CANZONE QUARTA
Eterni fonti d'infallibil luce,
Da l'uno et l'altro sol raggi fluënti,
Che vi mostraste in lingue dispertite;
Come pioveste in quelle inclyte menti,
Che n'apriro la via che ne conduce
A l'immortalità de nostre vite;
Così del vostro ardor le luci ignite
Liquefaccian le nevi del mio core,
Talché, dal vostro Amore
Pieno, possa cantar l'alma Regina
Del ciel, consorte a la vertù divina
Per humana vertute;
Colei, ch'al sommo Idio più ch'altra piacque,
Et per nostra salute,
Hoggi nel nostro mondo indegno nacque.
Vergine integra, et madre intatta et pura,
Che 'l ciel col casto tuo viso accendesti,
Onde tu gli altri, et te sol dio precede;
Come nel ventre human huom concepesti,
In cui di seme human non fu mixtura,
Solo con humiltà, piena di fede;
Così per me pietosa hor intercede
Appresso il vero ardor di caritade,
Pregandol per pietade,
Che di lui, che di vita è vera via,
Il seno del mio cor gravido sia;
C'humile in lui confida;
Et per salir per le celesti scale
Mi sia duttore et guida;
Né mi faccia prezzar cosa mortale.
Vergine, innupta in terra, in cielo sposa
Del sempiterno Amor, vergen feconda,
Quanto più fertil, tanto più pudica,
Circondasti colui che 'l ciel circonda;
Et, qual vasel pien de liquor di rosa,
Che, chiuso, un dolce odor di fuore explìca,
Paristi il sommo ben senza fatica.
Et miracol non fu non darti doglia,
Chi di dolor ti spoglia,
Per quel parto, onde nacque Idio verace,
Ti priego, o vera diva,
Che 'l parto del mio ingegno erumpa in Christo,
Christo sol cante e scriva;
Né sonen le mie rime altro che Christo.
Vergine, i Magi al tuo parto admirando
Da l'orïente sol venner, seguendo
La nova stella, che dal cielo uscìo.
Tre Regi i suoi thesauri al Re stupendo
Portaro, il nume suo solo adorando:
Mirrha ad huomo, auro a Re, incenso a dio.
Per la letitia, che 'l tuo cor sentìo,
Vedendo di tua fé vero argumento,
Per certo experimento:
Ché di te preso havea l'humano velo
Chi in terra adoran Regi, Angeli in cielo;
Ti priego, alma parente,
Che 'l mio voler, memoria et intelletto,
Da tua stella fulgente
Guidati, adoren sempre il re perfetto.
Vergine, duce a le syderee case,
Verace archa di fede, in cui si chiuse
Quello immenso, eternal verbo divino;
Quando per la passion fur già confuse
Le menti sante, in te sola rimase
La fé, che seguìo sempre il tuo camino.
Però, spargendo il rore matutino,
Tornato in vita, Christo prima apparse
A te, sol per mostrarse
Col bel corpo immortal glorificato,
Prima ch'agli altri, a te dond'era nato.
Hor per quel lieto die
Pregal, che, tra le dextre alme, leggiadre,
Odan le orecchie mie:
– Venite, benedetti del mio padre! –
Vergine, quante lagrime dal viso
Spargesti a piè del cedro, si mutaro
In riso, in gioia, in candida letitia,
Quando vedesti in mezo al giorno chiaro
Aprirsi la magion del paradiso,
Et salirvi quel tuo sol di giustitia,
Con cui livor, superbia, né sevitia,
Né pravità salìo, né pensier vile,
Ma vertù santa, humìle.
Hor, per quel gaudio grande, anzi infinito,
Ti piaccia, eterna dea, che 'l cor, pentito
Di gravi errori suoi,
Di speme et fede et carità s'accenda;
Talché per prieghi tuoi,
Mundo di labe, in ciel con Christo ascenda.
Vergine, qual letitia a quella immensa
Gloria, c'havesti in quel sacro et solenne
Quinquagesimo dì, fu mai conforme?
Quando dal ciel per consolarti venne
Converso il santo Amor in fiamma accensa,
Portandoti la gratia septiforme:
L'orbe terreno empìo di varie forme,
Et fe' parlar le lingue in modo vario.
Ma tu, primo sacrario
Del paraclyto dio, più presto il foco
Nel petto tuo sentesti, ov'è 'l suo loco.
O mar fondo di gratia,
In cui lo spirto andava, hor fermo regna,
Il cor di lui mi satia,
Che ti possa lodar, come sei degna.
Vergine, senza dubbio io credo et canto,
Ch'entrasti in ciel con la corporea veste,
Et ciò, (salva la fé,) creder mi lice,
Che dilatar non volse il Re celeste
Di renderti quel suo materno manto,
Acciò che 'n perfettion fussi felice.
Ché, se d'alquanti il Vangelista dice,
Che ricovrar le lor parti divine
Nel glorïoso fine
Del redemptor, par certo impïentissimo
Creder, che tu aspettassi il dì novissimo.
Pregoti per quel giorno,
Nel qual più sù, che gli Angeli, exaltata
Fusti nel bel soggiorno,
Che impetri ivi per me vita beäta.
Non è, Canzon, chi più cola et honore
Questo natal, che l'Aragonia Egeria,
De l'una et l'altra Hesperia
Honor; soro di Re, figlia et consorte;
De gli Hungari Regina, invitta et forte.
Va senza indugio a lei,
Et digli: – O di vertù celeste exemplo,
Pon questi versi miei
De la magior Regina al sacro templo. –