Canzone 2

By Benedetto Gareth

Errando sol per antri horrendi et foschi,

Et per deserte piagge, aspre et noiose,

Sterili, ove giamai pianta non nasce;

Non, come pria solea, per lieti boschi,

Né per fioriti prati o valle ombrose,

Mi mena Amor, che si nutrica et pasce

Del mio cor, che rinasce

Et cresce ogni hora assai più che non manca,

Devorato di quel bramoso augello,

Sol perché fu rebello

De la ragion, la qual fugata e stanca

Fu vinta dal desio terreno et frale,

Ch'ebbe ardir di tentar cosa immortale.

La notte e 'l dì per natural costume,

Misero!, in van supporto eterni affanni,

Servendo a tal, che del mio mal non cura.

Al lito d'un veloce et alto fiume

Un vaso perforato et pien d'inganni

Empio de l'acqua turbida et oscura,

Che dentro poco dura,

Fluendo per le rime in un momento,

Et chiaramente veggio il falso inganno,

Et pur sempre m'affanno,

In questo amaro, eterno et van tormento,

Ch'io suffro et per mia colpa et per mia sorte,

Ché diedi a la ragione indegna morte.

Ne l'acque fresche, liete, dolci et chiare

Ardo digiuno, infermo et sitibondo,

Et bagnar non mi posso i labri ardenti.

Ognihor mi vien, per più mi tormentare,

Un pomo suavissimo et giocondo

Inanzi a gli occhi cupidi et intenti;

Ma quando i famolenti

Sensi distendon la furente mano

Con dubbia speme et con certo desio,

Misero!, allhor ved'io,

La speranza e 'l desire andare in vano:

Sol perché diedi ad una inclyta Dea

L'amata libertà, che un tempo havea.

Ovunque io mi rivolga, ad ciascun passo

Mi trovo pien di paventoso horrore,

Di gelato sospetto et van desire.

Ne l'aere pende per mia morte un sasso,

Che minaccia ruina ad tutte l'hore,

Ond'io tremo morendo in tal martìre.

Et quando di morire

Cresce la speme a l'alma sbigottita,

Quel sasso, che nel capo ognihor mi viene,

Ne l'aere si retiene,

Né cade, né si ferma. O dura vita!

L'alma pur non si pente, anzi più vole

La luce, che pertiene solo al sole.

Chi vuol dunque vedere il mal che preme

Quell'anime infelici et tormentate

Ne li martìri del tartareo regno,

Venga a mirar tutte le pene inseme

Dentro 'l mio cor, ch'eternamente pate,

Anzi il morir, martirio di lui degno.

Qui si vede l'ingegno

Del cieco amor, crudel, fallace et lieve,

E 'l modo come tratta i suoi seguaci,

Et come gli fa audaci.

Qui può veder che 'n questa vita breve,

(S'io non m'inganno, e 'l ver veggio et discerno,)

È ciascuno a sé stesso un diro inferno.

Canzone, io non fui mai

Nei campi Elisi et fortunate valli,

Ov'altro sol si vede et altra luna,

Né mai l'aëre imbruna,

Né vivo ascoso in quei secreti calli

Coverti d'amorosi, ciprii mirti;

Ma son più giù tra più dolenti spirti.