CANZONE QUARTA.

By Luigi Alamanni

Se come sciolto da tutt'altre umane

Qualitadi mi tieni e levi in parte

Che in tutto è dal mortal uso diversa,

Così porgessi, Amor, forze non vane

Al desio che di porre in queste carte

Brama il piacer che dentro s'attraversa,

Quel ch'or tacendo versa

Per gli occhi in dolce pianto il debil core,

Con le tue proprie mani insieme accolto,

In miglior uso volto

Usciria tal, che a te di largo onore

Fôra cagione, e a me di più liete ore.

Ben sai, Signor, che senza la tua aita

Indarno stanco le mie basse rime,

E menzogna parrà quanto io ragiono.

Ma tacer non mi lascia la infinita

Dolcezza, e del mio canto non si estime

D'altri giammai celeste il mortal dono.

E tutto quel ch'io sono

E scrivo, se ritrarlo, (il che m'accora)

Non mi lece ad altrui, mostra tu appieno

In questa fronte almeno

Sì che legga palese il mondo fuora

Che par non ebbe il mio gioire ancora.

La notte di lucenti gemme aurate

Avea cosparso il ciel già d'ogni intorno,

E copria scuro vel l'umida terra,

Allor che al mio bel sole alta pietate

(O notte a me più chiara assai del giorno!)

Riscaldò il petto, e me tolse di guerra.

Certo il cielo non serra

Piacer che adegui la mia festa pura

Quando il volto rimembro e le parole

Dell'amato mio sole,

Alla cui voce ardea la notte oscura,

E frenava il suo corso anco natura.

Fedel, dicea, mio caro, il tempo è giunto

Ch'io ti ristori d'ogni avuto oltraggio,

E il porto alle angosciose tue fatiche

Dimostri omai, e che non men compunto

Dagli amorosi strali il mio cor aggio;

E se mai le mie voglie a te nemiche

Si dimostrâr, che amiche

Sempre ti fur, ciò fa per maggior segno

Aver del colpo, onde l'incendio nacque

Che a me cotanto piacque.

Or tutta in signoria di te ne vegno,

Né sperar da me aver più ricco pegno.

Così dicendo, le sue braccia aperse,

Ché ben là dove io stava ella s'accorse,

E un'aura mi spirò dal suo bel viso

Possente sì, che le virtù disperse

Racquistâr forze, al suo soggiorno corse

Il fuggitivo core che preciso,

Per star da me diviso,

M'avea già tutto quello ond'io respiro.

Alfin tanto d'ardire allor li diedi,

Ch'io le mi strinsi a' piedi

Dicendo: de' begli occhi un vostro giro

M'appaga sempre d'ogni mio martiro.

Ma poi che alzarmi a tanto onor vi piace,

Non fia duro destin che più m'addoglie,

Né mortal peso che m'ingombri o grave.

Turbar si ferma e sì tranquilla pace

Non potranno di me l'ultime spoglie,

Così del core l'una e l'altra chiave

A voi che il suo soave

Sostegno siete, io sacro umilemente.

Mentr'io seguia più avante, ci percosse

Chi della terra scosse

L'ombra col novo giorno acerbamente,

La bella Aurora, il lucido Orïente.

Canzon, tu puoi ben dire

Siccome giustamente io desiai

Che il Sol dall'onde non uscisse mai.