Canzone 9
Se tu, Galeazzo mio, per te contempli
Li costumi di questa nostra etate
Col natural saver, che 'l ciel ti diede,
Vedrai non sol per molti et varii exempli,
Ma per ragione et mille opre passate,
Ch'oggi solo il mal dire acquista fede.
Dal quale ampia mercede
Havrai, non per lodar l'alma vertute
Et meriti di quei, che, morti et vivi,
Già son tra gli altri Divi
Annumerati in cielo, onde son mute
Le lingue al ben, al mal cotanto argute.
Se tu ponesti l'alma et sacra insegna
Sovra 'l muro hydrontin, quando 'l gran Duca
Agl'infedeli die' l'aspra battaglia,
Questa gran gagliardia, di premio degna,
Benché a triompho et gloria ti conduca,
No' sperar che 'n silentio in ciel ti saglia;
Ché, quantunque ti vaglia
Che 'l magnanimo Alfonso in alta sorte
T'extoglia, non fia già tua fama viva;
Ché, se non v'è chi scriva
Gli atti del tuo coraggio, invitto et forte,
Sarai sepolto in l'una et l'altra morte.
Ma l'huomo hoggi per dir de gli alti heroi
Le lode et de le candide heroïne,
Nome di folle et biasmo al fin gli avanza.
Questo volgo, che vive hor qui tra noi,
Meschia le cose humane et le divine;
Non perdonando al ciel per lunga usanza.
Quell'ardente speranza
D'honor, Caracciol mio, più non m'incende:
Perché deb'io cantar d'anima alcuna?
So per lodar la Luna,
Che 'l primo ciel governa e 'n terra splende,
Biasmato sono, et so ben chi mi intende.
Alcuni animi, d'atra invidia pieni,
Vòti d'ogni amorosa cortesia,
Indegni d'haver nome in li miei versi,
Con gli occhi, oltre mortal sorte, terreni
Non possendo mirar la Luna mia,
Con la lingua si sono in lei conversi.
Questi son sì sommersi
Nel fango, che lor mente, al ciel ribella,
Veder non sa celeste pudicitia.
Hor taccia di nequitia,
Taccia il volgo ignorante: io dico quella
Luna, chiara, immortale, honesta et bella.
Rompa l'invidia i venenosi fianchi:
Io dico quella Luna, et canto sempre,
A cui la castitade è consecrata,
Né creder che d'amarla io mai mi stanchi,
O che pavente l'alma, o si distempre,
Ch'a celebrarla è più sempre infiammata.
O gente dedicata
In vita e 'n morte al volto di Medusa;
Che giova armare i negri, acuti denti
Ne l'anime immerenti?
Guardate ch'io non armi in voi la Musa,
Anchor del Lycambeo sangue perfusa.
Forse dispiace a questi animi rei,
- Ch'àn de livore il cor sì forte amico,
Che d'altrui mal, quasi suo ben, si gode, -
Che di Ferrandi, i miei Aragonei dei,
Degli alti Alfonsi et del gran Federico,
Cantando, io scriva le preclare lode?
Lor mal dir nulla prode,
Ché, cominciando da l'antiquo padre,
Canterò fin a gli ultimi nepoti
L'alta stirpe di Goti:
Vedransi ne le mie rime leggiadre
Armate in pugna l'Aragonie squadre.
Ma tu, di veri amici il primo honore
Et dei nostri optimati insigne gloria,
Deh, fugge questi spirti pravi et mali.
Intendimi; ch'io non cometta errore
De dir lor nomi, ché di tai memoria
Far non si dée; per non farli immortali;
Non vo' ch'uomini tali,
Da cui conven che ciascun buon s'asconda,
Qual fanciullin da fabulosi mostri,
Macchien li versi nostri;
Ma che perpetua notte, atra, profonda,
Et morte et vita et lor nome confonda.
Et tu, canzone, extolle
Nel ciel costui, che col petto tranquillo
Conservò quel santissimo vexillo.