CANZONE QUINTA

By Benedetto Gareth

Honor de l'alta prima hierarchia,

Santo ministro, eletto al gran saluto,

Onde nostra salute initio prese;

Candido, puro, vergine, impolluto,

Ch'a la vergen dicesti: – Ave Maria!; –

Guidami in queste mie tropp'alte imprese.

A le immense vertù, nel parto illese,

– Et ante, et dopo, et sempre, – hor tu m'insegna

Di dar la laude, degna

Del dì natal di lei, piena di gratia,

Con cui fu sempre Idio: la più perfetta,

Tra tutte l'altre vergen benedetta,

Et benedetto del suo ventre il frutto,

Cui l'alto ciel ringratia,

Che per lui gode, et è l'inferno in lutto.

Hoggi il textor de l'humanal textura

Die' fine a quelle incominciate veste,

Che diero al cieco Ysàch salùbre odore.

Empiêr d'ambrosia et di liquor celeste

La vecchia humanità, cieca et oscura,

Prima assuëta al tetro Stygio odore.

Hoggi finìo la toga il gran sartore,

Tèxta del bianco, immaculato vello,

Rigato del più bello

Et più soäve rore matutino:

Rugiada celestial, pioggia tranquilla,

Che dolce carità nei cori instilla;

Veste del santo humor nettareo asperse,

Da le quali il divino

Verbo togato, in carne si converse.

Nata è colei, ch'al paradiso gloria,

Et a la terra diede pace eterna,

Fede a le genti, et a li vitii fine;

Mostrò 'l camin de vita sempiterna,

L'ignota via d'Olympo fe' notoria,

Et reparò del ciel l'alte ruïne.

Le sue vertuti et sante discipline

Celebrar non si ponno in questo stile,

Attenuäto, humìle.

Io son qual fanciullin, ch'empara et teme,

Et ciò, ch'apprende anchor dir non presume:

Chi non può ben guardar del sole il lume,

Non fa del suo splendor ver testimonio:

Perfettïon supreme

Son degne sol d'angelico preconio.

Non è mortal, che 'n suon sì tenue et basso

Presuma di lodarti, eterna diva,

Si non colui, che tua grandezza ignora.

La mente, ch'al tuo ben perfetto arriva,

Sepolta in l'urna del corporeo sasso,

La tua divinità, tacendo, adora.

Il sacrificio pur di laude honora

L'alma, già accesa nel divino zelo,

Ché del camin del cielo

Mostrar qualche vestigio in terra vuole.

Di ciò che spera honor, chi te comprende,

L'ignaro gloria no, ma venia attende.

Te dunque io canterò più fermo et saldo,

Qual cieco intento al sole,

Che se no' 'l vede, pur ne sente il caldo.

Immenso è 'l tuo splendor: il più facondo

Arde per te in silentio, sol pensando

Ch'a te non giunge il viso de la mente.

Chi ti vede, ti può lodar cantando;

Non chi vive in pregion del picciol mondo,

Ove chi intende, è vinto da chi sente.

Porta di Iano chiusa eternamente,

Porta d'Ezechïel chiusa in eterno,

Sol pervia al sol superno,

Serba tu la gentil sacra, cittade,

Napol, di Muse et divi antiquo hospitio;

Di trabea degna et non d'aspro cilitio.

Priega il gran Re, più che 'l principio antico,

Più che 'l fin de l'etade

Perpetuo, che li renda il fato amico.

Angel, di peregrin custode et duce,

Che i prieghi porti in ciel di fede accensi,

Con odorati incensi

Guida il mio canto in le beate sedi,

A piè de la colomba humil, formosa.

Et tu, Canzon, gli di': – Madre pietosa,

Vergen, de le altre vergini Regina,

Pei miseri intercedi:

Ché di Marte non sian sempre rapina! –