse Bradamante:
E fate ancho argumento ch'esser poco
In lui dovesse l'amoroso fuoco.
Per ogni altra cagion ch'allontanato
Contra la voglia d'essa se ne fusse
Anchor c'havesse piu thesor sperato
Che Creso o Crasso insieme non ridusse:
Io crederia con voi, che penetrato
Non fosse al cor lo stral che lo percusse:
Ch'un almo gaudio un cosi gran contento
Non potrebbe comprare oro ne argento.
Pur per salvar l'honor, non solamente
D'escusa, ma di laude e degno anchora,
Per salvar dico, in caso ch'altrimente
Facendo, biasmo & ignominia fora,
E se la Donna fosse renitente
Et ostinata in fargli far dimora,
Darebbe di se inditio e chiaro segno
O d'amar poco, o d'haver poco ingegno.
Che se l'amante de l'amato deve
La vita amar piu de la propria, o tanto:
(Io parlo d'uno amante a cui non lieve
Colpo d'Amor passo piu la del manto)
Al piacer tanto piu ch'esso riceve
L'honor di quello antepor deve, quanto
L'honore e di piu pregio che la vita
Ch'a tutti altri piaceri e preferita.
Fece Ruggiero il debito a seguire
Il suo Signor, che non se ne potea
Se non con ignominia dipartire:
Che ragion di lasciarlo non havea,
E s'Almonte gli fe il padre morire
Tal colpa in Agramante non cadea,
Ch'in molti effetti havea con Ruggier poi
Emendato ogni error de i maggior suoi.
Fara Ruggiero il debito a tornare
Al suo Signore, & ella anchor lo fece
Che sforzar non lo volse di restare
Come potea: con iterata prece:
Ruggier potra alla Donna satisfare
A un altro tempo s'hor non satisfece:
Ma all'honor chi gli manca d'un momento
Non puo in cento anni satisfar ne in cento.
Torna Ruggiero in Arli, ove ha ritratta
Agramante la gente che gli avanza,
Bradamante e Marphisa, che contratta
Col parentado haveana grande amistanza
Andaro insieme ove Re Carlo fatta
La maggior prova havea di sua possanza,
Sperando o per battaglia o per assedio
Levar di Francia cosi lungo tedio.
Di Bradamante, poi che conosciuta
In campo fu, si fe letitia e festa,
Ogniun la riverisce e la saluta
Et ella a questo e a quel china la testa,
Rinaldo come udi la sua venuta
Le venne incontra, ne Riccardo resta
Ne Ricciardetto od altri di sua gente
E la raccoglion tutti allegramente.
Come s'intese poi che la compagna
Era Marphisa, in arme si famosa,
Che dal Cataio a i termini di Spagna
Di mille chiare palme iva pomposa,
Non e povero o ricco che rimagna
Nel padiglion, la turba disiosa
Vien quinci, e quindi, e s'urta storpia e preme
Sol per veder si bella coppia insieme.
A Carlo riverenti appresentarsi:
Questo fu il primo di (scrive Turpino)
Che fu vista Marphisa inginocchiarsi,
Che sol le parve il figlio di Pipino
Degno, a cui tanto honor dovesse farsi
Tra quanti o mai nel popul Saracino
O nel christiano, Imperatori e Regi
Per virtu vide o per ricchezza egregi.
Carlo benignamente la raccolse
E le usci incontra fuor de i padiglioni,
E che sedesse a lato suo poi volse
Sopra tutti Re, Principi, e Baroni,
Si die licentia a chi non se la tolse,
Si che tosto restaro in pochi e buoni,
Restaro i Paladini, e i gran Signori
La vilipesa plebe ando di fuori,
Marphisa comincio con grata voce
Eccelso invitto e glorioso Augusto
Che dal mar Indo alla Tirynthia foce
Dal bianco Scytha all'Ethyope adusto:
Riverir fai la tua candida croce:
Ne di te regna il piu saggio o'l piu giusto
Tua fama ch'alcun termine non serra
Qui tratto m'ha, fin da l'estrema terra.
