Canzone 6
Alza la testa al polo,
Ardire, et forza prende, anima lieve,
Et l'amoroso stilo homai depone.
Un'altra via si deve
Tentar, per donde io possa alzarmi a volo
E scriver il mio nome in Helicone.
Rimembra dal principio la cagione,
Perché venne in Italia da la Iberia
Di Goti la progenie più che humana.
Tu, Musa Antinïana,
Comincia un suon conforme a la materia;
Et voi, o Nymphe, piene
D'Apollo, che colete l'alta Hesperia,
Cantate hor meco, et voi, dolci Sirene,
Dite di ciò che sempre vi sovene.
L'alma, formata in cielo
Da l'almo creator de la natura,
Ogni cosa nel ciel chiaro comprende;
Ché la substantia pura,
Separata dal nostro ombroso velo,
Quanto si fa là su vede et intende.
Ma, poi che per destin qua giù discende,
Et per necessità d'alcuna stella
S'envolve ne le humane et gravi membra,
Di nulla si rimembra.
Poi, se del suo fattor non è ribella,
Ricovra la memoria
De l'alta opra del cielo ornata et bella,
Et si ricorda de l'eterna gloria,
Pur com'huom d'una odita o letta historia.
Così quest'alma humìle,
Che, mentre piace al ciel, mi tiene in vita,
Hebbe sua parte anchor del ben celeste;
Ma poi che fu impedita
Di mille errori et data al piacer vile,
Quell'opre di lassù le fur moleste.
Poi dispregiando la terrena veste,
Per fuggir di pregion si mese l'ale;
Et tenendo per mezzo il suo camino
Del palazzo divino
Cominciò ricordarsi, et come et quale
Era quello ch'udiva
In quel sidereo et alto tribunale
Da quella voce eternamente viva,
Da cui ogni eloquentia alta deriva.
Tra gli altri un dì, per sorte,
L'unico Padre et dio d'huomini et divi,
Che tempra col suo grave superciglio
Foco, aria, terra et i rivi,
Aprendosi d'Olympo l'auree porte,
Convocò gli altri dei nel suo consiglio.
Sedendosi da la man dextra il figlio,
Et volitando Amor per ogni parte,
Chiaramente li vidi inseme unire.
Come, no 'l posso dire;
Ché non è cosa de explicare in charte:
La mente intende il vero,
Ma la lingua mortal non ha tant'arte.
Li tre perfetti in un perfetto intero
Vidi congiunti, et rivederlo spero.
Dunque quel padre eterno
Parlando, in piedi cominciò levarsi,
Et lui dicendo, ogniun degli altri tacque;
Vidi il vento acquetarsi,
Tremar la terra in sino a l'imo inferno,
Ove Pluton, pien di superbia, giacque,
Et fermarsi del mar le placide acque:
- Cittadine del cielo, alme preclare,
Udite attenti il suon di mie parole.
Sotto la luna e 'l sole
Mirando quanto cinge il salso mare,
Et quanto in terra giace,
Nulla cosa più bella al mondo appare,
Né più felice et lieta, et più ferace
Ch'Italia, degna di perpetua pace.
Ma parte de le genti,
Che sempre fur discordi et inquiete,
A sue felicità contrarie trovo.
Più giù gli occhi volgete
In quella parte, ove si stan le menti
Quete, senza cercare imperio novo.
Movavi la pietà, per ch'io mi movo,
Dando favore a quell'alma cittate,
Ove religïon tanto si honora;
Ove si vede ognihora
Più chiaro il sol che per l'altre contrate:
Ivi, temprando il raggio,
Fa assidua primavera, et dolce estate:
Ivi sempre son fior, non che nel maggio;
Ivi nasce ogni ingegno acuto et saggio,
Una Nympha sepolta
Si ritrovò nel placido paese,
Ove vixe et lassò le belle spoglie;
Et d'ella il nome prese
La città, ne la qual cantò una volta
Quel, ch'agli altri Latin la gloria toglie.
Ogni vertute unita si raccoglie
In quel luogo gentil, salùbre, amico
Di Nymphe et di Poete, et proprio hospitio,
Negli homini giudicio
Grave et sottile, in donne il cor pudico
Si vede, et d'honor degno.
