CANZONE QUINTA.
Se per opra d'inchiostro o vergar carte
Osassi mai il mio focoso ardore,
E il desiderio poter farvi aperto,
Mi sforzerei con ogni industria ed arte
Scoprir di quanta fiamma arde il mio core,
Quanto mal soffre, e finor ha sofferto.
Ma perché ingegno esperto
Né mio né altrui può palesar l'accesa
Mente e 'l foco che m'arde dentro al seno,
Di contemplarlo appieno
Tacendo a voi lascerò l'alta impresa.
Che ben di poca fiamma ha il core oppresso
Chi può tutto il suo ardor mostrar espresso.
Da pietra tale escon le mie faville,
Che non è maraviglia se di forza
L'aspra mia fiamma ogn'altro foco eccede.
Da sì begli occhi escono a mille a mille
Gli acuti strali con che amor mi sforza,
E di mortal ferite il cor mi fiede.
Che pura e intera fede
Presterà, credo, alle dogliose rime
Chiunque donde la mia pena nasca,
E qual donna si pasca
Del mio martir, saprà, né fa che estime
Altrimenti l'ardor che in me s'asconde
Inestinguibil per vento e per onde.
Da disio nasce il mio amoroso foco,
Disio che ad altri non fia mai secondo
Quanti son stati o di già mai saranno.
Dunque ben giustamente a poco a poco
Miser mi vo struggendo, e se giocondo
Talor mi mostro, le speranze danno
Al mio gravoso affanno
Sovente tregua, qual poi che cadute
Dopo non lungo spazio sono a terra,
Novo dolor m'afferra,
Né a contrastar mi val forza o virtute;
Né riaver si può l'alma già stanca,
Ché l'ardor cresce, e la speranza manca.
È l'ardor dunque al desiderio eguale
È pari il desiderio all'amor mio,
Talmente insieme l'un l'altro s'appiglia.
Or se del mio bel Sol la beltà è tale
Che in lui beltade ha il suo nido natio,
Né lo pareggia altrui né lo somiglia,
Non fia gran maraviglia
Se l'amor mio ch'indi il vigor apprende,
Principio avendo da sì bello oggetto,
D'ogn'altro è più perfetto;
E come più che in altri si comprende
Madonna, in voi valor, senno e bellezza,
Così cede al mio male ogn'altra asprezza.
L'ardor, la fiamma, i miei martir, lo strazio,
Benché sì grande sia che col pensiero
Seguir non pensi non che in versi dire,
Pur di mia bona sorte il ciel ringrazio,
Né 'l stato mio con regno e con impero
Cangiar intendo, e prezzo il mio servire
Il piacer di languire;
E prendo la mia antiqua libertade,
Già tanto cara, a sdegno, e tengo a vile.
Né mi reputo umile
Ma lieto e altier per seguir tal beltade,
Né potrò amando esser se non felice,
Ardendo di una vera Beatrice.
Canzon, s'alla mia donna
Il destin tuo felice ti portasse,
Poiché le fiamme mie scoprir non sai,
Umile le dirai,
Che se cogli occhi il cor dentro mirasse
Legato dalle crespe aurate chiome
Dentro scritto vedrìa lo suo bel nome.