E (per narrarti il ver) sola mi mosse
Invidia,e sol per farti guerra io venni,
Accio che si possente un Re non fosse
Che non tenesse la legge ch'io tenni,
Per questo ho fatto le campagne rosse
Del christian sangue: & altri fieri cenni
Era per farti da crudel nimica,
Se non cadea chi mi t'ha fatto amica.
Quando nuocer pensai piu alle tue squadre
Io trovo, (e come sia diro piu adagio)
Che'l bon Ruggier di Risa fu mio padre
Tradito a torto dal fratel malvagio,
Portommi in corpo mia misera madre
Di la dal mare, e nacqui in gran disagio,
Nutrimmi un Mago in fin'al settimo anno:
A cui gli Arabi poi rubata m'hanno.
E mi vendero in Persia per ischiava
A un Re, che poi cresciuta io posi a morte
Che mia virginita tor mi cercava:
Uccisi lui con tutta la sua corte,
Tutta cacciai la sua progenie prava
E presi il regno, e tal fu la mia sorte,
Che diciotto anni d'uno o di duo mesi
Io non passai, che sette regni presi.
E di tua fama invidiosa, come
Io t'ho gia detto, havea fermo nel core
La grande altezza abbatter del tuo nome
Forse il faceva, o forse era in errore,
Ma hora avvien chi questa voglia dome
E faccia cader l'ale al mio furore.
L'haver inteso poi che qui son giunta,
Come io ti son d'affinita congiunta.
E come il padre mio parente e servo
Ti fu, ti son parente e serva anch'io:
E quella invidia, e quell'odio protervo
Ilqual io t'hebbi un tempo, hor tutto oblio
Anzi contra Agramante io lo riservo,
E contra ogn'altro che sia al padre o al zio
Di lui stato parente, che fur rei
Di porre a morte i genitori miei.
E seguito voler christiana farsi
E dopo c'havra estinto il Re Agramante
Voler,piacendo a Carlo, ritornarsi
A battezare il suo regno in Levante,
Et indi contra tutto il mondo armarsi
Ove Machon s'adori, e Trivigante:
E con promission ch'ogni suo acquisto
Sia de l'imperio e de la Fe di Christo.
L'Imperator che non meno eloquente
Era, che fosse valoroso e saggio:
Molto esaltando la Donna eccellente
E molto il padre: e molto il suo lignaggio
Rispose ad ogni parte humanamente
E mostro in fronte aperto il suo coraggio:
E conchiuse ne l'ultima parola
Per parente accettarla, e per figliuola.
E qui si leva e di nuovo l'abbraccia
E come figlia bacia ne la fronte,
Vengono tutti con allegra faccia
Quei di Mongrana, e quei di Chiaramonte,
Lungo a dir fora, quanto honor le faccia
Rinaldo, che di lei le prove conte
Vedute havea piu volte al paragone:
Quando Albracca assediar col suo girone
Lungo a dir fora quanto il giovinetto
Guidon S'allegri di veder costei,
Aquilante, e Griphone, e Sansonetto
Ch'alla citta crudel furon con lei,
Malagigi: e Viviano, e Ricciardetto
Ch'all'occision de Maganzesi rei
E di quei venditori empii di Spagna
L'haveano havuta si fedel compagna.
Apparecchiar per lo seguente giorno
Et hebbe cura Carlo egli medesmo
Che fosse un luogo riccamente adorno
Ove prendesse Marphisa battesmo,
I Vescovi e gran chierici d'intorno
Che le leggi sapean del Christianesmo,
Fece raccorre, accio da loro in tutta
La santa Fe: fosse Marphisa instrutta.
Venne in pontificale habito sacro
L'Arcivesco Turpino, e battizolla:
Carlo dal salutifero lavacro
Con cerimonie debite levolla,
Ma tempo e hormai ch'al capo voto e ma cro
Di senno, si soccorra con l'ampollla
Con che dal ciel piu basso ne venia
Il Duca Astolfo su'l carro d'Helia.
