Canzone 18

By Benedetto Gareth

Non l'Alpe o l'Apenin, no' 'l vasto mare,

Non gli altri monti immensi,

Non boschi oscuri et densi,

Non gelosia pungente et importuna,

Non le tenebre opposte a li miei sensi

Per le lagrime amare,

Mi ponno homai vetare,

Ch'io non ti veggia sempre, alma mia Luna.

Use pur la fortuna

Del suo voler l'extremo,

Ché magior mal non temo;

Poiché nel core eternamente io guardo

Quel bel sereno sguardo,

Che de beltà mi mostra il ben supremo;

Né togliermi 'l potrà l'ultimo fato:

Così contento io son, così beäto.

Da che comincia l'alba uscir di fuore

Col suo purpureo volto,

Ovunque io sia rivolto,

Veggio dispersa in ciel la rosea luce;

E 'l viso, che da me non fia mai tolto,

Conosco al bel colore

Et al celeste honore,

Che ne le membra sue sempre reluce.

Ma, quando il sol n'adduce

Fulgór, che più s'extende,

La mente allhor s'accende

A contemplar nel lucido horizonte

La chiara, ingenua fronte,

Ch'ogni letitia, ogni dolcior transcende;

Allhor vegg'io nei rai del flavo Apollo

Rutilare i crin d'oro intorno al collo.

Quando s'accende l'alta sommitate

Del celeste aureo tetto

Col fiammeggiante aspetto,

De la mia Luna appare il proprio viso.

Io gli occhi abasso et penso al latteo petto,

Ché sì chiara beltate

Occhio mortal non pate,

Nel lume suo magior, mirar sì fiso!

Veggio 'l fiorente riso,

Di nova gratia adorno,

Fulgurar d'ogn'intorno;

Veggio, come, movendo i passi gravi,

Volge gli occhi soävi,

Che fanno al quarto ciel sovente scorno;

Et parmi dolcemente udir parole,

Onde s'allegra il cor più, che non suole.

Né si perturba l'infiammata mente,

Perché 'l sommo pianeta

Questa parte men lieta

Lascie, quando s'invia per le sals'onde;

Anzi più si conforta et più s'acqueta,

Vedendo che 'n ponente

Ogni stella splendente,

(Così fu destinato,) al fin s'asconde.

Et per far più gioconde

Le mie vertuti accese,

In quel dolce paese,

Volando, mena Amor lo spirto mio,

Con l'ale del desio,

Dietro 'l lume, che l'alma e 'l cor m'accese;

Ove più bello il vede, et più benegno,

Né fulmina homai più l'antiquo sdegno.

Poi torna inseme col notturno gelo,

Et par che mi favelle

Con soävi novelle

Di lei, ch'anchor da lunge mi governa.

Io respiro, mirando a l'alte stelle,

Veggio nel primo cielo,

Nuda senza alcun velo,

Di castità la diva sempiterna.

A la sua luce eterna

È l'alma tanto avezza,

Ch'ogni minor bellezza

Dispregian per costume i sensi miei.

Et, riguardando in lei,

Veggio da gli occhi suoi piover dolcezza

Tanta, che me di me stesso divide,

Et di letitia il cor piangendo ride.

Al mio Aragonio Marte,

Canzon mia, dir ti lice

Del mio ben la radice,

Acciò che compassion di me si toglia,

Né più di me si doglia.

Ché forse lui non sa, ch'io son felice

In queste visïon sì glorïose;

Benché sanno gli dei tutte le cose.