Togliasi dunque homai dal sceptro antico,
Ch'abhorrente di pace have l'ingegno,
Et la Gotica sterpe prenda il regno. -
A questo ultimo accento
Le menti de li divi, alte et profonde,
Restaron murmurando in vario assenso;
Sì come in mezzo l'onde
Si suol sentire il suon del primo vento,
Che di nocchieri il cor fa star sospenso.
Ma chi può contradire al Padre immenso,
Che con giusta ragion sempre si move?
Dunque gli dei, che forse eran discordi,
Si mostraron concordi,
Conoscendo il voler del sommo Giove.
Il qual nel suo conspetto
Si fe' venir de l'anime più nove
Et più tranquille un bel numero eletto,
Et diede un tal parlar dal sacro petto:
- Ite voi, felici alme,
Vestetevi di regie membra humane,
Non di materia di volgare schiera;
Prendete in vostre mane
Le gloriose et honorate palme,
Ite ad godere il regno che vi spera.
Et tu, che prima ti dimostri altera,
Et sei per sorte proxima a la luce,
Sarai lo primo Alfonso in quella terra.
Per te la cruda guerra
Sarà conversa in pace, et sarai duce
Di gloria et di vertute;
Regnarai longo tempo, essendo luce
Di ciechi et de li languidi salute,
Facendo alto parlar le lingue mute.
Subito poi di questo
Regnarai tu, fortissimo, animoso,
De l'Aragonia gente eterno honore;
Et, se nanzi al riposo
S'apparecchia travaglio assai molesto,
Sarai pur finalmente vincitore.
Contr'al crudel, barbarico furore
Tu starai salda, inexpugnabil torre:
Tal, ch'a l'udir del tuo famoso nome
Staranno hirte le chiome
Del gran nemico mio che 'l cielo abhorre;
Et se prende ardir tanto,
Che voglia di tua man l'imperio tôrre,
Io 'l farò gir nel sempiterno pianto
Del tribunal del Gnosio Eliadamanto.
Tu sei quel ch'ode spesso
Parthenope, che dei scender volando,
Adornato de palma, oliva et lauro;
Tu sei quel gran Ferrando,
Da noi tante fïate a lei promesso,
Per dare al suo valor presto ristauro.
Per te dée rinovare un secol d'auro,
Qual per campi et città del regio Latio
In tempo di Saturno andar soleva.
Per te già si subleva
La vertù prisca, et fa di vitii stratio;
Iano, tanto laudato,
Che vide inanzi et dietro in breve spatio,
Di tua prudentia vinto et superato,
Si potrà contentar sol del passato.
Le porte del suo templo,
Che soglion per la pace esser serrate,
Per tuo volere aprir non soffrirai,
Ma, però che 'nvidiate
Son le vertù, de cui sarai l'exemplo,
No' 'l potranno i vicin potér giamai.
Così strage mortal venir vedrai
De la guerra civile et intestina,
Mossa di quel Soldan nocente et vario,
Manifesto adversario
Di gente singulare et pellegrina.
Costui con voglia accesa
Sotto color de fare opra divina,
Contr'a l'imperio tuo pigliarà impresa,
La qual con la mia man sarà difesa.
Ch'allhor la providentia,
Volando al cor del principe Romano,
Chiamarà per la pace un santo et puro
Et nitido Pontano,
Che vencerà con la dolce eloquentia
Ogni animo feroce, acerbo et duro.
Costui, ponendo lume al petto oscuro
Del promotor d'horribili tumulti,
Unirà inseme gli animi diversi.
Quest'è quel che con versi
Di grandiloquo stil sonori et culti
Et con ornate prose
Rimembrarà del cielo i varii vulti;
Poi, discendendo ne le humane cose,
Dirà le tue vertù chiare et famose.
Né mancaranno ingegni,
Imitator di questo altro Vergilio,
Nel regno che t'aspetta sempre et brama.
Sannazar, Pardo, Altilio,
Summontio, di corymbo et laurea degni,
Faran cantando eterna la tua fama:
Tu, che sai ben come la gloria s'ama,
Temprarai con amor la signoria,
Et con beneficentia et con giustitia,
Fuggendo l'amicitia
D'assentator, che vendon la bugia;
Et con atti soavi
Al popol di ben far darai la via,
Ornandol di costumi honesti et gravi,
Et con leggi emendando i modi pravi.