Sceso era Astolfo dal giro lucente
Alla maggiore altezza de la terra
Con la felice ampolla: che la mente
Dovea sanare al gran mastro di guerra,
Un'herba quivi di virtu eccellente
Mostra Giovanni al Duca d'Inghilterra
Con essa vuol ch'al suo ritorno tocchi
Al Re di Nubia, e gli risani gliocchi.
Accio per questi e per li primi merti
Gente gli dia con che Biserta assaglia,
E come poi quei populi inesperti
Armi & acconci ad uso di battaglia,
E senza danno passi pei deserti
Ove l'arena glihuomini abbarbaglia:
A punto a punto l'ordine che tegna
Tutto il Vecchio santissimo glinsegna.
Poi lo fe rimontar su quello alato
Che di Ruggiero e fu prima d'Atlante:
Il Paladin lascio, licentiato
Da san Giovanni: le contrade sante,
E secondando il Nilo a lato a lato
Tosto i Nubi apparir si vide inante:
E ne la terra che del regno e capo
Scese da l'aria: e ritrovo il Senapo.
Molto fu il gaudio, e molta fu la gioia
Che porto a quel Signor nel suo ritorno,
Che ben si raccordava de la noia
Che gli havea tolta de l'Harpie d'intorno,
Ma poi che la grossezza gli discuoia
Di quello humor, che gia gli tolse il giorno,
E che gli rende la vista di prima
L'adora, e cole, e come un Dio sublima.
Si che non pur la gente che gli chiede
Per muover guerra al regno di Biserta
Ma centomila sopra gli ne diede,
E gli fe anchor di sua persona offerta,
La gente a pena, ch'era tutta a piede:
Potea capir ne la campagna aperta,
Che di cavalli ha quel paese inopia,
Ma d'Elephanti e de camelli copia.
La notte inanzi il di: che a suo camino
L'esercito di Nubia dovea porse,
Monto su l'Hippogrypho il Paladino
E verso Mezodi, con fretta corse:
Tanto che giunse al monte che l'Austrino
Vento produce, e spira contra l'Orse:
Trovo la cava, onde per stretta bocca
Quando si desta il furioso scocca,
E come raccordogli il suo maestro
Havea seco arrecato un'utre voto,
Ilqual mentre ne l'antro oscuro alpestro
Affaticato dorme il fiero Noto
Allo spiraglio pon tacito e destro:
Et e l'aguato in modo al vento ignoto
Che credendosi uscir fuor la dimane
Preso e legato in quello utre rimane.
Di tanta preda il Paladino allegro
Ritorna in Nubia, e la medesma luce
Si pone a caminar col popul negro,
E vettovaglia dietro si conduce,
A salvamento con lo stuolo integro
Verso l'Atlante il glorioso Duce
Pel mezo vien de la minuta sabbia:
Senza temer che'l vento a nuocer glihabbia
E giunto poi di qua dal giogo: in parte
Onde il pian si discuopre e la marina:
Astolfo elegge la piu nobil parte
Del campo, e la meglio atta a disciplina,
E qua, e la per ordine la parte
A pie d'un colle, ove nel pian confina,
Quivi la lascia, e su la cima ascende
In vista d'huom ch'a gran pensieri intende.
Poi che inchinando le ginocchia fece
Al santo suo maestro oratione,
Sicuro che sia udita la sua prece
Copia di sassi a far cader si pone,
O quanto a chi ben crede in Christo lece:
I sassi fuor di natural ragione
Crescendo si vedean venire in giuso
E formar ventre, e gambe, e collo, e muso.
E con chiari anitrir giu per quei calli
Venian saltando, e giunti poi nel piano
Scuotean le groppe, e fatti eran cavalli
Chi baio, e chi leardo, e chi rovano,
La turba ch'aspettando ne le valli
Stava alla posta, lor dava di mano,
Si che in poche hore fur tutti montati
Che con sella e con freno erano nati.
Ottanta mila cento e dua in un giorno
Fe di pedoni Astolfo cavallieri,
Con questi tutta scorse Africa intorno
Facendo prede, incendi, e prigionieri:
Posto Agramante havea fin'al ritorno
Il Re di Fersa, e'l Re de gli Algazeri,
Col Re Branzardo a guardia del Paese,
E questi si fer contra al Duca Inglese.
