CANZONE OTTAVA.
Occhi vaghi lucenti
Che mi stringeste il nodo
Del qual mai per fuggir non mossi il piede,
E quei vaghi e pungenti
Raggi temprate in modo
Che mi fate sprezzar quanto il Sol vede,
A portar ferma fede
Ch'avea smarrita d'ogni onor la strada,
Quanto per voi m'aggrada
Aver del viver mio cangiato stile!
Che a dir il vero, io era
Quasi un'alpestre fera
Ad altrui grave, a me noiosa e vile.
Or veggio, e mi diletta,
Che senza voi non è cosa perfetta.
Ché avea l'alma gravata
D'una nebbia d'errore
Sì ch'io non potea mai giunger al vero,
Poi che da voi piagata
Fece loco ad amore
Che dolce in lei creò di voi pensiero,
Del mio stato primiero
Vergognando mi dolsi, e sonmi accorto
Che vivendo ero morto.
Perché come il gradito aer cortese
Saggio animal dispoglia
Dall'antica sua spoglia,
Così poi che nel cor raggio discese
Del bel lume soave,
Sgombrò da me l'incarco ond'era grave.
Allor conobbi espresso
Onde si trae la guerra
Che dal ciel ne disgiunge e da virtute,
E che si brama spesso
Quel che il passo ci serra
Al sentier d'onestate e di salute.
Ond'io perché si mute
Stato nel cor, e chi dentro governa
Sempre il ver non discerna,
Dal mio saldo voler già non mi muovo;
Ché da voi, oneste luci,
Fide al mio viver duci,
Muove un piacer pur al membrar sì nuovo,
Che di lui più m'accendo
Quanto più nel pensar di voi m'estendo.
E se il grave mio velo
Il conoscer più avante
Del vostro aer gentil non mi vietasse,
Né Amor, credo, né il cielo
Fôra di grazie tante
Mai sì cortese a chi nel mondo entrasse,
E di par non andasse
Col suo bel stato l'alta mia ventura.
Ma la luce ch'oscura
E men degna d'onor fa parer quale
Fra noi prima si tiene,
Mia virtù non sostiene
Perché voi santa, ed io cosa mortale.
Pur quel poco ch'io veggio
Sì contenta il desio ch'io più non chieggio
Perch'io non abbi un'intera allegrezza,
Interrompe il timor tanta mia gioia.
Ma se il mio cor non sdegna
Vostra nobile altezza,
Né se oscura fortuna unqua la noia,
Forse innanzi ch'io muoia
Vedrò ancor voi dolce pietate aprire,
La qual mi porga ardire
A pregar sol poi che il desir mi sprona,
Che non abbiate a schivo
Se di voi parlo o scrivo
Per quel che dentro Amor meco ragiona,
Che mi diletta e piace;
Con l'altro non poss'io aver mai pace.
Gir potrei lieto, e tu, o Canzon, più adorna,
S'a' begli occhi pietate
Crescesse, come ognor cresce beltate.