Con più tranquilla vista
Mira quell'alme in mulïebre gonna,
Ambe due caste et belle, ambe leggiadre.
Questa primiera donna,
Benché mostre la fronte mesta et trista,
Ti farà pur contento et lieto padre,
Questa sarà feconda, altera madre
Di Re, d'Imperatori et di Regine.
Nascer vedrai di questa, alta et felice,
Fruttifera radice,
Multe piante gentili et pellegrine;
Et poi che sia arrivata,
Come nave nel porto, al suo bel fine,
Dal cieco carcer sciolta et liberata,
Ritornarà qua sù, lieta et beata.
L'altra che vien, dapoi
Ch'ella haverà lasciato il corpo exangue,
Sarà pur tua consorte amata et cara;
Di nobiltà di sangue,
Et d'antiqua vertù giunta con voi;
Portarà teco il sceptro et la tiara.
Mira la vera forma, ove s'impara
Come con castità beltà s'aduna,
Più che 'n donna d'honore et gloria degna.
Costei dolce, benegna,
Morigera, fidel, non importuna,
Ti dà certa speranza
Di bella prole et prospera fortuna.
Da costei nascerà quella sembianza
De la beltà del ciel, che l'altre avanza.
Volgi indietro, et riguarda
Quell'anima, dignissima d'imperio,
Del tuo secondo Alfonso, altro Gradivo;
Il qual nel regno Hesperio
Regnar dée ne la età più saggia et tarda,
Di poi che tu sarai mutato in divo.
Mira 'l volto virile, audace et vivo;
Vedi ne l'elmo l'auree diademe,
Terror d'ogni barbarica phalange.
Da l'aurora, o dal Gange,
A le Gade, del mondo parti extreme,
Né simil, né secondo
Si vedrà generar d'humano seme:
Ne la pace humanissimo et giocondo,
Ne la pugna superbo et iracondo.
Poi che 'l misero Hydronto
Da l'impia gente fia direpto et preso,
Et populato inerme et d'improviso,
Questo, interrito, acceso
D'un'ardente vertute et voler pronto,
Difenderà l'honor del Paradiso.
Anz'il suo grave et animoso viso
Vedrà cader la plebe Machometa,
Et render la città contra lor voglia;
Poi con l'opima spoglia
Intrando ovante ne la patria lieta,
Et ringratiando i dei,
Come pastor la gregge mansuëta,
Menarà presi l'inimici miei,
Carco d'honor, d'exuvie et di trophei.
L'altra, che segue l'orme
Et nel solio real sì presto siede,
Ad ogni atto gentile ardita et presta,
Sarà quel caro herede,
Di nome et di coraggio a te conforme,
Et de la vita candida et modesta.
Non vedi lampeggiar sovra la testa
Un cometa, ch'a voi vittoria mostra;
A la Francese indomita barbarie
Exitio et pesti varie?
D'animo più viril la casa vostra
Non fia mai che si vante:
Questo in battaglia et in palestra et giostra,
In lettera, et in opre humane et sante,
Sempre si mostrarà forte et constante.
Vuo' che qui si conserbe
La gloriosa sterpe de li Goti
Con anime megliori et più perfette.
Li figli et li nepoti
Regnaran sempre, et le genti superbe
Domaran, perdonando a le soggette. -
Tacque, dipoi queste parole dette,
Il rettor de l'Olympo; allhor li Fati
Benegni con le prospere Fortune
Fur d'un voler comune.
Al suo parlar con volti chiari et grati
Ogniun consente et fave:
Sì come usar si suol nei gran senati,
Che parlando chi solo il poder have,
Il minor volgo applaude inseme et pave.
Due porte sono in quel celeste albergo,
D'eterno bene et di letitia pieno:
L'una d'un negro et solido metallo,
L'altra d'un bel crystallo.
Questa n'adduce il dì lieto et sereno,
Quella la notte ombrosa.
Dunque il Re, che del mondo tene il freno,
Per la porta più chiara et luminosa
Uscir fe' quella schiera alta et famosa.