CANZONE PRIMA.

By Luigi Alamanni

O sola del mio cor vera beatrice,

Venuta a partir meco i duri affanni

Ch'io sostengo nel mondo, ove mi fate

Della vostra presenza esser felice,

Ed obliar tutt'i passati danni:

Son pur questi i begli occhi, in cui mostrate

Quanto la nostra etate

Ha fra noi di leggiadro e di gentile.

Veggio certo quel viso almo e sereno

Che d'altezza il cor pieno

M'ha in breve fatto a sé tanto simile,

Che ciò ch'ei sdegna ho per malvagio e vile.

Ma troppo è verso me tanto d'onore

Che a voi cosa del ciel punto non grave

Di star in luogo sì dispetto e strano.

Vostra pietà fu prima a tormi il core,

A farlo col parlar dolce e soave

Dalli studi del vulgo esser lontano;

Onde alcun basso e vano

Pensiero innanzi a lui punto non dura.

Poi con atto d'amor leggiadro e santo,

Tolto dagli occhi il pianto,

M'avete spesso incontro ogni sventura

Renduta a contrastar l'alma secura.

Or veggendo allo estremo il duro passo

Ove il protervo mondo e la fortuna

M'avea giunto, e mancata esser la speme,

Me per soverchio duol di viver lasso

Con quel valor, che glorïosa ed una

Vi mostra in terra sì ch'altri ne geme,

Presta e pietosa insieme

Siete stata al mio scampo, i sdegni e l'ire

Che mi tenean d'ogni allegrezza in bando,

In tal modo acquetando

Che fier destin più non m'addoglia o gira:

Tale amor forza da' bei lumi spira.

E non contenta d'aver posto fine

Alli miei guai con più tranquilla vita,

Volto il mio fosco in più quïeto stato,

Per quai virtuti al ciel l'uom s'avvicina

Mi mostrate, e qual è breve salita

Al vero onor, perché da me sprezzato

Sia il ben mondan, cercato

Sempre dal più di noi cupidamente.

Poi d'arte m'afforzate e di consigli

Incontra alli perigli,

Temendo non la cieca e instabil mente

Si rivolga al piacer falso presente.

Dal terso, puro e prezïoso argento

Che nella vostra man luce dall'auro,

Nèttare io beo, ch'ogni futura doglia

Non men disperde che la nebbia il vento,

Ed è d'ogni mio danno ampio restauro.

Il sacro mirto onde non muove foglia

La stagion che dispoglia

D'onor le selve, io pregherò che stanco

Mai non si veggia di far ombra al viso

Fatto nel paradiso,

E che tanto appressar vi voglia almanco,

Che vi s'appoggi il delicato fianco.

Deh qual error sì forte mi disvia

Ch'io stia a parlar come a persona viva,

A un morto segno, e in ciò diletto prenda!

Ma grato anco l'error par che mi sia

E in odio ho il ver che di tal ben mi priva;

E però voglio dir che ognun m'intenda,

Acciò che onor si renda

Là dove leggiadria s'ama ed apprezza.

Se della donna mia l'immagin sola

Tutti i sensi m'invola,

E porge all'alma singolar dolcezza,

Or ch'è dunque a veder tanta bellezza?