Canzone I
Non fu del buon Caton più glorïosa
contro a de' congiurati la sentenzia
che la tua gran clemenzia
d'aver renduti a me tanti miei civi.
Questo m'ha fatto sol vittorïosa,
ché tua virtù, tua somma sapienzia,
tua benigna eccellenzia
sparge fuor di pietà ondanti rivi.
O consiglio celeste, o pensier divi,
o presagio di mente al bene intesa,
quando piccola offesa
contro a' rei si dimostra e men supplicio,
è 'nver de' giusti immenso beneficio!
Ma perché forza e lingua umana cede
nel poter a te render grazia degna,
Quel che nel ciel su regna
ti dia el debito premio di tale apra.
Ecco la turba che per te rivede
di libertà la mia sublime insegna,
né seguir lei disdegna
fin ch'alle stelle volerà di sopra.
Questo convien, che ciaschedun si scopra,
ché l'alme, già d'essilio rivocate,
vanno cantando grate
a te sol gloria ed ottimi auspici,
del tuo bel nome e fama osservatrici.
Tu se' el mio Petro e sopra questa petra
ho rinovato il tempio a libertate,
che già molte fïate
aperse el tuo parente invitto e saggio.
Ciascun che dentro a quello entrare impetra,
el verno, primavera, autunno e state
vedrà mie côme ornate
di verde frondi d'uno alpestre faggio.
O splendor rilucente, o santo raggio,
che 'l cor m'infiammi di sì lieta gioia
ch'ogni molestia e noia
è da me tolta, el mio novella stato
è oggi più che mai per te beato!
Dunche, a bene sperar giusta ragione
induce el vulgo mio, già sì giocondo
che par che dal profondo
del più crudele abisso sciolto sia
nuovo Fabrizio in toga e Scipione
disceso giù dal cielo a noi nel mondo,
Bruto e Marcel secondo,
per essaltar la fama e gloria mia,
alma superna, degna, giusta e pia,
ove fede e costanzia si discerne
ed altre dote eterne:
ardire al cominciar d'ogni periglio
e, nel seguir, prudenzia e gran consiglio.
A te sol dunche esser chiamato erede
tra gli altri nati del tuo padre lice,
Cosmo santo e felice
che mi fa del suo nome ancora adorna.
E s'egli è gito alla più celsa sede
del trono dove impera Beatrice,
io riveggio in sua vice
ciò che per te di lui al mondo torna;
ma, s'all'occasïon non si soggiorna,
il farò di metallo rifulgente
col titolo eccellente
del padre mio, che virtù vivo face,
ché morto è chi di lui al fin si tace.
Veggio dal tuo sinistro e destro lato
surger due laüretti e verdi rami,
e par che ciascun brami
con sue frondi adombrar la chioma mia,
in mezzo una colonna ed uno armato,
ch'asembra fare e tuoi nimici grami,
perché tu temi ed ami
quel che fé superare a lui Golia.
Questo fu che la setta iniqua e ria,
che tôr mi volle quel che meco nacque,
sì come al ciel sol piacque
si torse in fuga, e la sua gran nequizia
ha ceduto a ragione ed a giustizia.
— Canzon, di quegli accenti el tuo tenore
saria sol degno e risonante lira
che di Parnaso spira.
M'hai fermo la mente in un pensero:
ch'assai ben parla chi raconta el vero.