Canzone I

By Niccolò Risorboli

Non fu del buon Caton più glorïosa

contro a de' congiurati la sentenzia

che la tua gran clemenzia

d'aver renduti a me tanti miei civi.

Questo m'ha fatto sol vittorïosa,

ché tua virtù, tua somma sapienzia,

tua benigna eccellenzia

sparge fuor di pietà ondanti rivi.

O consiglio celeste, o pensier divi,

o presagio di mente al bene intesa,

quando piccola offesa

contro a' rei si dimostra e men supplicio,

è 'nver de' giusti immenso beneficio!

Ma perché forza e lingua umana cede

nel poter a te render grazia degna,

Quel che nel ciel su regna

ti dia el debito premio di tale apra.

Ecco la turba che per te rivede

di libertà la mia sublime insegna,

né seguir lei disdegna

fin ch'alle stelle volerà di sopra.

Questo convien, che ciaschedun si scopra,

ché l'alme, già d'essilio rivocate,

vanno cantando grate

a te sol gloria ed ottimi auspici,

del tuo bel nome e fama osservatrici.

Tu se' el mio Petro e sopra questa petra

ho rinovato il tempio a libertate,

che già molte fïate

aperse el tuo parente invitto e saggio.

Ciascun che dentro a quello entrare impetra,

el verno, primavera, autunno e state

vedrà mie côme ornate

di verde frondi d'uno alpestre faggio.

O splendor rilucente, o santo raggio,

che 'l cor m'infiammi di sì lieta gioia

ch'ogni molestia e noia

è da me tolta, el mio novella stato

è oggi più che mai per te beato!

Dunche, a bene sperar giusta ragione

induce el vulgo mio, già sì giocondo

che par che dal profondo

del più crudele abisso sciolto sia

nuovo Fabrizio in toga e Scipione

disceso giù dal cielo a noi nel mondo,

Bruto e Marcel secondo,

per essaltar la fama e gloria mia,

alma superna, degna, giusta e pia,

ove fede e costanzia si discerne

ed altre dote eterne:

ardire al cominciar d'ogni periglio

e, nel seguir, prudenzia e gran consiglio.

A te sol dunche esser chiamato erede

tra gli altri nati del tuo padre lice,

Cosmo santo e felice

che mi fa del suo nome ancora adorna.

E s'egli è gito alla più celsa sede

del trono dove impera Beatrice,

io riveggio in sua vice

ciò che per te di lui al mondo torna;

ma, s'all'occasïon non si soggiorna,

il farò di metallo rifulgente

col titolo eccellente

del padre mio, che virtù vivo face,

ché morto è chi di lui al fin si tace.

Veggio dal tuo sinistro e destro lato

surger due laüretti e verdi rami,

e par che ciascun brami

con sue frondi adombrar la chioma mia,

in mezzo una colonna ed uno armato,

ch'asembra fare e tuoi nimici grami,

perché tu temi ed ami

quel che fé superare a lui Golia.

Questo fu che la setta iniqua e ria,

che tôr mi volle quel che meco nacque,

sì come al ciel sol piacque

si torse in fuga, e la sua gran nequizia

ha ceduto a ragione ed a giustizia.

— Canzon, di quegli accenti el tuo tenore

saria sol degno e risonante lira

che di Parnaso spira.

M'hai fermo la mente in un pensero:

ch'assai ben parla chi raconta el vero.