Canzone 13
Poiché sì breve, irreparabil tempo,
Sì certo et dubbio fine,
Diede natura a nostra fragil vita,
Poiché, facendo morte aspre rapine,
Qual tardo et qual per tempo,
Ogniuno arriva a l'ultima partita;
Alza la mente ardita
Al celeste valore, ond'ella prese
Origine, et vedrai, che 'n cosa humana
Ogni speranza è vana;
Et sol da morte son l'alme difese.
Magnanimo marchese,
Se la più bella parte
Di quella, che tu piangi, eterna vive,
Ad che tanto attristarte?
Non sai che gode in ciel tra l'altre dive?
Non, (come alcun si crede,) può chiamarsi
Interito la morte,
Ma d'una in altra vita un commigrare;
Un salir d'una bassa in alta sorte;
Un dolce liberarsi
D'atra pregion, a l'anime preclare.
Dunque, se chiaro appare,
(Se 'l gran dolor non è cagion d'oblio,)
Che l'operatïon caste et leggiadre
De la tua santa madre
L'han riportata in cielo ond'ella uscìo,
Lascia 'l flebil desio;
Et con allegri accenti
Attendi a celebrar la sua memoria;
Ché, se più ti lamenti,
Parrà ch'envidia porti a la sua gloria.
Pensa com'ella admira hor l'aurei lumi
Et la siderea sede,
Tra quei che son di sacrificio degni;
Et come sotto i piedi il mondo vede
Et li correnti fiumi,
La terra e 'l mare e i perituri regni.
Vede i suoi cari pegni,
Il suo candido parto, il proprio honore,
De vertute et bellezza un sacro templo,
Del ben divino exemplo.
Vede in Vittoria sua non men fulgore,
Che nel celeste ardore;
Onde tacitamente
Di gioia s'empie il cor; ma non dal tutto,
Ché vede la sua gente
In pianto et in meror funebre et lutto.
A l'anime due vie dal ciel son date,
Quando di corpi humani
Soglion partir col naturale affanno:
Quelle, che nei mortali error mondani
Si son contaminate,
Per un devio camino errando vanno,
Et segregate stanno
Da dio, per quelle valli oscure et nere;
Da' dei privatïon del bene eterno,
Da noi chiamate inferno.
Ma quelle che, affrenando il mal volere,
Castissime et intere
Si son servate et pure,
Senza contagïon del vil terreno,
Per ampie vie, secure
Han felice il ritorno al ciel sereno.
Qual più syncera et pia, qual più pudica,
Qual più tranquilla et lieta;
Qual più benegna, humìl visse di lei?
Qual morìo più secura, o più quïeta,
A cui senza fatica
Fusse aperta la via per gli alti dei?
Dunque allegrar ti déi,
Marchese, signor mio, fuggendo il pianto:
Pensa che 'l dì del tuo funereo velo
Fu fausto et lieto in cielo.
Era a veder quell'Aquinate santo
Lasciar lo studio alquanto,
Per recever la Dea,
De l'antiquo, gentil sangue d'Aquino,
Che bella intrar vedea
Nel ciel, per vertù propria et per destino.
Hor è contenta più, (se dir: più, lice,)
Quell'anima beata,
Miglior di cui giamai non vide il sole:
Hippolyta Maria, di dei prognata
Et di Dei genitrice,
La quale il cielo honora e 'l mondo cole.
Hor con dolci parole
Rinovan lor pensier gravi et sottili,
Pien d'honestade, et l'una a l'altra ancora,
Come qua giù, sì honora
Can quei soävi gesti et volti humìli,
Con quegli atti gentili,
Degni d'excelso imperio,
Fruëndo eterna vita et glorïosa
Senza alcun desiderio;
Ché nel cielo presente hanno ogni cosa.
O gloria, o vivo honore, o nova luce
Di chiara pudicitia,
Giunta con lo splendor del ciel profondo,
Ciascuna di voi sia sempre propitia,
Et ferma et fida duce
A cui riman di voi nel labil mondo;
Et con volto giocondo
Placate quella irata mia fortuna,
Che nel mio danno ognihora è più tenace,
Ch'omai conceda pace
A l'alma, ch'arde anchor per l'impia Luna
Senza speranza alcuna!
Ché, qual turbo volgendo,
Da fanciulli battuto, corre in giro,
Tal, lasso!, io vo furendo,
Et mi rivolgo in fiamme, et fiamme aspiro.
Sa 'l mondo è già pacato
Dimostra, Canzon mia, quant'io descrivo
A quel, di cui la fama homai si spande
Preclara, excelsa et grande.
Ma se 'l furor di Marte anchora è vivo,
Fuggi dal ferreo Divo,
Ché 'l nostro canto humìle,
Tra l'arme e 'l suon de la Mavortia tromba,
Non men suol esser vile,
Che tra falcon la candida colomba.