CANZONE DI MESSER PIETRO ARETINO IN LAUDE DEL DATARIO
Né più né meno è possibil che sia
d'Iddio l'onor, né per biasmo o per lode
di lingua né di stil cresce né scema.
E però Dio la laude più disia
della sua madre, e volentier più l'ode
che l'infinita sua laude suprema.
Così 'l Vicario suo, di cui è estrema
la gloria e tanto chiara in ogni parte,
che maggior né minor far non si puote,
più tosto vuol che le virtù sien note
della sua creatura, ch'in le carte
veder sue laude sparte.
Dunque io dirò del nome suo gradito,
benché cerco por fine allo 'nfinito
e vo' l'inmenso misurar, che tanto
di lui s'è inamorata la Fortuna,
ch'ottima è fatta nella sua bontade,
e tutto quel che d'ora in ora aduna
porge a' suoi merti, e più non vuole 'l vanto
d'alzare i rei per sue beate strade,
sì che se alcun vile è 'n questa etade,
che per miracol suo speri esaltarsi,
veramente lasciar può la speranza;
però che in lui ell'ha cangiata usanza,
e comincia de i buoni a dilettarsi,
e non pò più mutarsi,
né dar gran cose come già facea:
perché ella ha dato a lui quant'ella avea.
M'a egli hanno più di lei dato le stelle,
e più di loro il cielo e la natura,
né giammai di lassù tanto ben venne,
n'arrichì mai quaggiù simil ventura
uom d'ossa e carne, e tante cose belle
la terra non mai più dal cielo ottenne.
Ma se Fortuna e 'l Ciel nulla si tenne
(ch'avarissimi son) per dargli assai,
che deve fare Iddio ch'è largo sempre?
Dio gli diè la bontà con ferme tempre
sì volentier come la desse mai;
et ei, che ne' bei rai
di tal bontà vede sua vita accensa,
a sì gran cortesia grato esser pensa.
Et è gran cosa ch'ei pensi ch'a·Ddio
è debitor, perch'un felice sòle
sempre esser ebrio del favor di sopra,
né gli uomini né Dio conoscer vòle,
anzi a chi 'l fece tal, paga 'l gran fio
d'ambizione e d'ingratissim'opra;
ma ei che ha senno e sorte, ogni ora adopra
la sorte e 'l senno in cosa che procacci
vita all'anima eterna et alla fama.
Questo giovin perfetto altro non brama
che questa e quella maestade facci
vera pace, e discacci
dal cor l'orgoglio e l'odio empio et atroce,
onde triemi il Sultam pur della voce.
Se mostrò senno, e sudor molto ha sparso,
il bel spirto divin per porre in pace
gli 'nvitti Regi, il san Francesco e Carlo;
e s'a Clemente e Dio quest'opra piace,
vedelo ognun, che a·lluno e l'altro è parso
più che tutti gli altri uomini esaltarlo,
né verrà mai chi possa celebrarlo,
tant'è el merito suo; e s'io 'l ver dico
ne chiamo in testimonio ogni Virtute:
le quali erono a tale omai venute,
ch'andavan sospirando 'l tempo antico,
et ei, lor vero amico,
gli ha dato albergo, e vuol ch'ogni Idioma
delle fatiche sue triomfi a Roma.
Ver è ch'ei chiede in premio a ogni inchiostro,
non che facci di lui perpetua istoria,
ma in servigio di·Ddio l'armi sue prenda,
e che gli occida insino alla memoria
di Luter, falso e scelerato mostro,
che le fiamme di lui faranno emenda;
e premegli sì 'l cor ch'oggi s'intenda
ch'uno eretico errante a te, pio Cristo,
gli ordini rompa delle leggi tue,
ch'altro non pensan le vertuti sue
che di tòrti un nimico così tristo:
ben ch'egli ha fatto acquisto
di sì vil turba, che per lei si vede
tolta ogni machia della nostra fede.
Forse che 'l suo sincero cor tormenta
pensiero di salir quel grado raro,
dove 'l cielo el suo merto destina;
forse che l'età giovane gli aventa
un desiderio a voler nome chiaro
per altra via che per bontà divina,
l'alta et umil persona pellegrina
vorria due cose: a Luter porre 'l freno
e 'n dui cori scemar l'ira mortale;
e solo è il suo valor che lo fa tale,
e la propria virtù di ch'egli è pieno:
né potea Dio terreno
ritrovar mai fra l'universa gente
miglior Datario et ei miglior Clemente.
CANZON, ch'hai d'un tant'uom parlato meco
– non come si convien, ch'a tal suggetto
non aggiungeria mai penna d'ingegno –,
tu sai con quanta divozion m'ingegno
di lodar lui di vera laude obbietto,
ma e' vince ogn'intelletto:
pur mostrati se puoi dentro e di fore,
che t'aiuterà 'l mondo a fargli onore.