Prima havendo spacciato un suttil legno
Ch'a vele e a remi ando battendo l'ali
Ad Agramante aviso, come il regno
Patia dal Re de Nubi oltraggi e mali,
Giorno e notte ando quel senza ritegno
Tanto che giunse a i liti Provenzali:
E trovo in Arli il suo Re mezo oppresso.
Che'l campo havea di Carlo un miglio apresso
Sentendo il ReAgramante a che periglio
Per guadagnare il regno di Pipino
Lasciava il suo: chiamar fece a consiglio
Principi, e Re del popul saracino,
E poi ch'una o due volte giro il ciglio
Quinci a Marsilio, e quindi al Re Sobrino
Iquai d'ognialtro fur che vi venisse
I duo piu antiqui e saggi, cosi disse.
Quantunque io sappia come mal convegna
A un capitano dir non mel pensai
Pur lo diro, che quando un dannovegna
Da ogni discorso human lontano assai:
A quel fallir par che sia escusa degna,
E qui si versa il caso mio: ch'errai
A lasciar d'arme l'Africa sfornita
Se da li Nubi esser dovea assalita.
Ma chi pensato havria fuor che Dio solo
A cui non e cosa futura ignota:
Che dovesse venir con si gran stuolo
A farne danno gente si remota?
Tra i quali e noi, giace l'instabil suolo
Di quella arena ognihor da venti mota,
Pur e venuta ad assediar Biserta
Et ha in gran parte l'Africa deserta.
Hor sopra cio vostro consiglio chieggio
Se partirmi di qui senza far frutto:
O pur seguir tanto l'impresa deggio
Che prigion Carlo meco habbi condutto,
O come insieme io salvi il nostro seggio
E questo imperial lasci distrutto,
S'alcun di voi fa dir, priego nol taccia
Accio si trovi il meglio, e quel si faccia.
Cosi disse Agramante, e volse gliocchi
Al Re di Spagna che gli sedea appresso:
Come mostrando di voler che tocchi
Di quel c'ha detto la risposta ad esso,
E quel, poi che surgendo hebbe i ginocchi
Per riverentia: e cosi il capo flesso,
Nel suo honorato seggio si raccolse
Indi la lingua a tai parole sciolse.
O bene o mal che la Fama ci apporti
Signor, di sempre accrescere ha in usanza:
Percio non sara mai ch'io mi sconforti
O mai piu del dover pigli baldanza,
Per casi o buoni o rei che sieno sorti,
Ma sempre havro di par tema e speranza
Ch'esser debban minori, e non del modo
Ch'a noi per tante lingue venir'odo.
E tanto men prestar gli debbo fede
Quanto piu al verisimile s'oppone,
Hor se glie verisimile si vede
C'habbia con tanto numer di persone
Posto ne la pugnace Africa il piede
Un Re di si lontana regione,
Traversando l'arene a cui Cambyse
Con male augurio il popul suo commise.
Credero ben che sian gli Arabi scesi
Da le montagne, & habbian dato il guasto
E saccheggiato, e morti huomini e presi
Ove trovato havran pocho contrasto:
E che Branzardo che di quei paesi
Luogotenente e ViceRe e rimasto
Per le decine scriva le migliaia
Accio la scusa sua piu degna paia.
Vo concedergli anchor che sieno i Nubi
Per miracol dal ciel forse piovuti,
O forse ascosi venner ne le nubi
Poi che non fur mai per camin veduti,
Temi tu che tal gente Africa rubi?
Se Ben di piu soccorso non l'aiuti?
Il tuo presidio havria ben trista pelle
Quando temesse un populo si imbelle
Ma se tu mandi anchor che poche navi,
Pur che si veggan gli stendardi tuoi,
Non scioglieran di qua si tosto i cavi
Che fuggiranno ne i confini suoi
Questi o sien Nubi, o sieno Arabi ignavi,
A i quali il ritrovarti qui con noi
Separato pel mar da la tua terra,
Ha dato ardir, di romperti la guerra.
