CANZONE VIII

By Luigi Tansillo

Qual benigna mia stella

mi degna a tanta gioia,

or ch'i' più mi credea piangere in vano?

Dolce mia fiamma bella,

se mi togliea di noia

il vederti talor, benché lontano!

Presa la bianca mano,

che farà meco Amore?

O man più d'altra vaga,

per addolcir la piaga

ch'eterna mi stampasti 'n mezzo al core,

non sia a' begli occhi greve

ch'io baci quest'avorio e questa neve.

Occhi, cari, leggiadri,

ov'arde viva face

ch'ogni freddo pensier d'amor accende:

occhi, d'anime ladri,

lume, riposo e pace,

di questa vita mia, che da voi pende;

poiché non mi contende

il vostro usato orgoglio

coi raggi armati suoi

ch'io mi sazii di voi,

non serò paventoso, come soglio,

ma spiegherò le piume,

a guisa di farfalla, al vostro lume.

Non son le guancie queste,

ove Venere sparse

di sua man gli amaranti e i gelsomini,

e quanto bel celeste

mai in fronte all'alba apparse?

Son queste quelle perle e quei rubini,

ond'escono i divini

concenti, che beato

fan pur chi n'ode il suono?

Che fui, Amor? Che sono?

Qual fu pur dianzi, e qual or è il mio stato?

Cosa repente impetro

ch'era troppo al pensier poche ore a dietro!

Vada a fondo di Lete

ciò che potess'il pieno

fonte turbar de le mie grazie nove.

Bevete, occhi, bevete

il nettar, che 'l sereno

di due begli occhi fiammeggiando piove.

Io non invidio a Giove

l'ambrosia sua suave,

mentre suggo, qual ape,

i fiori, ond'Amor rape,

per adescar, quanto di dolce egli ave.

E bevo la dolce aura

ch'il male di tant'anni oggi ristaura.

Aura dolce che spiri

odor, che vivo tiemme,

conforta, col soffiar, l'anima mia;

accogli i miei sospiri

entro le belle gemme,

e giù gli manda, ov'il mio cor gl'invia.

Menami, o lattea via,

al sommo del diletto;

o neve che m'infiamme,

scopri le dolci mamme,

ch'ondeggian sopr'il latte del bel petto;

mostrami il vago piede

ch'orna di fior la terra, ov'egl'incede.

Sostien, vita, ch'io scopra

il nascoso tesoro,

che mi fe' ricco andar sol del desire:

e de la nobil opra

non pur le gemme e l'oro,

ma il terso e molle avorio, lieto, ammire.

Cor mio, perché t'adire?

Perché turbi il bel viso,

ch'or ora era sì chiaro?

Già il rasserena, o caro

mio bene: u' sono, in terra o in paradiso?

Oimè, ch'io moro! Or quanto

fia dolce il mezzo, s'il principio è tanto?

Ah, gallo iniquo e fiero,

che col funebre strido

il sonno insieme e le mie gioie hai rotte!

Ancora è l'aer nero,

e tu salti del nido,

e le fere si stan ne le lor grotte!

Sacrificio a la notte,

del sangue tuo si faccia,

crudel, ch'in un momento

hai sparso il ben al vento,

ch'io stringea tra le braccia:

e la tua voce mora,

sì che dal letto unqua non desti Aurora.

Guarda se ria fortuna

con noi vuol pace o tregua,

quando nel sonno ancor par che ne segua!