CANZONE X
Qual fera iniqua stella,
degli altrui danni avara,
a noi, Cinzia, t'asconde?
Cinzia, più vaga e bella,
più desiata e cara
di quante gemme han l'onde.
Qual fior sovra le fronde,
nascesti in terra, solo
per dar diletto e fregi
ai ricchi strati regi.
Or posta in duolo
hai la più nobil'alma,
che porti mortal salma.
Forse al mondo ti fura,
per trastullo del cielo,
la vaga errante luna?
Quando formò natura
sì acconcio e picciol velo
intorno ad alma alcuna?
Tu fra le donne eri una,
cui par non ha memoria.
Non sol per gioia altrui
ella ti fe' tra nui,
ma per sua gloria,
come scultor, che scopra
grand'arte in picciol'opra.
S'avesser fatto i dei
i monti d'India degni
del tuo gentil sembiante,
gli eserciti pimmei
t'avrebbon ne' lor regni
messa a tutt'altri avante:
e la nube sonante
de le nemiche grue
avria cangiato stile:
piegando l'ale, umìle,
ne le man tue,
s'avria renduta vinta,
da riverenzia spinta.
Il tuo sì picciol seno,
qual nobil pianta, chiuse
alta virtute immensa:
quanto al corpo dié meno,
ne l'anima diffuse
quel, che ogni ben dispensa.
Non come il mondo pensa,
del breve tuo viaggio
fu a caso il fin sì ratto;
ma con alto ordin fatto:
sendo tu un raggio
di bel qua giù, sparire
dovevi, e non morire.
Poiché, qual Cinzia,
canzon, sei pargoletta;
gir non puoi sola; aspetta.