CANZONE NONA.
Vorrei tacer, Amore,
Gli affanni e i dolor miei
Per non turbar il bel viso sereno;
E perché quel c'ho in core
Con lingua non potrei
Né con la penna mai ritrar appieno,
Com'io lo dica o scriva
Pensando a quelle sole
Dolci estreme parole,
Cagion che in tali pene ardendo io viva,
A quella bianca mano
Che la mia strinse, ond'or la piango invano.
Non è sì alpestra fera
Che udendo il mio gran pianto
Non cangi in pia la sua orgogliosa mente.
Quanto, da quel ch'io era,
Mutato sono! ahi quanto
Era il mio meglio in quel punto dolente
Morir sì dolcemente!
Moriva riguardando
Negli occhi e nel bel volto
Ch'ora a dolor mi volto,
Sempre il tuo nome e il mio destin chiamando.
Lasso! più non ho io
Altro che un dolce di morir desio.
Gli amorosetti augelli
Di questo inculto loco
Al tristo suon degli aspri miei lamenti
Non più leggiadri e belli,
Cantan lor dolce foco
Ma con pietose voci e mesti accenti
Piangon li miei tormenti,
E la mia afflitta vita,
Che non fu mai né fia
Ugual pena alla mia
Qualor ripenso all'empia dipartita:
Ma il ciel più sordo fassi,
Ch'io più non piango, e torno a questi sassi.
Dunque per aspro colle
E in questi folti boschi
Mi chiudon l'alta via del paradiso.
O desir vano e folle,
O pensier ciechi e foschi,
U' mi guidaste voi senza il bel viso?
Ov'è quel vago riso
Che acqueta il mio martìre?
E quelle chiome d'oro
Per cui mi sento ad or ad or morire?
Stolti, non v'accorgete
Che innanzi agli occhi mille morti avete?
Almo terren felice,
Le chiare piante tocchi,
E godi quel che il ciel m'adombra e toglie.
Deh perché a me non lice
Contemplar que' begli occhi,
E saziar le mie accese oneste voglie?
Perché l'alte mie doglie
Non ponno trasformarsi
Nel primo dolce stato?
Ahi doloroso fato!
O cielo! o stelle! o miei disegni scarsi
Qual dì mercè vi giunga?
Ch'io più non posso in questa guerra lunga.
O poverella mia tra' boschi nata!
Se il ciel pietà non volve,
Presto mi rivedrai ridotto in polve.