CANZONE SESTA.
Mentre nel vostro viso,
Madonna, intentamente
Come a tanta beltà dritto conviensi,
Gli onor del paradiso
Ricerco, e con la mente
Mille gioie dispenso a' lieti sensi,
Nuovi desiri accensi
Recansi dentro l'alma
Di celebrarvi in carte
Ch'io n'ardo a parte a parte;
Ma perché poi sotto sì grave salma
M'agghiaccio e discoloro
Sol colla mente e col tacer vi onoro.
Non è che da' begli occhi
E dall'avaro seno,
Che delle sue ricchezze è sì tenace,
Fino al cor non trabocchi
L'amoroso veneno
E l'aura dolce, a cui pensando, pace
Mi viene, e questo spiace
Al mondo; e se il negletto
Fosse al desir uguale
Mio stile pigro e frale,
E movesse ripien d'alto intelletto,
Riscalderei d'amore
Ogni indomito spirto, ogni aspro core.
So ben come in parole,
O sian legate o sciolte,
Un sol non vien de' miei pensieri ardenti.
E non è ch'oda il Sole,
Che par che tutto ascolte,
Così leggiadri ed onorati accenti
Che a dir fosser possenti
Il bel sembiante umano;
Ma fo come uom che dorme,
A cui celesti forme
Paiono in sonno, che poi desto invano
Di rimembrar agogna,
Né men vegliando che dormendo sogna.
Forse ancor fia che il cielo
Alla mia lingua eletta
Voce consenta, e ne disgombri in tutto
Il pigro e mortal gelo
Che sì la tiene astretta,
Che porger non ne lascia alcun bel frutto.
Atro marino flutto,
Allor che il mar più freme,
Scoglio mai non percosse
Che vie maggior non fosse
A ragionar di voi, dolce mia speme,
Il mio fermo ardimento
Lo quale or provo sì fallace e lento.
Allor le sacre dive
Io desterei parlando
Che Alfeo alberga, ed il Giordano, e il Tebro.
Alle più fresche rive
Il mio gioir cantando,
Ove faggio porgesse ombra o ginebro,
Cercherei pieno ed ebro
Di quel che grave sorte
Or mi contende e vieta.
Ma voi, vivo pianeta,
Se prestamente con l'usate scorte
Non mi porgete aita,
«La mia favola breve è già fornita.»
Canzon, che forse la mia donna vedi,
Riverente di' come
La mia voce rischiara al suo bel nome.