CANZONE VI
Corrono il freddo Borea e l'umido Austro
per li campi del cielo:
ciascun dal regno suo move aspra guerra:
se l'un di triste nubi l'aria ingombra,
l'altro sparge il terren d'orride nevi:
arma il pigro Boote il freddo plaustro;
gittan le vesti gli arbori; la terra
or veste fango or gelo:
la luce vinta cede il mondo a l'ombra;
e son le notti lunghe e i giorni brevi.
Io, che penose e grevi
ore trapasso, a miglior vita usato,
risguardo al tempo, simile al mio stato:
l'interna doglia mia cresce altrettanto,
e ne' tristi occhi si raddoppia il pianto.
Escon dal maggior fondo del mio petto
(ove ha il suo regno Amore),
sospir, che pace o triegua mai non hanno:
guerreggian dentro, e par ch'ognun contenda
di tirarne, a l'uscir, l'anima seco.
Qual move di desio, qual di sospetto:
e l'aria del mio volto cangiar fanno
e d'ogni tempo vernan nel mio core.
Orgoglio ed ira ai dolci rai fan benda;
e parmi il vago mondo orrido speco.
Così del tutto cieco
foss'io, poi che 'l veder solo m'avanza,
perché l'arbor de l'alta mia speranza,
ch'un tempo verdeggiò lieto e felice,
veda sfrondato e svelto da radice.
Spregiando il fren de' sassi curvi ed alti,
gl'insuperbiti fiumi
corron licenziosi le campagne;
scendon dai monti i rapidi torrenti,
e i lati campi diventar fan laghi;
tran l'acque giù co' ruinosi salti
arbori e pietre e pezzi di montagne.
Ebber nel pianger modo i tristi lumi,
mentr'ebber qualche modo i miei tormenti,
or del mio pianto par che il mondo allaghi;
par ch'allor più m'appaghi,
che maggior pioggia avvien che ne derivi;
cadon dal volto lacrimosi rivi,
turban pace e riposo, e menan via
le miglior parti de la vita mia.
Schive del freddo tempo, ch'a noi torna,
le vaghe rondinelle,
e quasi ogni altro augello pellegrino,
fuggon dal nostro, e cercan l'altrui clima,
onde più il tristo verno han di lontano.
Ogni allegro pensier, che in me soggiorna,
sì come pellegrin prende il cammino,
e fugge la tristezza e le procelle
de' tempi miei, lieti e tranquilli prima
che rea fortuna vi mettesse mano.
Calan le fere al piano,
poi che ne' monti, ch'alta neve imbianca,
tutto ad un tempo il verde e 'l cibo manca:
sgomenta il freddo de l'altrui durezza
i desir miei, nudriti in tanta altezza.
Mirando aride stoppie e tronchi e sterpi
le piagge, ove l'altrieri
splendeano i fiori e ondeggiavan l'erbe;
e l'odorate siepi, nude spine,
che le strade spargean dianzi di rose;
andan sotterra le sdegnose serpi
e pascon, dentro, esche mortali, acerbe.
Quando spariro i lieti miei pensieri,
e 'l mio fiorito stato giunse a fine,
le cure più mordaci e venenose
l'alma nel sen s'ascose:
ivi del suo velen le nutre e pasce,
e nova schiera d'ora in or ne nasce.
Così fra tante un dì ne nascesse una,
che ratto divorasse la sua cuna!
Vedo, malgrado del rabbioso verno,
qualche valle riposta,
a cui fanno alto schermo amici monti,
ché vento o gelo non le faccia oltraggio,
serbar sempre fiorito e verde il seno,
serbar de le sue piante il pregio eterno,
ancor che 'l sol sopra il Centauro monti,
e moran l'erbe e i fior là, ond'ei si scosta:
par che si sedano iv'e aprile e maggio,
sì stellato di fior ride il terreno.
Sento allor venir meno
l'alma, tal morso fera invidia dàlle,
e dico: — O lieta, o fortunata valle,
tu a mezzo il verno hai primavera, ed io,
al miglior tempo, ho verno iniquo e rio! —
Vedo talor del mar le turbide onde,
che, altiere e d'ira gonfie,
correr pareano a divorare il lido,
giacer nel letto lor umili e stanche
e pure sì, che l'alga ne traspare.
E forse fan su l'arenose sponde
Alcione e 'l marito il caro nido,
poi che fiato non soffia, che le gonfie,
benché l'ombra s'avanze e 'l giorno manche,
cadono le ale ai venti e l'onde al mare.
O sventure mie rare,
quando cader vedrò l'altiero orgoglio
a quei begli occhi, ch'hanno il cor di scoglio?
Quando pensier si anniderà ne l'alma,
che le fortune mie rivolga in calma?
Canzon, ben verrà Febo
a seder sopra il Pesce e su l'Ariete;
e fian l'aria e la terra e l'acque liete;
e verran l'aure dolci e i tempi gai:
“primavera per me non verrà mai!”.