Hor piglia il tempo che per esser senza
Il suo Nipote Carlo: hai di vendetta,
Poi ch'Orlando non c'e, far resistenza
Non ti puo alcun de la nimica setta,
Se per non veder lasci o negligenza
L'honorata vittoria che t'aspetta,
Voltera il calvo, ove hora il crin ne mostra
Con molto danno e lunga infamia nostra.
Con questo & altri detti accortamente
L'Hispano persuader vuol nel concilio
Che non esca di Francia questa gente
Fin che Carlo non sia spinto in esilio,
Ma il Re Sobrin che vide apertamente
Il camino a che andava il Re Marsilio:
Che piu per l'util proprio, queste cose
Che pel commun dicea, cosi rispose.
Quando io ti confortava a stare in pace
Fosse io stato Signor falso indovino,
O tu, se io dovea pure esser verace,
Creduto havessi al tuo fedel Sobrino,
E non piu tosto a Rodomonte audace
A Marbalusto a Alzirdo e a Martasino
Liquali hora vorrei qui havere a fronte
Ma vorrei piu de glialtri Rodomonte.
Per rinfacciargli che volea di Francia
Far quel che si faria d'un fragil vetro:
E in cielo e ne lo'nferno la tua lancia
Seguire, anzi lasciarsela di dietro,
Poi nel bisogno si gratta la pancia
Nel otio immerso abominoso e tetro,
Et io che per predirti il vero allhora
Codardo detto fui: son teco anchora.
E saro sempremai, fin ch'io finisca
Questa vita, ch'anchor che d'anni grave
Porsi incontra ogni di per te s'arrisca
A qualunque di Francia piu nome have:
Ne sara alcun sia chi si vuol ch'ardisca
Di dir che l'opre mie mai fosser prave:
E non han piu di me fatto ne tanto,
Molti che si donar di me piu vanto.
Dico cosi per dimostrar che quello
Ch'io dissi allhora, e che tivoglio hor dire.
Ne da viltade vien ne da cor fello
Ma d'amor vero e da fedel servire,
Io ti conforto ch'al paterno hostello
Piu tosto che tu poi vogli redire:
Che poco saggio si puo dir colui
Che perde il suo per acquistar l'altrui,
S'acquisto c'e tu'l sai, trentadui fummo
Re tuoi vassalli a uscir teco del porto,
Hor se di nuovo il conto ne rassummo
C'e a pena il terzo e tutto'l resto e morto,
Che non ne cadan piu piaccia a Dio summo,
Ma se tu vuoi seguir, temo di corto
Che non ne rimarra quarto ne quinto
E'l miser popul tuo fia tutto estinto.
Ch'Orlando non ci sia ne aiuta, ch'ove
Sian pochi, forse alcun non ci saria,
Ma per questo il periglio non rimuove
Se ben prolunga nostra sorte ria,
Ecci Rinaldo: che per molte prove
Mostra che non minor d'Orlando sia,
C'e il suo lignaggio, e tutti i Paladini
Timore eterno a nostri saracini.
Et hanno appreso quel secondo Marte
(Ben che i nimici al mio dispetto lodo)
Io dico il Valoroso Brandimarte,
Non men d'Orlando ad ogni prova sodo,
Del qual provata ho la virtude in parte
Parte ne veggo all'altrui spese & odo,
Poi son piu di, che non c'e Orlando stato
E piu perduto habbian che guadagnato.
Se per adietro habbian perduto, io temo
Che da qui inanzi perderen piu ingrosso,
Del nostro campo Mandricardo e scemo
Gradasso il suo soccorso n'ha rimosso,
Marphisa n'ha lasciata al punto estremo,
E cosi il Re d'Algier, di cui dir posso
Che se fosse fedel come gagliardo
Poco uopo era Gradasso o Mandricardo.
Ove sono a noi tolti questi aiuti
E tante mila son de i nostri morti:
E quei ch'a venir han: son gia venuti:
Ne s'aspetta altro legno che n'apporti:
Quattro son giunti a Carlo non tenuti
Manco d'Orlando o di Rinaldo forti,
E con ragion, che da qui sino a Battro
Potresti mal trovar tali altro quattro.
