Canzone 7
La candida vertute al cielo eguale,
Materia di scriptori, exempio et via
A cui vole imitare il ben divino,
Cominci a resonar la lyra mia;
Et col valor d'altrui farsi immortale,
Lasciando il basso primo mio camino.
Quell'animo virile et pellegrino
De l'Aragonio principe Ferrando,
Degno di regnar vivo intra li dei,
Sarà 'l principio et fin di versi miei.
Et se non posso consequir, cantando,
Quel ch'ora io vo tentando,
Et la forza è minor che 'l gran desio,
Mi basta esservi pronto il voler mio.
Non voglio errando andar per dubbie lode,
O per historie incerte et fabulose,
Per tutto divolgate a mille a mille.
Chi non sa dir le guerre sanguinose
Di quei fratei Thebani, o l'arti et frode
D'Ulysse, o l'ira del superbo Achille?
S'io pur vo' dir le fiamme et le faville
Del nostro Endimione in versi honesti,
Non mi debbio partir dal proprio accento.
Con l'importuno, amaro, aspro lamento
Li celati pensier, dogliosi et mesti,
Posso far manifesti,
Replicando le lode ad una ad una
De la mia casta, pura et aurea Luna.
Quando la gioventù fu più fervente
Non mi vergogno haver servito Amore,
Benché sempre gli spiacque il mio cantare,
Hor da le Muse imploro altro favore,
Acciò che per le bocche de la gente
Io possa vincitor volando andare.
Et tu, spirto gentile et singulare,
Prestami il tuo divino et alto ingegno,
Et quel niveo parlar, diserto et netto,
Dimostrami il sereno et dolce aspetto,
Di reger l'universo assai più degno
Che l'Italico regno.
Extolle la mia lyra a tanta gloria,
Ch'io rimembri i tuoi gesti in vera historia.
Benché di tuoi magiori i celebri atti
Sonan con chiara tromba in ogni parte,
Tu de la gloria lor non ti contenti;
Ma con favor di Pallade et di Marte
Contendi superar la fama e' fatti
De le passate vostre antique genti.
Sei preclaro ornamento a li presenti,
A li posteri tuoi non dubbia speme
De riposo, d'honore et gloria vera.
Un tanto humano ingegno in mente altera,
Cercando tutto l'universo inseme
Fin a le parti extreme,
Non si vedrà giamai, né si sagace,
Invitto et forte sempre in arme e 'n pace.
Però che mai nessun con tal dolcezza
Seppe affrenar l'indomita insolentia
De l'inconstante volgo et inquïeto.
Tu vinci con soave, alta eloquentia
Ogn'animo crudel, pien di durezza,
E 'l mesto fai in un momento lieto.
Qual animo più saldo et più quïeto,
Qual più sereno volto tra le squadre,
Qual pensier più sicur, tranquillo et tuto
Nel pericol magior fu mai veduto?
De l'intrepido cor simile al padre,
D'humanità a la madre;
Quella ch'io anchor farò più gloriosa,
Se potranno i miei versi alcuna cosa.
Tu non ignori in quale arte di guerra,
E 'n qual guisa l'exercito securo
Mover bisogna, o posare, o munire,
Dove conven signar la fossa o 'l muro,
Et dove più feconda sia la terra,
Più commoda a difesa et a ferire.
Né l'ingegno ti manca, o forza, o ardire
In reger l'aspro, indomito destriero
Col freno, o con li sproni, in pugna o giostra,
Sempre in ogni exercitio si dimostra
Il viso tuo leggiadro, grave, altiero:
S'io fusse un altro Homero
Tanti duoni, dal cielo a te concessi,
Dir non potrei, se mille lingue havessi.
Se magnanimo cor, se petto invitto,
Se mano liberale hoggi è nel mondo,
In te solo si vede et non altrove,
Tu sol sai dar con l'animo giocondo,
Et aitare il misero et l'afflitto,
Servando il modo, come, quando et dove:
Tre vertù regie, inusitate et nove,
Rado vedute in questa nostra etade,
Han presa in te più naturale stantia:
La fede, e 'n ben oprar ferma constantia;
L'altra, quell'alma liberalitade;
Le quai per dritte strade
Ti menaranno al ciel senza fatica,
Poi de la tua Nestorea etade antica.
Per farti il ciel più chiaro et più beato,
Acciò ch'a te non fusse altro simìle
In ogni human costume et attione,
Col bel liquor del suo saver gentile
Le Muse t'han nudrito et educato
Ne le braccia d'Altilio, tuo Chirone;
E 'n mezzo al sacro fonte d'Helicone
Phebo ti die' la dotta lyra in dono,
Per man del gran Barrhasio, e 'l dolce canto
Che diero al Thracio Orpheo il primo vanto:
Orpheo che col soave et alto tono
Di sua voce, et col sono
D'esta lyra immortal, movendo i passi,
Si trahea presso i boschi, i monti e i sassi.
Non nascerà de la natura tua
Né nacque in terra mai mortale o divo
Sì degno de l'honore et nome regio.
S'alcun Greco o Roman per fama è vivo,
La loda fu del tempo et non la sua,
Ch'allhora era vertute in luogo egregio:
Una sola vertute in sommo pregio,
Anzi nel sommo ciel, poneva ogniuno.
Ma vederne in un solo tante unite
Hor, che dal mondo son tutte sbandite;
Et in secol sì fosco, oscuro et bruno
Vederne chiaro alcuno,
Ne sente tanta gloria l'universo,
Che prosa dir no' 'l può, rima, né verso.
Principe, il regio, eterno, alto palatio
Del chiaro ciel, dove quel che si vuole,
Facilmente si puote in tempo breve,
Del tuo lungo morar si lagna et duole,
Et porta invidia al glorioso Latio,
Che di triomphi tuoi goder si deve.
Ma se l'ingegno human non è sì greve
A contemplar de le fortune varie
Quel che 'l divin saver solo prevede,
So che 'l Re de li Dei certo s'avede
Che tue vive vertù son necessarie
Per le pesti contrarie;
Che, poi che sei remedio a' nostri affanni,
Starai qua giù tra noi molti et molt'anni.
Mi tu, Vergine madre, intatta et alma,
Che serbi l'Aragonio nome antiquo
Per far del sangue barbaro vendetta,
Non ti dispiaccia che quest'alma eletta
Emende tanti error del mondo obliquo,
Ché l'inimico iniquo
Del tuo figliuol assai ne die' supplitio
In quel furor de l'Hydruntino exitio.