Canzone 17

By Benedetto Gareth

Quale odio, qual furor, qual ira immane,

Quai pianete maligni

Han vostre voglie, unite, hor sì divise?

Qual crudeltà vi move, o spirti insigni,

O anime Italïane,

A dare il Latin sangue a genti invise?

Non sian homai sì fise

Le vostre menti, in voglie, in foco accese,

D'esser superïori a vostri eguali.

O cupidi mortali,

S'ardente honor vi chiama ad alte imprese,

Ite a spogliar quel sacro, almo paese

Di Christïan trophei:

Et tu, santa, immortal, Saturnia terra,

Madre d'huomini et dei,

Nei barbari converti hor l'impia guerra.

O mal concordi ingegni, o da prim'anni

Et da le prime cune

Abhorrenti da dolce et lieta pace,

Perché correte in un voler comune

A li comuni danni,

Et in comune colpa il mal vi piace?

Perché non vi dispiace

Tinger nel proprio sangue hor vostre spade?

Fu questo dato già dal fato eterno,

Quando 'l sangue fraterno

Tinse 'l muro di quella alma cittade

Con quella fera invidia et impietade?

Et hor qual morbo insano

Ha pollute le membra, giunte in uno:

L'una con l'altra mano

Pugna, senza sperar trïompho alcuno?

Se ciò che per vertù far si devria,

Si fa sol per argento,

Et non per gloria mai guerra s'imprende,

Quanto mal può sperarsi ogni momento

Da liga o compagnia

Di cui lo proprio honor vende et rivende.

Io so che tal mi intende,

Che per l'orecchi tene un lupo inico,

Che 'l lasciar né 'l tener non gli è securo,

O petto immite et duro

Contra li tuoi, di tuoi nemici amico,

Come non ti soven de l'odio antico,

Che col primo Parente

Nacque; perché no' aspiri ad un bell'atto?

Ché con perfida gente

È perfidia servar promessa o patto.

Che maladetta sia di quel Sydonio

L'ombra perversa et sonte,

Perfida alma, crudel, superba et dura;

La qual de l'alpe roppe il devio monte,

Et nel bel piano Ausonio

Scese per forza, et fe' sì gran paüra!

Ché già l'alma natura

Havea munita la bella planicie

Contra 'l superbo Gallico furore;

Hor l'infinito ardore

D'imperio, hor le private inimicitie

Han la via trita in publica pernicie.

Nulla cosa si mostra

Difficile a' mortali: il ciel tentamo

Con la stultitia nostra;

Fulmina Giove, et noi non paventamo.

Non parlo per cagion del proprio affanno,

Ché 'n questa humil fortuna

Riposo più, che gli altri in sommo imperio;

Né mi move a parlar paüra alcuna

D'alcun privato danno,

Ma sol di pace ardente desiderio.

Ché nel bel campo Hesperio

Di monarchia io veggio un Duca degno,

De la preclara sterpe d'Aragona,

Ch'aspecta aurea corona

Non sol del proprio suo, ma d'altrui regno.

Et duolmi che tal è de pena indegno,

Che havrà dolor diversi:

Ché 'l picciol sempre geme per discordia

Di grandi; et non dolersi

De' mal d'altrui, mi par somma vecordia.

Ben fu senza pietà quel ferreo petto,

Quell'animo feroce,

Che fu inventor del ferro, horrendo et forte.

D'allhora incominciò la pugna atroce

La venenosa Aletto:

Et di più breve via per l'impia morte

Aperse le atre porte;

Ma non fu in tutto colpa di quel primo:

Ché ciò, che lui trovò col bel sapere

In contro a l'aspre fere,

Noi ne li nostri danni hor convertimo.

Questo adiven, (se 'l falso io non estimo,)

Di fame di thesoro,

Ch'ogni petto mortal tene captivo:

Ché pria che fusse l'oro

Non era il ferro a l'huom tanto nocivo!

Ai, pace!, ai, ben!, di buon sì desïato!,

Alma pace et tranquilla,

Per cui luce la terra e 'l ciel profondo;

Pace, d'ogni cittade et d'ogni villa,

D'ogni animal creäto

Letitia, et gioia del sidereo mondo;

Mostra il volto giocondo,

Et, con la spica e i dolci frutti in seno,

D'Italia adombra et l'una et l'altra riva

Con la frondente oliva;

Et in questo amenissimo terreno

Di Napol, dove 'l cielo è più sereno,

Ferma i tuoi piedi gravi,

Facendone fruïr quïete eterna,

Et con secure chiavi

Chiude la guerra a la pregione inferna.

Canzon, tra 'l Pado et l'Alpe,

Vedrai quel disdegnoso duca, altero,

Che di pace et di guerra in man le habene,

(Così il ciel vole,) hor tene.

Digli che voglia homai vedere il vero,

E svegliar quel santissimo pensero

Di publica salute;

Ché, per moderna et per antiqua historia,

S'acquista per vertute,

Et non per signoria, la vera gloria!