CANZONE VI

By Luigi Tansillo

Corrono il freddo Borea e l'umido Austro

per li campi del cielo:

ciascun dal regno suo move aspra guerra:

se l'un di triste nubi l'aria ingombra,

l'altro sparge il terren d'orride nevi:

arma il pigro Boote il freddo plaustro;

gittan le vesti gli arbori; la terra

or veste fango or gelo:

la luce vinta cede il mondo a l'ombra;

e son le notti lunghe e i giorni brevi.

Io, che penose e grevi

ore trapasso, a miglior vita usato,

risguardo al tempo, simile al mio stato:

l'interna doglia mia cresce altrettanto,

e ne' tristi occhi si raddoppia il pianto.

Escon dal maggior fondo del mio petto

(ove ha il suo regno Amore),

sospir, che pace o triegua mai non hanno:

guerreggian dentro, e par ch'ognun contenda

di tirarne, a l'uscir, l'anima seco.

Qual move di desio, qual di sospetto:

e l'aria del mio volto cangiar fanno

e d'ogni tempo vernan nel mio core.

Orgoglio ed ira ai dolci rai fan benda;

e parmi il vago mondo orrido speco.

Così del tutto cieco

foss'io, poi che 'l veder solo m'avanza,

perché l'arbor de l'alta mia speranza,

ch'un tempo verdeggiò lieto e felice,

veda sfrondato e svelto da radice.

Spregiando il fren de' sassi curvi ed alti,

gl'insuperbiti fiumi

corron licenziosi le campagne;

scendon dai monti i rapidi torrenti,

e i lati campi diventar fan laghi;

tran l'acque giù co' ruinosi salti

arbori e pietre e pezzi di montagne.

Ebber nel pianger modo i tristi lumi,

mentr'ebber qualche modo i miei tormenti,

or del mio pianto par che il mondo allaghi;

par ch'allor più m'appaghi,

che maggior pioggia avvien che ne derivi;

cadon dal volto lacrimosi rivi,

turban pace e riposo, e menan via

le miglior parti de la vita mia.

Schive del freddo tempo, ch'a noi torna,

le vaghe rondinelle,

e quasi ogni altro augello pellegrino,

fuggon dal nostro, e cercan l'altrui clima,

onde più il tristo verno han di lontano.

Ogni allegro pensier, che in me soggiorna,

sì come pellegrin prende il cammino,

e fugge la tristezza e le procelle

de' tempi miei, lieti e tranquilli prima

che rea fortuna vi mettesse mano.

Calan le fere al piano,

poi che ne' monti, ch'alta neve imbianca,

tutto ad un tempo il verde e 'l cibo manca:

sgomenta il freddo de l'altrui durezza

i desir miei, nudriti in tanta altezza.

Mirando aride stoppie e tronchi e sterpi

le piagge, ove l'altrieri

splendeano i fiori e ondeggiavan l'erbe;

e l'odorate siepi, nude spine,

che le strade spargean dianzi di rose;

andan sotterra le sdegnose serpi

e pascon, dentro, esche mortali, acerbe.

Quando spariro i lieti miei pensieri,

e 'l mio fiorito stato giunse a fine,

le cure più mordaci e venenose

l'alma nel sen s'ascose:

ivi del suo velen le nutre e pasce,

e nova schiera d'ora in or ne nasce.

Così fra tante un dì ne nascesse una,

che ratto divorasse la sua cuna!

Vedo, malgrado del rabbioso verno,

qualche valle riposta,

a cui fanno alto schermo amici monti,

ché vento o gelo non le faccia oltraggio,

serbar sempre fiorito e verde il seno,

serbar de le sue piante il pregio eterno,

ancor che 'l sol sopra il Centauro monti,

e moran l'erbe e i fior là, ond'ei si scosta:

par che si sedano iv'e aprile e maggio,

sì stellato di fior ride il terreno.

Sento allor venir meno

l'alma, tal morso fera invidia dàlle,

e dico: — O lieta, o fortunata valle,

tu a mezzo il verno hai primavera, ed io,

al miglior tempo, ho verno iniquo e rio! —

Vedo talor del mar le turbide onde,

che, altiere e d'ira gonfie,

correr pareano a divorare il lido,

giacer nel letto lor umili e stanche

e pure sì, che l'alga ne traspare.

E forse fan su l'arenose sponde

Alcione e 'l marito il caro nido,

poi che fiato non soffia, che le gonfie,

benché l'ombra s'avanze e 'l giorno manche,

cadono le ale ai venti e l'onde al mare.

O sventure mie rare,

quando cader vedrò l'altiero orgoglio

a quei begli occhi, ch'hanno il cor di scoglio?

Quando pensier si anniderà ne l'alma,

che le fortune mie rivolga in calma?

Canzon, ben verrà Febo

a seder sopra il Pesce e su l'Ariete;

e fian l'aria e la terra e l'acque liete;

e verran l'aure dolci e i tempi gai:

“primavera per me non verrà mai!”.