Non so se sai chi sia Guidon selvaggio
E Sansonetto, e i figli d'Oliviero,
Di questi fo piu stima, e piu tema haggio
Che d'ogni altro lor duca e cavalliero'
Che di Lamagna, o d'altro stran linguaggio
Sia contra noi per aiutar l'Impero,
Bench'importa ancho assai la gente nuova
Ch'a nostri danni in campo si ritrova.
Quante volte uscirai alla campagna
Tanto havrai la peggiore o sarai rotto.
Se spesso perde il campo Africa e Spagna
Quando sian stati sedici per otto,
Che sara poi ch'Italia e che Lamagna
Con Francia eunita e'l populoAnglo e Scotto,
E che sei contra dodici saranno
Ch'altro si puo sperar che biasmo e danno ?
La gente qui, la perdi a un tempo il Regno,
S'in questa impresa piu duri ostinato,
Ove s'al ritornar muti disegno
L'avanzo di noi servi con lo stato,
Lasciar Marsilio e di te caso indegno,
Ch'ognun te ne terrebbe molto ingrato:
Ma c'e rimedio, far con Carlo pace
Ch'a lui deve piacer se a te pur piace,
Pur se ti par che non ci sia il tuo honore
Se tu che prima offeso sei la chiedi,
E la battaglia piu ti sta nel core
Che come sia fin qui successa vedi,
Studia al men di restarne vincitore:
Il che forse averra se tu mi credi.
Se d'ogni tua querela a un cavalliero
Darai l'assunto: e se quel fia Ruggiero.
Io'l so e tu'l sai che Ruggier nostro e tale
Che gia da solo a sol con l'arme in mano
Non men d'Orlando o di Rinaldo vale
Ne d'alcun'altro cavallier christiano:
Ma se tu vuoi far guerra universale
Anchor che'l valor suo sia soprahumano
Egli perho non sara piu ch'un solo
Et havra di par suoi contra uno stuolo.
A me par s'a te par, ch'a dir si mandi
Al Re Christian, che per finir le liti
E perche cessi il sangue che tu spandi
Ognihor desuoi, egli de tuo'infiniti
Che contra un tuo guerrier tu gli domandi
Che metta in campo uno de i suoi piu arditi
E faccian questi duo tutta la guerra
Fin che l'un vinca, e l'altro resti in terra.
Con patto, che qual d'essi perde: faccia
Che'l suo Re all'altro Re tributo dia,
Questa condition non credo spiaccia
A Carlo, anchor che su'l vantaggio sia,
Mi fido si ne le robuste braccia
Poi di Ruggier, che vincitor ne fia,
E ragion tanta e da la nostra parte
Che vincera s'havesse incontra Marte.
Con questi & altri piu efficaci detti
Fece Sobrin, si che'l partito ottenne,
E gl'interpreti fur quel giorno eletti:
E quel di a Carlo l'imbasciata venne,
Carlo c'havea tanti guerrier perfetti
Vinta per se quella battaglia tenne,
Di cui l'impresa al buon Rinaldo diede
In c'havea dopo Orlando maggior fede.
Di questo accordo lieto parimente
L'uno esercito e l'altro si godea:
Che'l travaglio del corpo e de la mente
Tutti havea stanchi, e a tutti rincrescea:
Ognun di riposare il rimanente
De la sua vita disegnato havea:
Ogniun maledicea l'ire e i furori
Ch'a risse e a gare havean lor desti i cori·
Rinaldo che esaltar molto si vede:
Che Carlo in lui di quel che tanto pesa
Via piu ch'in tutti glialtri ha havuto fe de:
Lieto si mette all'honorata impresa,
Ruggier non stima, e veramente crede
Che contra se non potra far difesa:
Che suo pari esser possa non glie aviso,
Se ben in campo ha Mandricardo ucciso,
Ruggier da l'altra parte anchor che molto
Honor gli sia, che'l suo Re l'habbia eletto
E pel miglior di tutti i buoni tolto,
A cui commetta un si importante effetto,
Pur mostra affanno, e gran mestitia in volto:
Non per paura che gli turbi il petto,
Che non ch'un sol Rinaldo, ma non teme
Se fosse con Rinaldo Orlando insieme.
