CANZONE QUARTA.
Se come sciolto da tutt'altre umane
Qualitadi mi tieni e levi in parte
Che in tutto è dal mortal uso diversa,
Così porgessi, Amor, forze non vane
Al desio che di porre in queste carte
Brama il piacer che dentro s'attraversa,
Quel ch'or tacendo versa
Per gli occhi in dolce pianto il debil core,
Con le tue proprie mani insieme accolto,
In miglior uso volto
Usciria tal, che a te di largo onore
Fôra cagione, e a me di più liete ore.
Ben sai, Signor, che senza la tua aita
Indarno stanco le mie basse rime,
E menzogna parrà quanto io ragiono.
Ma tacer non mi lascia la infinita
Dolcezza, e del mio canto non si estime
D'altri giammai celeste il mortal dono.
E tutto quel ch'io sono
E scrivo, se ritrarlo, (il che m'accora)
Non mi lece ad altrui, mostra tu appieno
In questa fronte almeno
Sì che legga palese il mondo fuora
Che par non ebbe il mio gioire ancora.
La notte di lucenti gemme aurate
Avea cosparso il ciel già d'ogni intorno,
E copria scuro vel l'umida terra,
Allor che al mio bel sole alta pietate
(O notte a me più chiara assai del giorno!)
Riscaldò il petto, e me tolse di guerra.
Certo il cielo non serra
Piacer che adegui la mia festa pura
Quando il volto rimembro e le parole
Dell'amato mio sole,
Alla cui voce ardea la notte oscura,
E frenava il suo corso anco natura.
Fedel, dicea, mio caro, il tempo è giunto
Ch'io ti ristori d'ogni avuto oltraggio,
E il porto alle angosciose tue fatiche
Dimostri omai, e che non men compunto
Dagli amorosi strali il mio cor aggio;
E se mai le mie voglie a te nemiche
Si dimostrâr, che amiche
Sempre ti fur, ciò fa per maggior segno
Aver del colpo, onde l'incendio nacque
Che a me cotanto piacque.
Or tutta in signoria di te ne vegno,
Né sperar da me aver più ricco pegno.
Così dicendo, le sue braccia aperse,
Ché ben là dove io stava ella s'accorse,
E un'aura mi spirò dal suo bel viso
Possente sì, che le virtù disperse
Racquistâr forze, al suo soggiorno corse
Il fuggitivo core che preciso,
Per star da me diviso,
M'avea già tutto quello ond'io respiro.
Alfin tanto d'ardire allor li diedi,
Ch'io le mi strinsi a' piedi
Dicendo: de' begli occhi un vostro giro
M'appaga sempre d'ogni mio martiro.
Ma poi che alzarmi a tanto onor vi piace,
Non fia duro destin che più m'addoglie,
Né mortal peso che m'ingombri o grave.
Turbar si ferma e sì tranquilla pace
Non potranno di me l'ultime spoglie,
Così del core l'una e l'altra chiave
A voi che il suo soave
Sostegno siete, io sacro umilemente.
Mentr'io seguia più avante, ci percosse
Chi della terra scosse
L'ombra col novo giorno acerbamente,
La bella Aurora, il lucido Orïente.
Canzon, tu puoi ben dire
Siccome giustamente io desiai
Che il Sol dall'onde non uscisse mai.