Canzone 20
Non temo homai, che 'l pelago d'oblio
Sommerga il mio miglior ne l'onda horrenda;
Ché nel mondo conven che fulga e splenda,
A mal grado d'invidia, il nome mio.
Vedrò pur vivo il fin del bel desio:
Sarà per me quel roseo Rubricato
Più noto et illustrato;
Per mia cagion più celebre anchor fia
La prima patria mia:
Ch'io rigarò di Giove il sacro monte
Con l'acque eterne del Pïerio fonte.
Ché, se quel sempre più florente Homero
E 'l gran Vergilio ne i Parnasii gioghi
Optenner da le Muse i primi luoghi;
D'alcun altri anchor vive il nome intero.
Io veggio pur graditi in seggio altero
Et Pindaro et Horatio, arguti et gravi;
Veggio gli alti et soävi
Callimacho et Propertio, hor più fulgenti
Per lingue alte, eloquenti,
Volar con pregio excelso et gloria grande:
Ché i rai non in un solo Apollo spande.
Se i duo soli, di cui l'Arno si gloria,
Onde Beatrice et Laura hor son divine,
Offuscan l'altre stelle Fiorentine,
Non torran a Sebetho la sua gloria.
Vivon le Muse: et, senza lor, memoria
Non è di buon: non sol fu pio Enea,
Né sola Cytherea
Et Helena fur belle; mille et mille,
Non men forti d'Achille,
Nacquer, ma tutti son sommersi in Lete,
Ché non hebber favor d'alti Poete.
Ma tu, che di pietà sei sacro sposo,
Dal ciel Napolitan dal Re divino
Mandato al tribunal Capitolino,
Per farlo col tuo sol più luminoso,
Almo Oliver, non puoi restare ascoso;
Ché quel gran Panhormita, insigne et degno
Di laurea, per ingegno,
Ha fatto ne i suoi scripti eterna et viva
La tua feconda Oliva,
Già pria del tuo cappello et roseo manto,
Facendo manifesto il viver santo.
Vertù perde 'l valor, quando s'asconde,
Il tempo la consuma in tutto et guasta;
Solo il silentio a la vertù contrasta,
Talché 'n oblio l'atterra et la confonde.
Tu, di cui l'opra a la fama risponde,
C'hai posto ogni pensiero, ogni alto affetto
Ne l'eternal diletto,
Per non perder le tue belle fatiche,
Ti fai le Muse amiche;
Che, vivo, ti faran degno di templo:
Tuo guidardon, de gli altri utile exemplo.
Principio è de la vita alma, immortale
La morte de gli heroi, nati ad honore;
Ma, se non è chi cante il lor valore,
Lor morte et vita sono in pregio eguale:
Ambe due sono ascose in quel letale,
Pernicïoso oblio, peggior che morte.
Potrebbe esser più forte,
Multo più santo anchor che l'Africano
Alcun Greco o Romano,
Ma 'n cieca oscurità confuso giace,
Se i forti gesti suoi la Musa tace.
Non sei beato per che 'l ciel ti diede
Di prospera fortuna ogni bel frutto,
Ma ben ti puo' chiamar beato in tutto
Per gran vertù, che 'n te chiara si vede.
L'animo tuo divin tien sotto 'l pede
Tutti gli human diletti, et nulla admira,
Ma solo a gloria aspira:
Verace gloria et honorata fama,
Ardendo, affètta et brama.
Tu sol di Christo in terra hor segui l'orme,
Nel fior virgineo a gli angeli conforme.
Chi può lodare appieno i sumptuosi,
Eterni monumenti, opra alta et rara,
Honor del templo, et sede insieme et ara
Di quei beäti santi, glorïosi;
Ch'essendo in un sacello oscuro ascosi,
Tu gli hai construtto un immortal sacrario
D'un bianco marmo pario.
Rara magnificentia a nostra etade,
Rara anchor caritade:
Casa d'oratïon sacrata, et degna
Di nobile architetto, et man benegna.
Né vuo' tacer del tuo ramo fraterno
Il bel frutto, di tue vertute excelse
Imitator, che, come Hercule, scelse
La miglior di due vie, per farsi eterno:
Quel gran Carrafa, a cui desti il governo,
Per merto suo, del sacro Pontificio
Del vostro patrio hospitio;
Del nome et gloria tua grande incremento;
Clarissimo argumento,
C'honor di nobiltade è proprio instinto:
Vincenzo, vincitor giamai non vinto.
Priega costui, Canzon, che ti introduca
A colui, che tra gli altri splender suole,
Qual tra fiori et vïole
Fulge la rosa fresca, matutina.
Admessa, ai piedi inclina
La fronte humìle, et digli il desiderio,
Che strugge i buon, del suo promesso imperio.