Ma perche vede esser di lui sorella
La sua cara e fidissima consorte,
Ch'ognihor scrivendo stimula e martella
Come colei ch'e ingiuriata forte,
Hor s'alle vecchie offese aggiunge quella
D'entrare in campo a porle il frate a morte,
Se la fara d'amante cosi odiosa
Ch'a placarla mai piu fia dura cosa
Se tacito Ruggier s'affligge & ange
De la battaglia che mal grado prende,
La sua cara moglier lachryma e piange
Come la nuova indi a poche hore intende,
Batte il bel petto, e l'auree chiome frange
E le guancie innocenti irriga e offende,
E chiama con ramarichi e querele
Ruggiero ingrato, e il suo destin crudele.
D'ogni fin che sortisca la contesa
A lei non puo venirne altro che doglia:
C'habbia a morir Ruggiero in questa impresa
Pensar non vuol: che par che'l cor le toglia,
Quando ancho per punir piu d'una offesa
La ruina di francia Christo voglia,
Oltre che sara morto il suo fratello
Seguira un danno a lei piu acerbo e fello.
Che non potra, se non con biasmo, e scorno:
E nimicitia di tutta sua gente:
Fare al marito suo mai piu ritorno,
Siche lo sappia ognun publicamente,
Come s'havea pensando notte e giorno
Piu volte disegnato ne la mente,
E tra lor'era la promessa tale
Che'l ritrarsi e il pentir piu poco vale.
Ma quella usata ne le cose avverse
Di non mancarle di soccorsi fidi,
Dico Melissa Maga, non sofferse
Udirne il pianto, e i dolorosi gridi,
E venne a consolarla, e le proferse
Quando ne fosse il tempo, alti sussidi,
E disturbar quella pugna futura
Di ch'ella piange, e si pon tanta cura.
Rinaldo in tanto, e l'inclyto Ruggiero
Apparechiavan l'arme alla tenzone,
Di cui dovea l'eletta al cavalliero
Che del Romano imperio era campione,
E come quel: che poi che'l buon destriero
Perde Baiardo, ando sempre pedone:
Si elesse a pie, coperto a piastra e a maglia
Con l'Azza, e col pugnal far la battaglia·
O fosse caso, o fosse pur ricordo
Di Malagigi suo provido e saggio
Che sapea quanto Balisarda ingordo
Il taglio havea di fare all'arme oltraggio,
Combatter senza spada fur d'accordo
L'uno e l'altro guerrier come detto haggio
Del luogo s'accordar presso alle mura
De l'antiquo Arli una gran pianura,
A pena havea la vigilante Aurora
Da l'hostel di Tithon fuor messo il capo
Per dare al giorno terminato: e all'hora
Ch'era prefissa alla battaglia: capo:
Quando di qua: e di la: vennero fuora
I deputati: e questi in ciascun lato
De gli steccati i padiglion tiraro:
Appresso a i quali ambiun'Altar fermaro
Non molto dopo, instrutto a schiera a schiera
Si vide uscir l'esercito pagano:
In mezo armato e suntuoso v'era
Di barbarica pompa il Re Africano,
E s'un baio corsier di chioma nera
Di fronte bianca, e di duo pie balzano
A par'a par con lui venia Ruggiero
A cui servir non e Marsilio altiero.
L'elmo che dianzi con travaglio tanto
Trasse di testa al Re di Tartaria,
L'elmo che celebrato in maggior canto
Porto il Troiano Hettor mill'anni pria,
Gli porta il Re Marsilio a canto a canto:
Altri Principi & altra Baronia
S'hanno partite l'altr'arme fra loro
Ricche di gioie e ben fregiate d'oro.
Da l'altra parte fuor de i gran ripari
Re Carlo usci con la sua gente d'arme,
Con gli ordini medesmi e modi pari
Che terria se venisse al fatto d'arme,
Cingonlo intorno i suoi famosi Pari:
E Rinaldo e con lui con tutte l'arme
Fuor che l'elmo che fu del Re Mambrino
Che porta Ugier Danese Paladino.
E di due Azze ha il Duca Namo l'una
E l'altra Salamon Re di Bretagna,
Carlo da un lato i suoi tutti raguna
Da l'altro son quei d'Africa e di Spagna
Nel mezo non appar persona alcuna
Voto riman gran spatio di campagna,
Che per bando commune, a chi vi sale
Eccetto a i duo guerrieri e capitale.
Poi che de l'arme la seconda eletta
Si die al campion del populo Pagano,
Duo sacerdoti, l'un de l'una setta
L'altro de l'altra, uscir co i libri in mano,
In quel del nostro e la vita perfetta
Scritta di Christo, e l'altro e l'Alcorano
Con quel de l'Evangelio si fe inante
L'Imperator, con l'altro il Re Agramante.
Giunto Carlo all'Altar che statuito
I suoi gli haveano, al ciel levo le palme:
E disse, o Dio c'hai di morir patito
Per redimer da morte le nostr'alme,
O Donna il cui valor fu si gradito
Che Dio prese da te l'humane salme,
E nove mesi fu nel tuo santo alvo
Sempre serbando il fior virgineo salvo.
Siatemi testimoni ch'io prometto
Per me: e per ogni mia successione
Al Re Agramante: & a chi dopo eletto
Sara al governo di sua regione,
Dar venti some ognianno d'oro schietto
S'hoggi qui riman vinto il mio campione:
E ch'io prometto subito la triegua
Incominciar: che poi perpetua segua,
E se'n cio manco subito s'accenda
La formidabil'ira d'ambidui,
Laqual me solo e i miei figliuoli offenda
Non alcun'altro che sia qui con nui,
Si che in brevissima hora si comprenda
Che sia il mancar de la promessa a vui,
Cosi dicendo Carlo su'l Vangelo
Tenea la mano, e gliocchi fissi al cielo.
Si levan quindi, e poi vanno all'Altare
Che riccamente havean pagani adorno,
Ove giuro Agramante ch'oltre al mare
Con l'esercito suo faria ritorno:
Et a Carlo daria tributo pare
Se restasse Ruggier vinto quel giorno,
E perpetua tra lor triegua saria
Co i patti c'havea Carlo detti pria.
E similmente con parlar non basso
Chiamando in testimonio il gran Maumette
Su'l libro ch'in man tiene il suo Papasso
Cio che detto ha, tutto osservar promette'
Poi del campo si partono a gran passo
E tra i suoi l'uno e l'altro si rimette,
Poi quel par di campioni a giurar venne
E'l giuramento lor questo contenne.
Ruggier promette se de la tenzone
Il suo Re viene o manda a disturbarlo.
Che ne suo guerrier piu ne suo barone
Esser mai vuol, ma darsi tutto a Carlo,
Giura Rinaldo anchor, che se cagione
Sara del suo Signor quindi levarlo,
Fin che non resti vinto egli o Ruggiero,
Si fara d'Agramante cavalliero.
Poi che le cerimonie finite hanno
Si ritorna ciascun da la sua parte,
Ne v'indugiano molto, che lor danno
Le chiare trombe segno al fiero Marte,
Hor gli animosi a ritrovar si vanno
Con senno i passi dispensando & arte:
Ecco si vede incominciar l'assalto
Sonar il ferro, hor girar basso hor'alto.
Hor inanzi col calce hor col martello
Accennan quando al capoe quando al piede
Con tal destrezza e con modo si snello
Ch'ogni credenza il raccontarlo eccede,
Ruggier che combattea contra il fratello
Di chi la misera alma gli possiede,
A ferir lo venia con tal riguardo
Che stimato ne fu manco gagliardo.
Era a parar piu ch'a ferire intento
E non sapea egli stesso il suo desire,
Spegner Rinaldo saria mal contento
Ne vorria volentieri egli morire,
Ma ecco giunto al termine mi sento
Ove convien l'historia diferire,
Ne l'altro canto il resto intenderete
S'udir ne l'altro canto mi vorrete.